Len Deighton.
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XPD.
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Parte 1.
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Titolo originale: XPD.
Traduzione di: Adriana Dell'Orto.
1984. Rizzoli Editore, MILANO.
ISBN 88-17-67330-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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XPD: questa la terribile sigla che una volta apposta su un fascicolo decreta la morte di un uomo, da parte dei servizi segreti inglesi. E in questo romanzo di Len Deighton, che è una delle più brillanti opere del genere spy-story che siano mai state scritte, la sigla XPD ricorre spesso, con tutta la sua terribile efficacia.
La vicenda ha origine in un mattino del giugno 1940: Churchill e Hitler s'incontrano segretamente in una sperduta località della Francia, per decidere del futuro del mondo. Che cosa si siano detti è un segreto che nessuno dovrà mai conoscere, pena un ordine di XPD. Ma qualcuno sa; si dice, addirittura, che qualcuno conservi i verbali di quell'incontro: ma chi?
Stuart Boyd, un agente operativo dell'Intelligence Service, riceve dal suo capo, che è anche il suo ex suocero, Sir Ryden, l'incarico di rintracciare quei verbali che, insieme ad un grosso carico di oro e monete preziose, scomparvero misteriosamente alla fine della seconda guerra mondiale dalla miniera di Kaiseroda, presso Francoforte, dove li avevano nascosti i fedelissimi del Führer. Chi se ne appropriò?
Man mano che la vicenda si sviluppa, l'intero affare si complica: Boyd scopre che al ritrovamento di quei documenti s'interessa un po' troppa gente, e per contrapposti motivi: oltre all'Intelligence Service, la CIA, il KGB, un gruppo di ex nazisti che mirano a riesumare il culto del loro antico capo, un gruppo di ebrei tedeschi che vogliono ottenere l'effetto contrario. Il gioco si fa sempre più pericoloso, la posta più alta. Boyd si rende conto che deve guardarsi da tutti, alleati, come ”quelli” della CIA, e avversari, come il KGB; giunge persino a temere che un ordine di XPD sia stato emanato contro di lui dal suo stesso capo, il suo ex suocero, che segue l'indagine con un interesse forse troppo personale...
Render conto dei vari personaggi, tanto sono numerosi, ricchi di personalità e motivazioni assai diverse tra loro, così pronti a cambiar faccia e ruoli, è difficile, e solo l'Autore riesce a tenerne in mano le fila e a seguirli. Alla fine ogni mistero sarà svelato, ogni tassello occuperà il suo giusto posto, dopo che il lettore avrà rischiato anche di smarrirsi nella rete di doppigiochi, tradimenti veri o finti, agenti creduti al servizio di una parte e poi risultati, a loro stessa insaputa talvolta, al servizio di un'altra, ecc. È impossibile rivelare in poche note la complessità di questo congegno così magistralmente montato da Deighton: XPD è un capolavoro del suo genere e i capolavori non si spiegano: se ne rimane affascinati.
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L'AUTORE.
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Len Deighton è nato a Londra nel 1929. Ha debuttato come scrittore di romanzi di spionaggio con Ipcress, che ebbe in tutto il mondo un successo strepitoso. Ha scritto in seguito altre opere fra le quali il celebre Funerale a Berlino, trasposto, come Ipcress, in film, e quindi Brilla brilla piccola spia, 1977, e La grande spia, 1981, editi da Rizzoli.
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«In definitiva, la seconda guerra mondiale ha prodotto un vincitore, gli Stati Uniti, un eroe, la Gran Bretagna, un fellone, la Germania...»
N. Stone, Hitler.
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NOTA.
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XPD (expedient demise, letteralmente: "decesso per motivi di utilità o convenienza”): sigla con cui nell'ambito del Secret Intelligence Service si indica l'agente - nemico o anche della propria parte - da eliminare fisicamente perché divenuto inutile e/o pericoloso per la sicurezza del servizio.
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Capitolo 1.
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Nel maggio del 1979, pochi giorni dopo l'insediamento del
nuovo governo conservatore inglese, un sottosegretario alla presidenza
del consiglio consegnò al primo ministro la scatola gialla
che contiene il rapporto quotidiano del MI6. Il sottosegretario in
questione fungeva, per così dire, da ufficiale di collegamento tra il
primo ministro e i servizi segreti.
Sebbene il contenuto della scatola gialla non venga mai classificato
come segreto, segretissimo, e così via - dal momento che
tutti i documenti del MI6 rientrano nella categoria delle informazioni
ultraconfidenziali - c'era tuttavia un manoscritto, scarabocchiato
alquanto frettolosamente, che recava a margine, l'etichetta
rossa per suscitare l'interesse della destinataria. Il primo ministro
notò con una certa sorpresa che si trattava della grafia di Sir Sydney
Ryden, direttore generale del MI6, e decise di far subito oggetto
della propria attenzione quel particolare documento. A un
angolo del rapporto era attaccato un ritaglio di giornale, per l'esattezza un'inserzione pubblicata nel numero della settimana precedente di una rivista cinematografica della California.
Un produttore, il cui nome non figurava in alcuno dei libri di
consultazione dei servizi segreti, annunciava di avere in preparazione
quello che l'inserzione definiva «Un importante film con
uno stanziamento di oltre quindici milioni di dollari!». Il soggetto
del film, ambientato durante il secondo conflitto mondiale, riguardava
la sparizione dell'oro tedesco negli ultimi giorni di guerra. Il
ritaglio recava il timbro a stampa «Ricerche Ufficio 32» e la firma
del funzionario che lo aveva trovato. «Qual è l'ultimo segreto della
miniera di Kaiseroda?» domandava l'inserzione. La parola
Kaiseroda era stata sottolineata a matita rossa, a dimostrazione di ciò
che aveva fatto sospettare al funzionario del Secret Intelligence
Service la potenziale importanza dell'inserzione.
Di regola, lo spazio per eventuali rimandi all'interno del timbro
a stampa blu veniva riempito da un numero di protocollo, ma,
con sua somma sorpresa, il funzionario dell'ufficio ricerche non
aveva trovato rimandi ad alcun fascicolo sotto la voce Kaiseroda.
La scheda ”Kaiseroda” recava invece l'indicazione: «Riservato al
direttore generale. URGENTISSIMO».
Il primo ministro lesse attentamente, da cima a fondo, il rapporto
di Sir Sydney Ryden, incontrando più di una volta una certa
difficoltà a decifrarne la scrittura. Poi sollevò il ricevitore di un telefono e modificò gli impegni della giornata per aver modo di incontrarsi con lui.
L'anziano poliziotto di servizio quel pomeriggio nel vestibolo
del numero 10 di Downing Street riconobbe nell'uomo che accompagnava
Sir Sydney il capo-archivista del centro di documentazione
del Foreign Office. Si domandò perplesso come mai si trovasse
lì in un momento in cui il primo ministro aveva il suo da fare ad
ambientarsi, ma ben presto se ne scordò. In occasione dell'insediamento
in carica di un governo di recente nomina, le sorprese del
genere non mancano.
L'archivista del Foreign Office non presenziò al colloquio tra
il primo ministro e Sir Sydney, ma rimase da basso nella sala d'attesa,
nell'eventualità che avessero bisogno di lui. Nel caso specifico,
la sua presenza non fu richiesta.
Fu quello il primo colloquio ufficiale tra il nuovo primo ministro
e il capo del controspionaggio. La signora constatò che era
straordinariamente difficile intavolare un discorso con lui: Sir Sydney
era un uomo dalle maniere fredde e distaccate e dall'aspetto
fisico imponente, alto di statura, con i capelli un po' troppo lunghi
e le sopracciglia cespugliose. Al termine del colloquio, la signora si
alzò a indicare la conclusione dell'incontro, ma Sir Sydney non
manifestò alcuna fretta di congedarsi. «Sono certo che non c'è un
filo di verità in queste terribili insinuazioni, signor primo ministro»
disse.
Si domandò se non sarebbe stato più appropriato e più consono
all'etichetta chiamarla signora, così come ci si rivolgeva alla regina.
Lei lo guardò senza batter ciglio, e Sir Sydney si dimenò a disagio.
Non era un fumatore accanito come il suo predecessore, ma
ora trovava pressoché intollerabile la severità con cui il nuovo primo
ministro considerava il vizio del fumo e aveva una gran voglia
di una sigaretta. Nei tempi andati, con Callaghan, e prima di lui
Wilson, di rado quelle stanze non erano invase da nuvole di fumo.
«Lo scopriremo» disse seccamente il primo ministro.
«Spedirò uno dei miei in California entro ventiquattr'ore.»
«Non ha intenzione di informare gli americani?»
«Non sarebbe saggio, signor primo ministro.» Si portò una
mano all'orecchio per scostarne le ciocche scompigliate dei lunghi
capelli.
«Sono d'accordo con lei» disse la signora. Riprese in mano il
ritaglio di giornale. «Per il momento, ci serve soltanto una risposta
chiara, diretta, da questo produttore cinematografico.»
«Potrebbe rivelarsi un'impresa alquanto difficile, se la mia
esperienza personale in fatto di produttori hollywoodiani ha qualche
valore.»
Il primo ministro alzò gli occhi dal ritaglio per rendersi conto
se la frase di Sir Sydney fosse una battuta di spirito che richiedesse
una reazione da parte sua. Decise di non sorridere: Sir Sydney
non sembrava un tipo particolarmente incline allo scherzo.


Capitolo 2.

Più difficili da ricostruire sono i particolari esatti del modo in
cui i servizi segreti dell'Unione Sovietica vennero a conoscenza
delle attività che avevano tanto inquietato il primo ministro inglese.
L'interesse sovietico si era risvegliato già da parecchie settimane,
e certamente era la ragione che stava alla base di un lungo dispaccio
radio in due parti trasmesso nelle prime ore della sera della
domenica di Pasqua, il 15 aprile 1979, alla sede centrale dell'ambasciata dell'URSS sul lato est della 16esima Strada, a Washington, D.C. Tale inaspettata emissione radio richiese l'intervento
del funzionario responsabile del servizio cifra, il quale in quel momento si godeva la cena pasquale in compagnia di certi compatrioti
suoi amici in una saletta privata del ristorante del Molo 7, sul
lungofiume della Maine Avenue nei pressi del Circolo Nautico
della capitale. Venne inviata un'automobile dell'ambasciata a prelevarlo.
Intercettato dalla National Security Agency e decodificato dal
suo computer ATLAS a Fort George Mead, nel Maryland, il dispaccio
radio di quella domenica sera fornì la prima prova documentata
dell'impiego del nome in codice con cui Mosca aveva battezzato
l'operazione: Missione Pogoni. Le istruzioni scritte diramate
nel 1962 dal GRU, e in seguito impartite al KGB e alle forze
armate, ordinano che la scelta di tali nomi in codice debba essere
tale da non svelare né l'incarico né l'intento o l'atteggiamento
del governo, e sono accompagnate da un ulteriore avvertimento secondo
cui i nomi in codice non devono essere banali ma neppure
tanto pomposi da ridicolizzare l'operazione, qualora non vada a
buon fine. E tuttavia, come facevano notare i traduttori della NSA
nelle loro "veline rosa”, la scelta del nome in codice da parte di
Mosca era quanto mai rivelatrice.
In russo, Pogoni significa, letteralmente, spallina, ma per un
cittadino dell'URSS le sue implicazioni sono più profonde. Il termine
può essere impiegato non soltanto per indicare un personaggio
d'alto rango o ”pezzo grosso” dell'esercito; è altresì un simbolo
dell'odiato reazionario. ”Smert zolotopogonikamp" proclamavano i
rivoluzionari. "Morte a chi porta le spalline d'oro!” E ancora, le
possibili implicazioni di una tale scelta del nome in codice da parte
del RGB possono essere interpretate in senso anche più oltranzista:
oggigiorno, infatti, gli alti ufficiali russi che controllano uno
dei servizi segreti sovietici rivali del KGB, ossia il GRU, portano
nuovamente le spalline d'oro.
Quale interpretazione abbia dato Yuri Grechko, al nome in codice
attribuito alla nuova operazione di cui sopra, non si sa.
Grechko, alto funzionario del KGB, era a quel tempo il "residente legale” dell'URSS. Sfruttando la copertura diplomatica, era incaricato
di tenere se stesso, e Mosca, informati su tutte le attività spionistiche sovietiche negli Stati Uniti. Dal punto di vista gerarchico, Grechko era secondo soltanto all'ambasciatore, e si trovava a Washington al solo scopo di tener accuratamente separate dall'attività
diplomatica ufficiale tutte le operazioni segrete e le cosiddette
"faccende sporche”. Il che facilitava all'ambasciatore il compito di
negare qualsiasi conoscenza di tali attività, qualora fossero state
scoperte dalle autorità americane.
Grechko figurava negli elenchi diplomatici col grado di capitano
di marina di terza classe, impiegato in qualità di vice addetto
navale. Era un ometto con capelli duri e ricciuti, un paio di lucenti
occhi azzurri e la bocca larga. L'unico particolare degno di nota
era un incisivo d'oro che balenava a ogni sorriso. Ma Grechko non
sorrideva abbastanza spesso da compromettere le sue operazioni
clandestine. Grechko era un uomo che esemplificava l'infinita tendenza
russa alla malinconia.
Era difficile conciliare la posizione diplomatica di Grechko col
suo aspetto e il suo modo di vivere. I costosi vestiti su misura, l'orologio d'oro, la spilla da cravatta con perla, il fascio di banconote che teneva nella tasca posteriore dei calzoni, la disponibilità di  automobili sportive e l'orario di lavoro alquanto elastico, tutto di lui faceva sospettare ai funzionari di Washington incaricati di studiare tali particolari, che Grechko fosse un agente del KGB, ma a quel tempo ancora non ci si rendeva conto che era il "residente legale”, vale a dire il responsabile di tutte le attività spionistiche dell'ambasciata.
Dal momento che i suoi movimenti erano strettamente controllati,
Grechko convocò a Washington il capo dei suoi agenti segreti.
La cosa era contraria alle procedure normali, ma le istruzioni che
aveva ricevuto via radio sottolineavano l'urgenza della missione
affidatagli. Grechko, perciò, quel mattino si recò all'orto botanico
sull'altra sponda dell'Anacostia. Se la prese comoda e si accertò di
non essere pedinato, quando fece ritorno in centro per l'appuntamento
al prestigioso Hay-Adams Hotel, da cui lo sguardo spazia
su Lafayette Square fino alla Casa Bianca.
Il signor Edward Parker e signora accolsero Grechko nella 16esima
Strada all'ingresso dell'albergo, dove il sovietico aveva prenotato
un tavolo a nome di Green. Edward Parker era un pezzo d'uomo
tarchiato dai tratti slavi: mascella quadrata, capelli grigi ondulati
che si avviavano a incanutire, e sopracciglia cespugliose. Torreggiava
sulla moglie giapponese, e anche su Grechko, cui strinse la
mano con sorridente determinazione. Parker, avvezzo al clima di
Chicago, indossava un pesante cappotto di tweed, anche se quel
giorno a Washington la temperatura era sui quindici gradi e brillava
un pallido sole.
Grechko sfiorò con un bacio la guancia di Fusako Parker e abbozzò
un rapido sorriso. La signora Parker era una bella donna
sui trentacinque, che sapeva mettere nel massimo risalto la carnagione
perfetta e i lineamenti da bambola orientale. Portava un vestito
di lana beige completamente abbottonato sul davanti, con una
grossa spilla d'oro a forma di crisantemo appuntata sul colletto.
Agli occhi di un osservatore distratto, i tre commensali potevano
sembrare esemplari tipici della fauna d'ambasciata in abbigliamento
piuttosto convenzionale che affollava i migliori ristoranti di
Washington.
Parker era un importatore di pezzi per radioline a transistor
a buon mercato, pezzi che venivano perlopiù fabbricati e parzialmente
montati a Taiwan, in Corea e a Singapore, dove la manodopera
era abbastanza abile per eseguire il lavoro, ma non abbastanza
furba per pretendere gli alti salari americani ed europei. In
tale veste, Parker aveva modo di spostarsi a suo piacimento negli
Stati Uniti e all'estero. Era una copertura perfetta per il ”residente
illegale” dell'URSS: Parker era il responsabile segreto delle attività
di spionaggio sovietiche in America, con l'eccezione di certe
missioni speciali gestite direttamente dall'ambasciata di Washington
e dall'estesa rete ”Interbloc” che aveva il suo centro presso le
Nazioni Unite a New York City.
Erano le 2,20 del pomeriggio quando Grechko finì di mangiare
la torta alla crema. Ordinato che ebbero il caffè e il brandy, la
signora Parker chiese licenza di assentarsi per andare a far compere
prima di ripartire per Chicago. Grechko e Parker gliela concessero,
dopodiché i due uomini attaccarono a parlar d'affari.
Parker risiedeva negli Stati Uniti da quasi dodici anni. Parlava
un inglese pressoché impeccabile e aveva acquistato senza difficoltà
le maniere schiette e bonarie dell'uomo d'affari americano di
successo. E invece, Parker per nascita era cittadino sovietico e aveva
prestato servizio per tre anni nella Sezione Scientifica e Tecnica
della Prima Direzione del KGB, prima di assumere l'incarico negli
Stati Uniti. Ora ascoltava con grande attenzione ciò che
Grechko andava rapidamente dicendogli in un morbido russo, circa la
priorità che era stata attribuita alla Missione Pogoni. Parker aveva
facoltà di richiamare in servizio qualsiasi agente ai suoi ordini,
momentaneamente inattivo. Una tale libertà di decisione era stata
concessa soltanto cinque volte al residente americano, da che Parker
ricopriva tale incarico. Facoltà similari erano state ora concesse
ai residenti di Bonn, Parigi e Londra.
Inoltre, confidò Grechko, la Prima Direzione aveva affidato la
gestione dell'impresa alla "Sezione 13”. I due uomini sapevano
perfettamente che cosa voleva dire: benché a partire dal 1969 fosse
stata ribattezzata Ufficio Azione Esecutiva, quella che i veterani si
ostinano a chiamare Sezione 13 della Prima Direzione del KGB si
occupa dei cosiddetti "affari bagnati” (mokrie dela), col che s'intende
qualsiasi cosa vada dal ricatto alla tortura all'assassinio. La
sezione era a quel tempo capeggiata dal leggendario Stanislav
Shumuk, un uomo tenuto in altissima considerazione dall'Ufficio
Organi Amministrativi del Partito Comunista, ufficio dal quale
attualmente dipende il KGB. Shumuk aveva fama di uomo disposto
a tutto, pur di ottenere i risultati che si prefiggeva.
Parker non fece commenti. Grechko bevve un sorso di caffè nero.
Superfluo far presente che un fiasco avrebbe comportato spiacevoli
conseguenze per tutti e due. Dopodiché, ripresero a parlare
in inglese. La conversazione vertè perlopiù sui problemi d'ordine
meccanico che Parker aveva dovuto risolvere con l'auto di sua moglie,
ancora in rodaggio. Parker notò, e non era la prima volta, che
Grechko aveva l'aria infelice. Ciò contraddiceva le voci che gli erano
giunte su di lui, e Parker si domandò perché Grechko si mostrasse
così abbattuto solo con lui.
I coniugi Parker tornarono a Chicago col volo della sera. Yuri
Grechko andò a un appuntamento con la sua ragazza, una
cittadina sovietica che lavorava alla delegazione commerciale. Nelle prime ore del mattino seguente fu udito litigare con lei in un motel
dove passarono la notte, appena oltre il confine con la Virginia.
Grechko aveva alzato un po' troppo il gomito.


Capitolo 3.

Ad onta delle placide assicurazioni fornite al primo ministro, il
direttore generale del MI6 non inviò immediatamente un suo
agente in California. La ragione del ritardo va ricercata in una
conversazione che il direttore generale ebbe con sua figlia Jennifer.
La quale aveva un candidato per una missione all'altro capo del
mondo: suo marito.
«Boyd si comporta in maniera abominevole» disse Jennifer a
suo padre. «Non tutti i nostri amici sanno che ci siamo separati, e
inorridisco all'idea di trovarmelo seduto di fronte a qualche cena
ufficiale. Vorrei tanto che lo spedissi in missione in capo al mondo.»
Jennifer abbracciò il padre. «Solo finché non ci verrà concesso
il divorzio.»
Il direttore generale annuì. Non avrebbe mai dovuto permettere
a Jennifer di sposare uno dell'ufficio, soprattutto non un giovanotto
privo di radici e insolente come quello. Sarebbe stato meglio
se avesse lasciato che il romanzetto seguisse il suo corso; invece,
Sir Sydney aveva ingiunto loro di sposarsi, con tutte le deplorevoli
conseguenze del caso.
«È in lista di attesa, papà» lo blandì Jennifer.
Boyd Stuart, un agente operativo trentottenne, aveva appena
completato il periodo obbligatorio di un anno di "servizio amministrativo”,
che gli dava diritto a un piccolo aumento di stipendio
prima di essere rispedito in missione oltremare. Gli agenti del suo
genere, confinati dietro una scrivania a Londra per dodici mesi, di
rado acquistano le simpatie del personale in pianta stabile. Sono
spesso frettolosi, semplicistici e noncuranti dei particolari e delle
scartoffie. A tale elenco di deficienze, Boyd Stuart aveva aggiunto
il peccato del'arroganza. Dodici anni di missioni sul campo lo avevano
disabituato alla pazienza per le priorità pretesa dal personale
degli uffici londinesi.
«C'è una cosa che potrebbe fare per noi in California» disse il
direttore generale.
«Oh, papà, neppure immagini che cosa meravigliosa sarebbe.
E non solo per me» si affrettò a soggiungere Jennifer. «Anche per
Boyd. Sai bene quanto detesti il lavoro di ufficio.»
Il direttore generale sapeva esattamente quanto Boyd Stuart
detestasse il lavoro di ufficio. Suo genero aveva fatto spesso ricorso
a certi inviti a cena per rendergli nota la sua preferenza per un
nuovo incarico oltremare. Il direttore generale non ne aveva fatto
niente, temendo di mettersi in cattiva luce se avesse interceduto a
favore di un parente.
«È anche molto urgente» disse il direttore generale. «Dovremmo
spedircelo entro il fine settimana, al massimo.»
Jennifer diede un bacio al padre. «Sei un tesoro» disse. «Boyd
conosce già la California. Ha fatto un anno all'UCLA nell'ambito
di un programma scambio.»
Boyd Stuart era un bell'uomo dalla carnagione scura, cui l'aspetto
fisico, oltre al fatto di parlare in modo perfetto il tedesco e il
polacco e correntemente l'ungherese, consentiva di farsi passare
per un abitante di quella zona che viene genericamente indicata
come l'Europa centrale. Stuart era nato in tempo di guerra da padre
scozzese e madre polacca in un campo di concentramento per
civili in Renania. Dopo la guerra, Stuart era andato a scuola in
Germania, Scozia e Svizzera, finché non aveva avuto l'età per
iscriversi a Cambridge. Ed era stato a Cambridge che i suoi ottimi
voti e le sue doti di atleta e di poliglotta lo avevano segnalato all'attenzione dei reclutatori dei servizi segreti britannici.
«Dice che non esiste una pratica, Sir Sydney?» Stuart non si
era più incontrato a quattr'occhi col suocero dopo la notte, davvero
indimenticabile, in cui aveva avuto una spaventosa lite con Jennifer:
Sir Sydney Ryden era arrivato alle quattro di mattina e se l'era
riportata a vivere in casa dei genitori.
Stuart indossava un paio di calzoni di flanella grigia con le
borse alle ginocchia e un blazer blu cui mancava uno dei bottoni
d'oro. Non era esattamente l'abbigliamento che avrebbe scelto per
quel colloquio, ma ormai non poteva più farci niente. Si rese conto
che anche il direttore generale era tutt'altro che entusiasta della
sua tenuta, e si sorprese a strattonare gli sfilacci di cotone penzolanti al posto del bottone mancante.»
«È una misura di prudenza» disse il direttore generale. «Non
mi stancherò di sottolineare la delicatezza di questa missione.» Il
direttore generale abbozzò uno dei suoi tetri sorrisi. Quel gesto
abituale - un movimento che si limitava a scoprirgli i denti -
era una sorta di monito atavico a non avventurarsi oltre in territorio
proibito. Il direttore generale affondò lo sguardo nel suo
whisky, poi lo scolò d'un sorso. Era incline a quei movimenti bruschi e
a lunghi periodi di silenzio. Ryden superava di un bel po' il metro
e ottanta e amava indossare completi neri che, assieme al volto
pallido e segnato e ai folti capelli fluenti, gli davano l'aria di un
poeta da idillio vittoriano. Gli sarebbe bastata una lunga cappa nera
per impersonare sulla scena il conte Dracula, pensò Stuart, e si
domandò se il direttore generale cercasse espressamente di avere
quell'aspetto severo e minaccioso.
Senza preamboli, il direttore generale ripeté a Stuart tutta la
storia, limitandosi questa volta ai dati essenziali.
«L'8 aprile 1945, le unità della 90esima Divisione della Terza Armata
degli Stati Uniti al comando del generale Patton si trovavano
nel cuore della Germania. Raggiunta la cittadina di Merkers, nella
Turingia occidentale, hanno mandato la fanteria nella miniera
di salgemma di Kaiseroda. I militari hanno perlustrato una cinquantina
di chilometri di galleria della miniera e scoperto una
porta d'acciaio installata di recente. Abbattuta la porta, hanno trovato
l'oro; vi erano stati ammassati i quattro quinti delle riserve
d'oro naziste. Lo stesso dicasi per oltre due milioni dei più rari tra
i libri rari delle biblioteche di Berlino, per la raccolta completa di
Goethe proveniente da Weimar, e per una quantità di dipinti e
stampe razziati in tutta Europa. Ci vorrebbe più di mezz'ora per
leggere l'elenco completo del materiale. Gliene farò avere una copia.»
Stuart annuì, senza parlare. Era pomeriggio inoltrato e il sole
disegnava arabeschi sul tappeto, spostandosi attraverso la stanza
finché le lame lucenti si assottigliavano in esili linee e sparivano,
l'una dopo l'altra. Il direttore generale si portò agli scaffali della
libreria ad accendere le grosse lampade da tavolo. Alle pareti rivestite
di legno erano appesi quadri raffiguranti cavalli che avevano
vinto corse famose tanto tempo addietro, ma ormai i dipinti si erano
scuriti a tal punto sotto la patina degli anni, che i cavalli impettiti
parevano trascinarsi faticosamente al traguardo attraverso una
coltre di nebbia.
«Tanto per sapere, quanto facevano quattro quinti delle riserve
d'oro tedesche?» domandò Stuart.
Il direttore generale sbuffò e si passò un dito sull'orecchio, scostando
una ciocca ribelle. «Circa trecento milioni di dollari in oro,
secondo una stima. Più di ottomila lingotti.» Il direttore generale
fece una pausa. «Ma questo per quanto riguarda solo l'oro in verghe.
In aggiunta, c'erano tremilaquattrocentotrentasei sacchi di
monete d'oro, molte delle quali vere e proprie rarità - monete
che valevano molto più del loro peso in oro a causa del valore numismatico.»
Stuart alzò gli occhi e, rendendosi conto che l'altro si aspettava
da lui una reazione, disse: «Sì, davvero stupefacente, signore».
Bevve un altro sorso di whisky. Ci trovavi sempre il migliore dei
whisky di malto, lì nell'ufficio del direttore generale, in cima alla
”Ziggurat”, il singolare edificio a forma di piramide tronca in riva
al Tamigi, proprio di fronte al palazzo di Westminster. Le pareti
rivestite di legno, i quadri e il mobilio antico rientravano in un
tentativo di ricatturare l'eleganza di cui si era fregiato il Secret Intelligence Service nelle belle case antiche di St. James. Quell'edificio, invece, era in acciaio e cemento armato, banale e pratico, con chiazze rugginose sgocciolanti sulla facciata e crepe nel seminterrato.
Una decorazione che si attagliava perfettamente anche all'efficienza
del servizio.
«Gli ufficiali americani hanno riferito la scoperta attraverso i
consueti canali» disse il direttore generale, riprendendo bruscamente
il racconto. «Patton e Eisenhower sono andati a constatare
di persona il 12 aprile. L'esercito ha poi trasportato il tutto a
Francoforte. Sono scesi nella miniera con jeep e rimorchi e hanno
portato via tutto quanto. Gente ingegnosa, gli americani, Stuart.»
Sorrise, e prolungò il sorriso fissando Stuart dritto negli occhi.
«Sì, signore.»
«Ci sono volute più o meno quarantott'ore di lavoro indefesso
per caricare il tesoro. C'erano trenta casse di documenti ufficiali
tedeschi - un bottino di valore inestimabile - e duemila scatoloni
di stampe, disegni e incisioni, nonché centoquaranta rotoli di
tappeti orientali. Si rende conto delle difficoltà, Stuart?»
«Me ne rendo conto, signore.» Fece roteare l'ultimo sorso di
whisky sul fondo del bicchiere prima di inghiottirlo. Il direttore
generale non diede segno di notare che ora aveva il bicchiere vuoto.
«L'ordine di cominciare a caricare il tesoro sui camion è arrivato
appena due giorni dopo la visita di Eisenhower. L'unico modo
per eseguirlo consisteva nel limitarsi a compilare una lista di
tutto ciò che era indicato sulle etichette originali dell'inventario tedesco.
Un sistema che presentava grossi inconvenienti.»
«In caso di furto, non c'era neppure la possibilità di stabilire
se l'inventario tedesco fosse stato inizialmente preciso; è così?»
Il direttore generale assentì col capo. «Riesce a immaginare il
caos che regnava in Germania in quella fase della guerra?»
«No signore.»
«Eh, già, Stuart. Lei non può immaginarlo. Dio solo sa quali
difficoltà devono aver superato i tedeschi per trasportare tutti quei
preziosi nei giorni della disfatta. Ma le assicuro che la tentazione,
per gli addetti ai lavori, di rischiare il tutto per tutto,
pur di infilarsi in tasca qualche oggetto di valore, non avrebbe potuto essere
maggiore. Forse solo i tedeschi potevano trasportare integro a destinazione
un materiale del genere, in quelle circostanze. Come
nazione, avevano un'autodisciplina che non si può fare a meno di
ammirare.»
«Sì, signore.»
«Non appena gli americani hanno occupato la miniera, tutto
ciò che conteneva è stato trasferito via terra a Francoforte e depositato
alla sede della Reichsbank. Hanno vagliato il materiale alla
ricerca di documenti delicati o di epistolari diplomatici segreti che
potessero risultare preziosi, o magari compromettenti per il governo
degli Stati Uniti se resi di pubblico dominio. Dopodiché, hanno
consegnato tutto quanto all'ufficio interalleato per i danni di
guerra.»
«E di materiale segreto, ne esisteva?»
«Mi permetta di versarle un altro goccio, Stuart. Le piace
questo whisky di malto, eh? Allungato, questa volta?»
«Liscio, per favore, signore.»
Il direttore generale abbozzò un altro dei suoi sorrisi crudeli.
«Sicuro che ne esisteva, di materiale segreto. La corrispondenza
tra l'ambasciatore tedesco a Londra e i suoi capi di Berlino negli
Anni Trenta avrebbe fatto arrossire non poca gente qui a Whitehall,
per non parlare di altri rossori al palazzo di Westminster.
Indiscrezioni sufficienti a far finire dietro le sbarre più di un nostro
uomo politico, nel 1940... membri del Parlamento che dicevano
a quelli dell'ambasciata tedesca che grand'uomo era Adolf Hitler.»
Il direttore generale versò da bere per tutti e due, in grossi bicchieri
puliti di vetro intagliato. «Qualcosa che non va, in quella
porta, Stuart?»
«No, è bellissima» disse Stuart, ammirando il legno antico. «E
quel tavolo ottagonale di quercia dev'essere degli inizi del Seicento.»
Il direttore generale trattenne a stento un borbottio. Non era il
tipo di osservazione che ci si poteva aspettare da una persona come
si deve. Ryden era cresciuto nella convinzione che un gentiluomo
non faceva mai allusioni dirette agli oggetti di proprietà altrui.
Aveva sempre sospettato che Boyd Stuart potesse essere un "artista”
- termine, questo, che il direttore generale usava per descrivere
una vasta gamma di individui, nei riguardi della cui ammissione
al suo circolo dava sempre voto contrario, e che evitava accuratamente
di frequentare. «Niente ghiaccio? Neppure soda?
Niente di niente?» tornò a domandare il direttore generale, ma
guastò la sollecitudine, lasciandosi cadere sulla sedia mentre lo diceva.
Stuart fece segno di no e si portò alle labbra il pesante bicchiere.
«No» convenne il direttore generale. «Non sia mai che uno
con un bel nome scozzese come Boyd Stuart si faccia sorprendere
ad annacquare un malto delle Highland.»
«Soprattutto in presenza di un Sassenach» fece Stuart.
«Come? Ah, sì, capisco» disse il direttore generale, portandosi
una mano ai capelli. Stuart si rese conto che suo suocero li teneva
così lunghi per nascondere l'apparecchio acustico. Era un gesto di
vanità sorprendente, in un personaggio così austero; Stuart lo notò
con interesse. «Oxford, Stuart?»
Stuart lo osservò per qualche istante, prima di rispondere. Un
uomo in grado di mandare a memoria tutti i particolari delle scoperte
fatte nella miniera di Kaiseroda, era improbabile che dimenticasse
quale università aveva frequentato suo genero. «Cambridge,
signore. Il Trinity. Ho fatto matematica.»
Il direttore generale chiuse gli occhi. Era davvero allarmante
constatare che razza di persone avesse reclutato l'ufficio. La prossima
volta avrebbe pescato tra i sociologi. Gli tornò in mente una
barzelletta che aveva sentito raccontare al circolo all'ora di pranzo.
Un candidato a un concorso della pubblica amministrazione presentava
un ricorso ufficiale: lo avevano bocciato perché di fronte
alla commissione esaminatrice aveva confessato di essere socialista.
Il commissario gli aveva poi presentato le sue umili scuse, o almeno
così finiva la storiella: aveva frainteso, ritenendo che il candidato
avesse dichiarato di essere un sociologo.
Boyd Stuart sorseggiò il whisky. Il suocero non gli era poi
troppo antipatico: a suo modo, era un vecchio imbecille neanche
troppo malvagio. Se Ryden idolatrava la figlia al punto di non vederne
i difetti, era una debolezza scusabile, umana.
«È stata un'idea di Jennifer?» gli domandò Stuart. «È stata
sua l'idea di spedirmi in California?»
«Ci serviva qualcuno che sapesse districarsi nell'ambiente del
cinema» disse Sir Sydney. «Mi è venuto subito in mente lei...»
«Intende dire che se si fosse trattato di banche, o del backgammon
o della Brigata della Guardia,» fece Stuart «avrei anche potuto
finire calpestato dalla folla.»
Il direttore generale sorrise per mostrare che apprezzava lo
scherzo. «Mi sono ricordato che ha studiato all'UCLA.»
«Ma l'idea è stata di Jennifer?»
Il direttore generale esitò, riluttante a dire deliberatamente
una bugia. «Jennifer ritiene che sarebbe meglio... date le circostanze.»
Stuart sorrise. Sapeva sempre riconoscere le macchinazioni di
sua moglie.
«Non avrebbe mai immaginato di finire in questo mestiere,
quando studiava al Trinity, eh, Stuart?» disse il direttore generale,
risoluto a cambiar discorso.
«Se proprio devo essere sincero, signore, speravo di diventare
un campione di tennis professionista.»
Poco mancò che il direttore generale restasse senza fiato. Aveva
la terribile sensazione che quell'operazione sarebbe stata la sua
Waterloo. Non gradiva per niente l'idea di andarsene in pensione
con la reputazione offuscata da un grosso fiasco. Sua moglie si era
interstardita nella prospettiva di un titolo. Aveva addirittura già
passato in rassegna una serie di possibili nomi: Lord e Lady
Rockhampton era il suo preferito del momento, dalla città australiana
dove aveva avuto i natali suo padre. Sir Sydney le aveva promesso
di informarsi se il titolo in questione fosse già appannaggio di
qualcun altro. A dire il vero, sperava che lo fosse.
«Sì, uno sport affascinante, il tennis» disse il direttore generale.
Dio mio. E quello era l'uomo al quale si sarebbe dovuto parlare
dei "Verbali di Hitler”, il più pericoloso segreto bellico; quello era
l'individuo incaricato di salvaguardare la reputazione di Winston
Churchill.
«Ordunque il convoglio di camion è partito da Merkers alla
volta di Francoforte il 15 aprile 1945» disse il direttore generale,
proseguendo nel suo racconto. «Riteniamo che tre, o anche quattro,
camion siano spariti prima di arrivare a Francoforte. I preziosi
e i documenti segreti che trasportavano non sono mai stati recuperati.
L'esercito degli Stati Uniti non ha mai ammesso ufficialmente
la sparizione dei camion, ma in via ufficiosa ha parlato di
tre veicoli.»
«E lei ritiene che questa compagnia cinematografica della California
sia attualmente in possesso dei documenti?»
Il direttore generale si portò accanto alla finestra, a guardare
le piante grasse schierate sul davanzale per sfruttare al massimo la
luce. Prese in mano un vaso per esaminarlo da vicino. «Posso assicurarle
nel modo più categorico, Stuart, che si tratta di falsi, di
pure e semplici invenzioni.» Sedette, col vaso in mano, sfiorandone
delicatamente il terriccio.
«Ma la cosa sarebbe compromettente per il governo?»
Il direttore generale sbuffò. Si domandava quanto ci avrebbe
messo l'altro a capire l'antifona. «Ma certamente, Stuart.» Posò la
pianta grassa sul tavolino e prese in mano il bicchiere.
«Dovremmo tentare di impedire alla compagnia cinematografica
di girare un film sulla miniera di Kaiseroda e i suoi tesori?»
domandò Stuart.
«Me ne infischio altamente del film» disse il direttore generale.
Si aggiustò i capelli con un gesto nervoso. «Però devo sapere
esattamente che documenti ha in mano quel tale.» Bevve un sorso
di whisky e adocchiò l'orologio sulla mensola del caminetto. Aveva
un altro appuntamento, dopo quello, e il tempo stringeva.
«Non sono sicuro di aver capito che cosa devo cercare» disse
Stuart.
Il direttore generale si alzò, per indicare a Stuart che era tempo
di congedarsi. Nella penombra, col volto rugoso vagamente illuminato
dalla lampada da tavolo e la figura imponente vestita di
scuro sullo sfondo del sole morente, Ryden aveva un che di satanico.
«Lo capirà quando l'avrà sotto gli occhi. Ci terremo in contatto
con lei attraverso i nostri responsabili in California. Buona fortuna,
ragazzo mio.»
«Grazie, signore.» Anche Stuart si alzò.
«È già passato dall'ufficio operativo? Ha sistemato tutto
quanto in fatto di procedure? Circa il denaro, è al corrente: le sarà
accreditato presso la First Los Angeles Bank di Century City.» Il
direttore generale sorrise. «Jennifer mi ha detto che domani pranza
con lei.»
«Ci sono alcune cosette che desidera prendere, a casa» spiegò
Stuart.
«Parta per la California al più presto possibile, Stuart.»
«Devo solo sistemare certe faccende personali» disse Stuart.
«Disdire gli impegni presi per le vacanze e avvertire il lattaio di
interrompere le consegne.»
Il direttore generale tornò a scoccare un'occhiata all'orologio.
«In ufficio c'è chi si occuperà di questi particolari, Stuart.
Non possiamo ritardare le operazioni per via di qualche bottiglia
di latte.»


Capitolo 4.

«In ufficio c'è chi si occuperà di questi particolari, Stuart»
disse Boyd Stuart, parodiando la voce del direttore generale.
Kitty King, la ragazza del momento di Boyd Stuart, ridacchiò
abbracciandolo stretto. «E tu che cosa gli hai detto, tesoro?»
«Che non si occuperanno di questo piccolo stupendo particolare,
gli ho detto. Ci sono cose che devono rimanere segrete.» Le carezzò
il sedere.
«Che matto! Che cos'hai detto, sul serio?»
«Ho aperto la bocca e ci ho versato dentro il whisky. Il tempo
di scolare il bicchiere, e lui era già sparito attraverso il pavimento,
come il diavolo delle pantomime.» Tornò a baciarla. «Parto per
Los Angeles.»
La ragazza si svincolò dal suo abbraccio. «Questo lo sapevo
già» disse. «Secondo te, chi è che ha battuto a macchina le tue
istruzioni oggi pomeriggio?» Kitty era la segretaria del vicecapo
dell'ufficio operativo Zona Tre.
«Mi sarai fedele mentre starò via?» fece Stuart, scherzando
solo a mezzo.
«Mi laverò i capelli tutte le sere, e andrò a letto presto con un
libro di poesie di Keats e una tazza di cioccolata calda.»
Era una promessa improbabile. Kitty era una biondina dal
petto florido che attirava gli uomini, giovani e vecchi, come un picnic
attira le vespe. La ragazza alzò gli occhi, vide l'espressione del
volto di Stuart e gli diede un bacetto sulla punta del naso. «Sono
una figlia della rivoluzione sessuale, Boyd, tesoro. Suppongo che
tu abbia letto qualcosa in merito su Playboy, no?»
«Non leggo Playboy, io; guardo solo le foto. Andiamo a letto.»
«Ti ho preparato quell'intingolo di melanzane fritte che ti piace
tanto.» Kitty King era rigidamente vegetariana; peggio, era anche
evangelista. Stupefacente, aveva commentato qualcuno dell'ufficio
dopo averla vista in bikini, pensare che tutto quel ben di Dio
è il risultato di frutta e noci. «Ti piace, no?»
«Andiamo a letto» disse Stuart.
. «Prima devo spegnere il forno, altrimenti lo stufato di ceci si
asciugherà completamente.»
Si scostò lentamente da lui. Malgrado la differenza di età, lo
trovava straordinariamente attraente. Finora aveva sempre saputo
manovrare a suo piacimento ogni esperienza in fatto di uomini;
Boyd Stuart, invece, nonostante i suoi discorsi apparentemente ansiosi,
la faceva rigare diritto. Kitty era sorpresa e infastidita dalla
scoperta che quel nuovo tipo di rapporto le piaceva.
Guardò Boyd, e lui sorrise. Era un bell'uomo: il volto largo e
segnato e la bocca con un angolo piegato all'ingiù potevano trasformarsi
di colpo in un sorriso irresistibile, e aveva una risata
contagiosa.
«Il tuo stufato di ceci!» disse Boyd Stuart. «Non vogliamo
che si asciughi quello, eh, tesoro?» Scoppiò in una risata sonora,
fragorosa, e Kitty non seppe trattenersi dal fargli eco. Stuart le tese
una mano. La ragazza notò che il dorso era solcato da piccole
cicatrici e il pollice distorto. Lo aveva interrogato in merito, una
volta, ma per tutta risposta lui si era limitato a una battuta di spirito.
C'era sempre una barriera; da quel punto di vista, gli uomini
che avevano svolto missioni operative erano tutti uguali. Non c'era
modo di arrivare a conoscerli completamente. Era come se inalberassero
un cartello con scritto "Vietato l'accesso”. Una parte del
loro cervello era sempre in guardia e perfettamente vigile. E Kitty
King era donna quanto bastava per desiderare che il suo uomo fosse
tale fino in fondo.
Boyd Stuart aprì la porta della camera da letto. Era la stanza
più bella dell'appartamento, per molti versi: ampia e luminosa,
come spesso si riscontra nelle case vittoriane un po' sghembe in riva
al fiume sulla sponda decaduta di Victoria Station. Era per
questo che Stuart aveva collocato uno scrittoio nel vano di una finestra
della camera da letto, un angolino che Kitty King amava
definire pomposamente ”lo studio”.
«Kitty!» chiamò Boyd.
Lei entrò nella camera da letto, si appoggiò alla porta e sorrise,
facendo scattare il nottolino.
«Kitty. La serratura della scrivania è scassinata.» Aprì la ribalta
di noce intarsiato dello scrittoio antico. La serratura era stata
scardinata dal legno, e si vedevano profonde tacche nella superficie
lucida. «Non sei stata tu a forzarla, vero, Kitty?»
«Ma no, naturalmente, Boyd. Non m'interessano le tue vecchie
lettere d'amore.»
«Non è il caso di scherzare, Kitty. Ci tengo documenti segreti,
qua dentro.» Stava già setacciando i cassetti e le caselle. Trovò il
biglietto dell'aereo, il passaporto, la lettera per la banca, un paio
di indirizzi di contatti e una vecchia foto di un certo
Bernard Lustig, ritagliata da una rivista cinematografica specializzata. C'era
anche un ritaglio di giornale che gli avevano dato in ufficio.
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Reduci della Terza Armata degli Stati Uniti e unità aggregate, i quali
abbiano avuto a che fare con la rimozione del materiale dalla miniera di
salgemma di Kaiseroda presso Merkers, nella regione tedesca
della Turingia, negli ultimi giorni della seconda guerra
mondiale, cercansi immediatamente
dalla B. Lustig Productions Inc. La compagnia cinematografica
ha in preparazione un importante film storico sull'episodio in questione.
I reduci sono pregati di far pervenire tutti i particolari relativi al
nostro giornale, Casella 2188. Fotografie e documenti saranno fatti oggetto
della massima attenzione e restituiti al mittente con lettera raccomandata.
Kitty King guardò Stuart passare in rassegna i vari documenti.
«Sembra proprio che non abbiano preso niente» disse Stuart.
«Hai lasciato la porta aperta quando sei scesa alle pattumiere?»
«Non ho incontrato nessuno per le scale» disse Kitty.
«Aspettava di sopra» fece Stuart. «Lo stesso ragazzo che ha
rubato negli altri appartamenti, ci scommetto.»
«Hai intenzione di telefonare all'ufficio?»
«Non manca niente. E sulla porta d'ingresso non ci sono segni
di effrazione.»
«C'erano i documenti del tuo viaggio, eh?»
Stuart fece segno di sì con la testa.
«Allora sapevi già che saresti partito, domenica scorsa, quando
hai risposto lì dentro i biglietti e tutto il resto.» C'era una nota di
risentimento nella voce della ragazza.
«Non ne sono stato sicuro finché non ho visto il direttore generale,
oggi pomeriggio.»
«Vorrei che me ne avessi parlato, Boyd.» Stuart alzò gli occhi
di scatto. Era un aspetto del tutto nuovo di Kitty King. Aveva
sempre definito la loro relazione niente di più di un ''incontro”
passeggero. Era una donna che voleva far carriera, aveva sempre
sostenuto, laureata a pieni voti in scienze politiche alla London
School of Economics, e puntava a diventare segretaria in pianta
stabile, al vertice della gerarchia amministrativa.
Stuart disse: «Se telefono al poliziotto del turno di notte, ci
piomberanno addosso tutti. Sai che casino pianterebbero. Staremmo
alzati tutta notte a scriver rapporti».
«Decidi tu quel che è meglio, tesoro.»
«Un ragazzo, probabilmente, che cercava denaro contante. Siccome
ha trovato solo questa roba, se n'è andato in fretta e furia,
prima che tu tornassi di sopra.»
«Tua moglie ha ancora la chiave di questo posto?» domandò
Kitty.
«Non è tipo da scassinare la mia scrivania.»
«Non hai risposto alla mia domanda.»
«Dev'essersi trattato solo di un ragazzo in cerca di contanti.
Non manca niente. Smettila di preoccuparti.»
«Vorrebbe che tornassi con lei, Boyd. Te ne rendi conto, vero?»
Boyd la strinse forte tra le braccia e le diede un lungo bacio.


Capitolo 5.

Gli Stein, padre e figlio, abitavano in una grande casa a Hollywood.
Il Cresta Ridge Drive offre una tregua improvvisa e gradita
dal rumore e dai fumi degli scappamenti della Franklin Avenue.
È una delle tante strade ripide e tortuose che s'intersecano su
per le alture hollywoodiane e terminano a Griffith Park e Lake
Hollywood. La posizione elevata della casa consente allo sguardo
di spaziare su tutta la città, e nei giorni di foschia, quando la
smorta marea dell'inquinamento atmosferico inghiotte la città,
lassù il cielo rimane azzurro.
Secondo i metri di misura californiani, si tratta di case vecchiotte,
situate all'ombra discreta di rigogliosi ippocastani, le cui
fronde hanno ormai raggiunto l'altezza dei tetti. Negli Anni Trenta,
alcune di quelle case, dai giardini lussureggianti di fiori di ibisco
e di bougainvillea come del resto lo sono attualmente, appartenevano
a stelle del cinema. Ancor oggi, capita d'intravvedere volti
ormai dimenticati eppure stranamente familiari alle barriere della
strada privata o mentre fanno il pieno al distributore self-service
di Wilbur's. I vicini di casa degli Stein, però, erano perlopiù avvocati
degli uffici legali delle aziende, dentisti ambiziosi e profughi
dalle comunità aerospaziali poco distanti.
Quel pomeriggio, un acquazzone si rovesciò sulla città. Era
come se la natura intendesse far valere i suoi diritti prima dell'estate.
Davanti alla casa degli Stein era parcheggiata un'Imperial Le
Baron bianca a due porte col tettuccio rigido, una delle auto più
grosse della gamma Chrysler. La vernice luccicava alla luce dura,
innaturale che accompagna i temporali, e la pioggia scrosciante
smaltava la vernice e i vetri schermati dei finestrini. Sui sedili posteriori
della macchina c'era un uomo, il capo chino sul petto.
Sembrava addormentato, e invece neppure sonnecchiava.
Il proprietario dell'auto, Miles MacIver, si trovava dentro casa.
Stein padre non c'era, e suo figlio Billy si era già pentito di essere
stato tanto cortese di invitare MacIver a entrare.
MacIver era un uomo ben conservato, prossimo alla sessantina.
I capelli bianchi mettevano in risalto gli occhi azzurri con cui
fissava Billy mentre parlava. Sorrideva pigramente e gesticolava
con le grosse mani per sottolineare le proprie parole, passeggiando
irrequieto per il salotto. Di tanto in tanto si accarezzava i baffi
bianchi o faceva scorrere un dito su un sopracciglio. Erano i gesti
di un uomo per il quale contava molto l'aspetto esteriore: un attore,
un donnaiolo o un venditore. MacIver possedeva gli attributi di
tutt'e tre le categorie.
La stanza era grande, arredata comodamente con mobili di
pregio e tappeti sontuosi. L'irrequieto andirivieni di MacIver aveva
un che di padronale. Si accostò al pianoforte Bechstein a coda,
col coperchio ingombro di fotografie in cornice. Tra le foto di amici
e parenti, MacIver ne scelse una di Charles Stein, l'uomo che
era venuto a trovare, scattata durante il periodo di addestramento
a Camp Edwards, nel Massachusetts, nei primi Anni Quaranta.
Stein indossava la scomoda tuta informe che, al pari dell'improvvisato
veicolo alle sue spalle, faceva parte dei frettolosi preparativi
bellici americani. Stein se ne stava appoggiato a una fiancata, un
braccio teso quasi ad abbracciarla.
«Tuo padre ha tagliato dalla foto la figura dello zio Aram, è
così?»
«Suppongo» disse Billy Stein.
MacIver rimise la fotografia sul piano e andò a guardare dalla
finestra. Billy non aveva alzato lo sguardo dall'articolo di Air Progress
che stava leggendo sul divano. MacIver osservò il panorama
che si godeva dalla finestra con lo stesso spassionato interesse con
cui aveva esaminato la foto. Fu il vago riflesso della sua immagine
nel vetro a indurlo a lisciarsi la cravatta di seta a fiori e a riabbottonarsi
la giacca scozzese.
«Peccato, per te e Natalie» disse senza voltarsi dalla finestra.
La sua voce suonò bassa e modulata cautamente: la voce di chi si
preoccupa dell'impressione che fa.
L'aria tiepida che soffiava dal Pacifico era greve, satura di vapore
acqueo. Addensava nubi temporalesche, sospingendole verso
le montagne, dove si condensavano, scaricando violenti scrosci di
pioggia tropicale sul bacino di Los Angeles. Accanto alla casa,
un'alta palma si piegò sotto un'impetuosa raffica di vento che minacciava
di spezzarla in due. Cessato di colpo il vento, la palma si
raddrizzò con uno scatto che fece danzare le fronde e sferzò sonoramente
l'aria, tanto da far trasalire MacIver, che si ritrasse dalla
finestra.
«È durata tre mesi» disse Billy. Supponeva che suo padre
avesse parlato del fallimento del suo matrimonio e ne era seccato.
«Tre mesi è suppergiù la durata media, di questi tempi, Billy»
disse MacIver. Si volse, lo fissò con gli occhi sgranati e sorrise.
Suo malgrado, sorrise. Suo malgrado, sorrise anche Billy. Aveva
ventiquattro anni, era smilzo, con una gran chioma nera e ondulata
e un'intensa abbronzatura che dal volto si estendeva fino al torace,
esibito sotto la camicia sbottonata, sul quale pendeva un medaglione
d'oro. Billy portava un paio di sottili occhiali gialli con la
montatura di metallo che si era comprato quando era andato a
sciare ad Aspen e da allora non si era più tolto.
«Gliel'ha detto papà?» Gettò gli occhiali antiriflesso sul tavolino.
«Andiamo, Billy. Ero qui due anni fa, quando ti sei fatto costruire
la scala nuova in modo da avere un appartamento separato
per voi due.»
«Ricordo» disse Billy, rabbonito dalla spiegazione. «Natalie
non era pronta per il matrimonio. Era impegnata fino al collo nel
movimento femminista.»
«Be', tuo padre è un uomo all'antica, Billy. Lo sappiamo tutti
e due.» MacIver cavò di tasca le sigarette e se ne accese una.
«Papà non c'entra» disse Billy. «Natalie ha conosciuto quel
maledetto poeta a un dibattito televisivo al quale ha partecipato.
Se ne sono andati a vivere insieme nella Columbia Britannica... A
lei papà piaceva.»
MacIver abbozzò lo stesso sorriso indolente di prima e assentì
col capo. «Lo conosciamo tutti e due, tuo padre, Billy. E un tipo
fantastico. Si è perso lo stampo degli uomini come Charlie Stein.
Quando eravamo sotto le armi, era lui che comandava quel dannato
battaglione. Non credere, se qualcuno ti dice il contrario. Era
il caporale Stein che comandava quel battaglione. E ti dirò una cosa...,»
MacIver gesticolò con le grosse mani, facendo baluginare
nella penombra l'anello della confraternita goliardica, «ho sentito
dire la stessa cosa dal colonnello a una riunione del battaglione. Il
battaglione lo comandava Charlie Stein. Lo sapevano tutti quanti.
Però non è sempre facile andare d'accordo con lui. Vero, Billy?»
«Lei era ufficiale?»
«Capitano. Soltanto durante le ultime settimane di servizio.
Alla fine, però, ci sono riuscito a ottenere i gradi di capitano. Capitano
MacIver; me l'ero fatto dipingere sulla porta del mio ufficio,
e quel rompiscatole di sergente degli imbianchini è venuto con
l'intenzione di trovarci qualcosa a ridire. Ma io gli ho spiegato che
avevo aspettato per troppo tempo quella promozione, accidentaccio,
per rinunciare al diritto di farmelo scrivere sulla porta
dell'ufficio. E ho ordinato allo specialista di mettercelo, per quell'ultimo
mese di servizio militare.» Tornò a gesticolare, disegnando arabeschi
di fumo con la sigaretta nell'aria ferma.
Billy Stein annuì e mise da parte la rivista per dedicare tutta
la sua attenzione al visitatore. «È vero che ha giocato a baseball
con Babe Ruth alla battuta?».
«È stato tuo padre a dirtelo?» MacIver sorrise.
«È successo quando frequentava Harvard, signor MacIver?»
C'era qualcosa nella voce di Billy Stein, che mise in guardia il visitatore
circa l'opportunità di dare una risposta. Esitò. L'unico rumore
che si udiva era lo scroscio della pioggia, che batteva sui vetri
e scorreva nelle grondaie e gorgogliava nei tubi di scarico. Billy lo
fissò, ma MacIver dedicava tutta la sua attenzione alla sigaretta.
Billy attese a lungo, poi disse: «Lei non è mai andato a Harvard,
signor MacIver; ho controllato. E ho controllato anche la
sua situazione finanziaria. Lei non possiede una casa a Palm
Springs, né quell'appartamento di cui ha parlato. Lei è un impostore,
signor MacIver». La voce di Billy Stein era pacata e sbrigativa,
come se stessero parlando di qualcuno che non era presente.
«Neppure quell'auto là fuori è sua: le cambiali delle rate sono intestate
alla sua ex moglie.»
«Ma i soldi li sborso io» scattò MacIver, sollevato all'idea di
poter confutare almeno quell'accusa. Poi si riprese e tornò ad abbozzare
il sorriso disteso, disinvolto: «A quanto pare, mi hai preso
in castagna, Billy». Si trincerò senza sforzo e si sforzò di recuperare
un minimo di vantaggio dal confronto. L'unico segno di disagio
che mostrava era il gesto con cui ora si arrotolava la punta dei baffi
anziché accarezzarseli.
«Ho solo intuito che era un impostore» disse Billy Stein. Non
c'era traccia di soddisfazione nella sua voce. «Non ho eseguito alcun
controllo sulla sua situazione finanziaria; ho semplicemente
tirato a indovinare.» Era arrabbiato con se stesso per non aver accennato
al denaro che MacIver si era fatto dare da suo padre. Gli
era capitato sott'occhio il blocchetto degli assegni del vecchio, frugando
nello scrittoio, e aveva scoperto le sei annotazioni sulle pagine
destinate .agli appunti in fondo al libretto. Tra il 10 dicembre
1978 e il 4 aprile 1979 erano stati pagati a MacIver più di seimila
dollari, e ogni assegno era stato incassato in contanti. Era stato
quel particolare a suscitare i sospetti di Billy.
«Ho passato un brutto momento, lo scorso autunno; i fornitori
avevano bisogno di incassare in fretta e io non ero in grado di far
fronte alle scadenze.»
«I diamanti che ha comprato qui in città e spedito al suo
contatto di Seul?» disse Billy in tono sprezzante. «Non era il cinquemila
per cento su ogni dollaro?»
«Hai buona memoria, Billy.» MacIver si lisciò la cravatta.
«Sarebbe dura far affari con te. Vorrei avere un socio del tuo
stampo. Io do sempre retta alle storie pietose che mi raccontano
quelli che mi devono soldi e mi lascio commuovere.»
«Ci scommetto» disse Billy. Raffiche impetuose scuotevano le
finestre e facevano traboccare la pioggia dalle grondaie per riversarla
ruscellante lungo i vetri. Vi fu una scarica di elettricità statica,
simile al crepitio di un sottile foglio di carta che venga
appallottolato, e il debole guizzo di un lampo rischiarò la
stanza. Il rumore zittì i due uomini.
Billy Stein fissò MacIver. Non c'era malevolenza nei suoi occhi,
né violenza né il desiderio di litigare. Ma non vi si leggeva
neppure compassione. Il reddito personale e la vita agiata che conduceva
avevano reso Billy Stein intollerante dei compromessi cui
erano costretti a soggiacere i meno fortunati di lui. Le esagerazioni
dei vecchi, le mezze verità dei poveri e le malefatte dei disperati
non trovavano indulgenza nel giudizio di Billy Stein. E così, ora
Miles MacIver non sapeva proprio come replicare al pacato
sguardo severo del giovane.
«So a che cosa stai pensando, Billy... al denaro che devo a tuo
padre. Ho intenzione di restituirglielo fino all'ultimo centesimo. E
intendo farlo tra sei settimane al massimo. È proprio per questo
che ero venuto a trovarlo.»
«Che cosa accadrà tra sei settimane?»
Miles MacIver era sempre stato un uomo prudente, che badava
a tenere accuratamente separati i vaghi annunci fiduciosi di
una presente o futura prosperità - che facevano invariabilmente
parte della sua condotta - e le ben più stringenti realtà finanziarie
e commerciali. Ma, sottoposto alla tranquilla, condiscendente
indagine di Billy Stein, MacIver si convinse a dirgli la verità. Era
una decisione destinata a cambiare la vita di molte persone, e a
por fine a quella di parecchie altre.
«Te lo voglio proprio dire, che cosa accadrà tra sei settimane,
Billy» dichiarò MacIver, pizzicandosi i calzoni all'altezza delle ginocchia
e sedendosi nella poltrona di fronte al giovane. «Intascherò
il denaro dei diritti cinematografici delle mie memorie di guerra.
Ecco che cosa accadrà tra sei settimane.» Sorrise e allungò il
braccio sul tavolino, al grosso posacenere di porcellana con la
scritta Café de la Paix - il padre di Billy se l'era portato a casa
da Parigi nel 1945. Si tirò la ciotola accanto alla mano e vi lasciò
cadere un lungo cilindretto di cenere.
«Diritti cinematografici?» fece Billy Stein, e MacIver si sentì
gratificato all'idea di aver finalmente provocato in lui una reazione.
«Le sue memorie di guerra?»
«Venticinquemila dollari» disse MacIver. Tornò a scuotere la
sigaretta, anche se ora non c'era traccia di cenere. «In questo preciso
istante c'è uno scrittore professionista che lavora al mio soggetto.»
«Che cosa ha fatto durante la guerra?» domandò Billy. «Che
cos'ha fatto di così importante, che valga la pena di ricavarne un
film?»
«Ero nella polizia militare» disse MacIver tutto fiero. «Ero
aggregato alla Terza Armata di Geòrgie Patton quando sono penetrati
in quella miniera di salgemma dei crucchi e vi hanno scoperto
le riserve d'oro naziste. Miliardi di dollari in oro, oltre ad
archivi, diari, documenti anagrafici e quadri... Non puoi neanche
immaginare la quantità di roba che c'era là dentro.»
«E lei, che ha fatto?»
«Io facevo parte della Sezione G-5 del dipartimento governativo
incaricato della tutela dei Monumenti, delle Belle arti e degli
Archivi: abbiamo montato la guardia al tesoro mentre se ne faceva
l'inventario - categoria A per i lingotti e le monete rare, categoria
B per il vasellame d'oro e d'argento, i gioielli, gli ornamenti
vari e tutto il resto. Vorrei che l'avessi visto, Billy.»
«C'era solo lei a montare la guardia?»
MacIver scoppiò in una risata. «C'erano cinque plotoni di
fanteria a sorvegliare i camion che hanno trasportato il tesoro a
Francoforte. Poi c'erano due plotoni di Mitraglieri in appoggio alla
fanteria, e anche aerei Piper Cub in contatto radio con la colonna
di scorta. No, non io soltanto, Billy.» MacIver si grattò il mento.
«Tuo padre non te ne ha mai parlato? Neppure dei camion che
non sono mai arrivati a destinazione?»
«Dove vuol andare a parare, signor MacIver?»
MacIver levò una mano a zittirlo. «Non fraintendermi, Billy.
Mica sto dicendo che tuo padre abbia avuto qualcosa a che fare
con la rapina.»
«Un parente europeo di papà è morto durante la guerra. Gli
ha lasciato un po' di terra e qualcos'altro; è così che papà ha fatto
fortuna.»
«Sicuro, Billy; e chi dice il contrario?»
«Non m'interessano granché tutte queste storie sulla guerra»
disse Billy.
«Be', a quel tale, quel Bernie Lustig che ha l'ufficio in Melrose...
interessano, invece.»
«Un film?»
MacIver si frugò in una tasca della giacca scozzese e ne cavò
una busta. Dalla busta estrasse un rettangolo di carta stampata.
Era la bozza riservata al cliente di un'inserzione a quarto di pagina
su una rivista cinematografica specializzata. «Qual è l'ultimo
segreto della miniera di Kaiseroda?» diceva il titolo. MacIver passò
la velina a Billy Stein. «Comparirà nelle riviste specializzate il
mese prossimo. Nel frattempo, Bernie ne parla a destra e a manca.
Conosce tutti, lui: i grandi divi, i registi, gli agenti, gli sceneggiatori,
tutti quanti, insomma.»
«Devo dire che l'ambiente del cinema m'interessa» ammise
Billy.
MacIver appariva soddisfatto. «Vorresti conoscere Bernie?»
«Lei potrebbe combinarmi un incontro?»
«Non c'è problema» disse MacIver, recuperando l'inserzione e
riponendola in tasca. «E poi sono interessato direttamente nella
faccenda. Il due per cento sui profitti del produttore; potrebbe essere
un mucchio di soldi, Billy.»
«Non saprei come cavarmela, in fatto di tecnica» disse Billy.
«Non so maneggiare la cinepresa e non sono in grado di buttar giù
due righe, però potrei rendermi utile alla produzione.» Allungò la
mano agli occhiali antiriflesso e ci giocherellò. «Se quello mi vuole,
beninteso.»
MacIver s'illuminò. «Se ti vuole!... Il figlio del mio migliore
amico! Gesù! Ti farà entrare in quell'ufficio di produzione, Billy,
o io mi tiro indietro e offro il soggetto a qualcun altro.»
«Ehi, grazie tante, signor MacIver.»
«Chiamami Miles e dammi del tu, Billy. D'accordo?» Si ficcò
le mani nelle tasche dei calzoni e abbozzò quel suo lento sorriso
contagioso.
«D'accordo, Miles.» Billy inforcò di scatto gli occhiali.
«Ha quasi smesso di piovere» disse MacIver. «Ho qualche telefonata
da fare...» MacIver non aveva mai perso la nozione del
tempo. «Devo proprio andarmene. E stato un piacere parlare con
te, Billy. I miei rispetti a tuo padre. Digli che mi farò vivo con lui
quanto prima. Nel frattempo, parlerò con Bernie e gli dirò di
chiamarti per pranzare assieme. D'accordo?»
«Grazie, signor MacIver.»
«Miles.» Schiacciò la sigaretta nel posacenere.
«Grazie, Miles.»
«Non c'è di che, ragazzo mio.»
Quando Miles MacIver si mise al volante della Chrysler
Imperial parcheggiata all'ingresso della casa degli Stein,
esalò un sospiro di sollievo. L'uomo sul sedile posteriore non
si mosse. «Ha
combinato?»
«Stein non c'era. Ho parlato con suo figlio. Non ne sa niente.»
«Mica avrà raccontato la faccenda della miniera di Kaiseroda
al figlio, spero?»
MacIver rise e avviò il motore. «Non sono così stupido, signor
Kleiber. Lei mi ha detto di non parlarne con nessuno, all'infuori
del vecchio. So tenere la bocca chiusa, io.»
L'uomo seduto dietro fece udire un borbottio poco convinto.
Billy Stein era giubilante. Quando MacIver se ne fu andato,
fece una telefonata e annullò un appuntamento per andare a una
festa a Malibu con una ragazza conosciuta di recente alla Baia del
Pirata, il tratto di spiaggia demaniale riservato ai nudisti a Point
Dume. La ragazza aveva una bell'abbronzatura integrale, una
moto Honda nuova di zecca e un padre che si era arricchito speculando
sul cacao. Il fatto che Billy Stein preferisse starsene tutto solo a meditare anziché incontrarsi con la ragazza dava la misura
del suo entusiasmo alla prospettiva di un lavoro nell'industria cinematografica.
Dapprima Billy Stein passò qualche tempo a sfogliare vecchie
riviste di cinema nella speranza di trovare qualche accenno a Bernie Lustig o, meglio ancora, una sua fotografia. La ricerca non
diede alcun frutto. Alle sette e mezzo, la governante che accudiva i
due uomini dalla morte della madre di Billy Stein, avvenuta cinque
anni addietro, gli portò la cena su un vassoio. Era una donna
alta e magra che era stata radiata dall'albo professionale, per aver
venduto whisky ai pazienti quando faceva l'infermiera in un ospedale
di uno stato dell'Est. Forse la brusca conclusione della carriera
ne aveva in qualche modo alterato la personalità, perché era taciturna,
del tutto priva di curiosità e anche di quel calore materno
che così spesso caratterizza le infermiere di professione. Lavorava
sodo per gli Stein, ma senza il minimo tentativo di sostituirsi a
quell'altra che un tempo aveva accostato le tende, sprimacciato i
cuscini e acceso le lampade da tavolo. Raccolse frettolosamente i
petali caduti dalle rose, li frantumò nella mano e li lasciò cadere
nel grosso posacenere sopra il mozzicone di sigaretta di MacIver.
Sbuffò: detestava le sigarette. Sollevò il posacenere, tenendolo scostato
dal corpo, proprio come fanno le infermiere con la padella
dei malati.
«Le occorre altro, signor Billy?» Portava i capelli di colore
spento raccolti sulla nuca e trattenuti da mollette di ottone.
Billy adocchiò il vassoio che la governante gli aveva messo davanti,
sul tavolino. «Vada pure, signora Svenson, altrimenti si
perde l'inizio di "Carrellata di celebrità”.»
La donna sbirciò l'orologio e riportò lo sguardo su Billy Stein,
incerta se il suo interessamento era sincero o sarcastico. Si guardava
bene dal confessare la sua passione per i quiz televisivi, però
aveva calcolato di salire nel suo alloggetto indipendente, in tempo
per l'inizio dello spettacolo.
«Se il signor Stein desidera mangiare qualcosa quando rientra,
c'è del pollo freddo avvolto nella stagnola sul ripiano superiore
del frigorifero.»
«Sì, va bene. Buona notte, signora Svenson.»
La donna tornò a sbuffare e spostò la foto in cornice di Charles
Stein che MacIver aveva ricollocata un po' fuori posto, tra le altre
che affollavano il coperchio del pianoforte. «Buonanotte, Billy.»
Billy attaccò di gusto la ciotola di chili con carne e fagioli e
bevve la birra. Poi si portò accanto alla libreria e fece scorrere un
dito sulle videocassette, in cerca di un vecchio film che aveva registrato
personalmente. Scelse Psycho e si mise comodo in poltrona a
guardare come Hitchcock aveva costruito e montato le sue inquadrature.
Billy aveva già compiuto la stessa ricerca su un film precedente
di Hitchcock, per un corso universitario di critica cinematografica.
Il tempo passò in fretta, e quando la videocassetta giunse alla
fine Billy era ancor più eccitato all'idea di entrare a far parte del
mondo dello spettacolo. Lo considerava un ambiente chic e molto
chiuso: chic e molto chiuso erano due espressioni elogiative di cui
in quel periodo gli amici e i coetanei di Billy Stein facevano un uso
piuttosto eccessivo. Billy riavvolse il nastro e si accinse a rivedere
da capo Psycho.
Charles Stein, il padre di Billy, di regola passava il mercoledì
sera in un circolo fuori città, nella valle a est. La gente continuava
a chiamarlo Roscoe Sports and Bridge Club, sebbene uno scaltro
agente immobiliare avesse ribattezzato Roscoe Sun Valley, e solo
pochi soci del circolo giocassero qualcos'altro oltre al poker.
C'erano i tre soliti amici con cui Stein passava la serata, tra
cui Jim Sampson, un anziano avvocato che era stato compagno
d'armi di Stein. I quattro amici mangiarono assieme la specialità
del mercoledì sera - tartara di manzo sotto sale con anelli di cipolla
- scolarono qualche bottiglia di Gewurztraminer californiano
scambiandosi pareri sul governo, poi si ritirarono al bar a
guardare il telegiornale delle undici, seguito da una sintesi degli
avvenimenti sportivi. Sempre la stessa cosa: Charles Stein era un
abitudinario. Poco dopo la mezzanotte, Jim Sampson lo depositò
davanti a casa - Stein detestava guidare - e fu invitato a entrare
per il bicchiere della staffa. Era un rituale ben noto a entrambi, un
modo di dire grazie per il passaggio. Jim Sampson non entrava
mai.
«Mi sbaglio o avevi un appuntamento importante stasera, Billy?»
Charles Stein pesava oltre centotrenta chili. La cintura di
coccodrillo che affondava nella ciccia del pancione e teneva assieme
i calzoni del costoso completo di lana inglese e la camicia di cotone,
era stata fabbricata su misura dal reparto taglie forti di Sunny
Jim. Stein aveva i radi capelli bianchi arruffati, sicché la luce
alle sue spalle gli creava una scompigliata aureola attorno al cranio
roseo mentre si calava cautamente nella poltrona preferita.
Billy, che non parlava mai delle sue amichette col padre, disse:
«Sono rimasto a casa. Ha fatto una capatina il tuo amico
MacIver. Pensa di trovarmi lavoro nel cinema».
«Trovarti lavoro nel cinema?» gli fece eco suo padre. «Trovarti
lavoro nel cinema? Miles MacIver?» Si frugò in tasca in cerca
dei sigari, se ne infilò uno in bocca e lo accese.
«Vogliono ricavare un film dalle sue memorie di guerra. E che
soggetto! Il ritrovamento dell'oro nazista. Potrebbe uscirne un
gran film, papà.»
«Aspetta un momento» disse suo padre stancamente. Sedeva
sull'orlo della poltrona, ora, proteso in avanti, a capo chino mentre
si accingeva ad accendere il sigaro. «MacIver è venuto qui?»
Lo disse al tappeto.
«Che c'è di strano?» fece Billy Stein.
«Quand'è che MacIver è venuto qui?»
«Hai sempre detto di non disturbarti mentre giochi a poker.»
«Quando?» Strofinò uno zolfanello e accese il sigaro.
«Alle cinque, forse le sei.»
«Hai guardato la televisione stasera?»
«C'erano solo quiz e scemenze del genere. Ho passato un videonastro.»
«MacIver è morto.» Charles Stein tirò una boccata dal sigaro
e soffiò il fumo sul tappeto.
«Morto?»
«L'hanno detto nel telegiornale del canale due. Un ragazzotto
gli ha scoperchiato il cranio con un fucile a canne mozze, abbandonando
l'arma sul luogo del delitto. È successo in uno di quei
baretti della Western Avenue, dalle parti del Beverly
Boulevard. Il telegiornale ci ha spedito immediatamente una troupe al completo...
automobili, riflettori, un vicecapo della polizia che brandiva l'arma
del delitto davanti alla telecamera.»
«Una banda di teppisti?»
«E ti pare che abbandonerebbero un fucile da duecento dollari,
con le canne accuratamente mozze in modo da poterlo nascondere
sotto la giacca?»
«E allora, chi?»
Charles Stein esalò una boccata di fumo. «Chi lo sa?» disse
rabbioso, anche se la sua rabbia non era rivolta contro qualcuno in
particolare. «MacIver il Chiacchierone, lo chiamavano. Deve soldi
un po' a tutti, in città. Può darsi che l'abbia fatto fuori un creditore.»
Aspirò un'altra boccata dal sigaro. Il fumo aveva un sapore
acre.
«Be', aveva venduto le sue memorie di guerra. Mi ha mostrato
l'inserzione. Un produttore cinematografico che aveva conosciuto.
Gli ha venduto un soggetto sull'oro nazista rinvenuto in Germania
durante la guerra.»
Charles Stein bofonchiò tra i denti. «Così, eh? Mi domandavo
perché mai quel bastardo se ne andasse attorno a parlare con tutti
gli ex appartenenti al reparto. Sicuro, l'ho visto spesso quand'ero
sotto le armi, ma non faceva parte del battaglione. Era aggregato a
non so quale distaccamento della polizia militare.»
«Allora la storia l'avrebbe saputa da te?»
«Da me non ha cavato un bel niente. Noi eravamo alle dirette
dipendenze del generale Patton al quartier generale della Terza
Armata, per quella faccenda, e ancor oggi siamo tenuti al più assoluto
segreto in proposito.» Si passò le dita tra i radi capelli e
tenne un momento la mano ferma sulla sommità del capo, perso
nei suoi pensieri. «Dici che MacIver ha messo per iscritto tutta la
storia e l'ha consegnata a un cinematografaro?»
«Bernie Lustig. MacIver aveva intenzione di presentarmi a
lui» disse Billy. «Poveraccio. È stata una rapina a mano armata?»
«Non potrà più combinare granché in fatto di presentazioni.
Attualmente è all'obitorio con un cartellino legato
all'alluce. Lustig... dov'è che ha l'ufficio?»
«In Melrose... non ce l'ha ancora fatta ad arrivare a Beverly
Hills o almeno al Sunset. È proprio questo che mi ha convinto che
fosse tutto vero... Se MacIver questo tizio se lo fosse inventato di
sana pianta, avrebbe scelto un posto più elegante di Melrose.»
«Comincia dalla cima, Billy.» Si sfilò le scarpe di pelle bianca
e le scalciò con noncuranza sotto il tavolo.
«Che tipo era, questo MacIver?» MacIver aveva assunto un
interesse postumo ai suoi occhi, per non dire una sorta di fascino.
«Che tipo era realmente, papà?»
«Era un bugiardo e un imbroglione. Spillava quattrini agli
amici per pagar da bere ai nemici... MacIver aveva un bisogno disperato
di piacere alla gente. Era disposto a tutto pur di accaparrarsene
la simpatia...» Stein fu sul punto di aggiungere che la promessa
di MacIver di procurar lavoro a Billy nell'industria cinematografica
era un esempio lampante di tale disperato bisogno,
ma decise di non deludere il figlio finché non avesse avuto a disposizione
dati più precisi. Tirò una boccata di fumo dal sigaro, poi
ne studiò la cenere.
«L'hai conosciuto a New York, prima di andare sotto le armi?»
«Era di Chicago. Faceva parte della polizia locale, e operava
nel South Side, un quartieraccio. Tirava a farsi passare per il classico
"poliziotto dal cuore d'oro”. Si è arruolato dopo Pearl Harbor
e ha propinato loro quella balla a proposito di Harvard. Non c'era
tempo per controllarne la veridicità, suppongo...»
«Era proprio una balla. L'ha ammesso lui stesso.»
«A Harvard, MacIver non l'avrebbero neanche lasciato entrare
a raccattare le cicche. Sicuro che era una balla, però gli è valsa i
gradi di ufficiale nella polizia militare. E lui se n'è servito per tutti
gli inghippi possibili e immaginabili. Non faceva che chiederci
in prestito uno dei nostri camion. Una cassa da consegnare qui; un
pacchetto da ritirare là. Si era aggregato alla sezione trasporti, e
correva voce che avessero addirittura venduto uno dei nostri camion
da due tonnellate e mezza a un civile belga, dopodiché se n'erano
andati in licenza, a Parigi, a spendere il ricavato.» Tutt'a un
tratto Stein si sentì triste e stanchissimo. Si passò una mano sul viso,
come un nuotatore appena riemerso dall'acqua.
«Che cos'hai intenzione di fare ora, papà?»
«Ho perso cinquecentotrenta svanziche stasera, Billy, e ho ingollato
più vino bianco di quanto si confaccia alla mia digestione...»
Tossì e cercò il posacenere senza trovarlo. Malgrado tutte le
riserve sul conto di MacIver, era sconvolto dalla notizia del suo
assassinio. MacIver era un farabutto, sempre pronto a far promesse
che non poteva mantenere e ad accampare pretesti tutt'altro che
convincenti, che ne erano l'inevitabile conseguenza; però restavano
di lui anche bei ricordi, perché MacIver era capace di impetuosi
slanci di generosità e di delicata gentilezza, e comunque fosse,
pensò Charles Stein, avevano condiviso un'intera vita. E questo
bastava a rattristarlo, per quanto bastardo fosse stato MacIver.
«Hai intenzione di scovare quel Bernie Lustig?» fece Billy.
«È così che si chiama il produttore cinematografico?»
«Te l'ho già detto, papà. Sta in Melrose.»
«Suppongo di sì.»
«Non penserai che quel Lustig c'entri in qualche modo, nel
delitto, per caso?»
«Adesso me ne vado a letto, Billy.» Cercò di nuovo il posacenere.
Stava sempre sul tavolo, accanto al vaso di fiori.
«Se doveva a MacIver venticinquemila dollari...»
«Ne parleremo domattina, Billy. Dov'è il mio posacenere?»
«Guarderò il telegiornale» disse Billy. «Credi che rimanderanno
in onda il servizio?»
«È una città spietata, questa, Billy. Un omicidio non fa notizia
per molto tempo.» Allungò il braccio sul tavolo e spense il sigaro
negli avanzi dei fagioli di Billy.


Capitolo 6.

L'uomo che sedeva dietro la scrivania avrebbe potuto passare
per un orientale, soprattutto quando sorrideva compitamente. Era
pallido, e neppure il sole della California meridionale riusciva a
conferire alla sua carnagione un colorito più scuro dell'avorio antico.
Aveva i capelli corvini, ben tesi sul cranio a cupola. «Max
Breslow» disse, tendendo una mano che Charles Stein strinse vigorosamente.
«Mi aspettavo di trovare il signor Bernie Lustig» disse Stein.
Aveva scelto uno dei suoi più costosi completi di lino color panna,
ma era già stazzonato, e il nodo della cravatta di seta bianca era
andato un po' di traverso sotto il colletto. Calò il corpaccione nella
poltrona di pelle nera di Charles Eames, che scricchiolò sotto il
suo peso.
«Il signor Lustig è in Europa» disse Max Breslow. «C'è parecchio
da fare in vista della nostra prossima produzione.»
«L'ultimo segreto della miniera di Kaiseroda?» disse Stein,
agitando nell'aria la grossa mano e mettendo in mostra un massiccio
Rolex d'oro e anelli di brillanti sulle mani curatissime. Visto
che Breslow non manifestava la minima reazione alla sua domanda,
Stein disse: «Il signor Miles MacIver è mio amico di vecchia
data. Ha promesso a mio figlio di farlo lavorare nel vostro film».
Breslow annuì. Stein si corresse: «MacIver era un mio caro amico».
«Siete stati compagni d'armi?» Breslow aveva un lieve accento
tedesco.
«Non ho detto questo» fece Stein. Si lisciò le basette, che erano
lunghe e cespugliose e si arricciavano sopra le orecchie.
Breslow afferrò un tagliacarte di acciaio inossidabile, ci giocherellò
un momento e guardò Stein. «Una gran brutta faccenda,
quella del signor MacIver.» Lo disse con la stessa indifferenza
professionale con cui un impiegato di una compagnia aerea cerca
di consolare un passeggero che ha perso il bagaglio.
Stein ricordò MacIver con un'improvvisa, sconcertante fitta di
dolore. Rammentò la notte del 1945, quando MacIver si era intrufolato
tra le macerie di una Weinstube tedesca. Si trovavano in
un imprecisato paesino al di là di Magonza. L'artiglieria lo aveva
letteralmente raso al suolo, i carri armati ne avevano aggirato gli
ardui ostacoli, la fanteria se n'era persino scordata l'esistenza, il
genio aveva srotolato i suoi cavi lungo tutte le strade e lasciato cartelli
con la scritta «PERICOLO - TRAPPOLE ESPLOSIVE»
tra le macerie. Stein ricordò come MacIver fosse smontato dal camion
gru da due tonnellate e mezza, dicendo che quei dannati del
genio piantavano sempre quei cartelli in corrispondenza delle
osterie per poter poi tornare a far man bassa in tutta comodità.
Stein aveva trattenuto il fiato mentre MacIver s'inerpicava sulle
macerie e penetrava tra le rovine dell'osteria. Per qualche istante
era sparito, ma di lì a poco era riapparso, rosso in viso e con un
sorriso di trionfo, le dita tagliate dai vetri rotti e la manica chiazzata
e zuppa di vino rosso che spiccava come sangue fresco. Si trascinava
a fatica sotto il peso di un'intera cassa di champagne tedesco.
MacIver aveva fatto saltare un tappo, che era rimbalzato sul
tetto della cabina con uno schiocco simile a una fucilata. Avevano
riempito le gavette e bevuto in silenzio lo spumeggiante champagne
dorato. Scolato il suo, MacIver aveva scagliato la bottiglia
vuota nel buio della notte.
«Era da un pezzo che non mi facevo una bevuta, amico.»
«Per essere un ufficiale, e perdipiù un piedipiatti, sei uno che
si dà da fare, tu» aveva detto Stein.
Non capitava tutti i giorni che un ufficiale si comportasse in
quel modo. Da un pezzo che non mi faccio una bevuta: non poteva
udire quell'espressione senza pensare a MacIver.
«Chiedo scusa» disse compitamente Max Breslow. Teneva la
testa piegata di lato come a prestar orecchio a qualche lieve rumore.
Stein si rese conto che aveva pensato ad alta voce.
«È da un pezzo che non mi faccio una bevuta» disse Stein. «È
un modo di dire americano. O almeno, lo era quando ero giovane.»
«Capisco» fece Breslow, prendendo nota con interesse del fatto.
«Le andrebbe di bere qualcosa?»
«Okay» fece Stein. «Rum e Coca, se ne ha.»
Breslow fece ruotare la poltroncina girevole verso la parete,
per aprire il piccolo frigorifero nascosto nella scrivania di noce.
«Fa un caldo tremendo qua dentro» disse Stein. «Funziona il
condizionatore?» Con l'afa, l'obesità lo faceva soffrire, e il vestito
cucito a mano già mostrava piccole chiazze scure di sudore.
Breslow dispose tovaglioli di carta e bicchieri sul ripiano della
scrivania e mise del ghiaccio in uno dei due, prima di versarci il
rum e la Coca. Lo fece con gesti meticolosi, servendosi di pinze
metalliche, un cubetto alla volta. Per sé versò un dito di cognac,
senza ghiaccio.
Stein fino a quel momento aveva tenuto in mano un cappello
di paglia un po' sgualcito. Mentre si sollevava lentamente dalla
bassa poltrona per prendere il bicchiere sulla scrivania, gettò il
cappello su una mensola dov'erano disposte a ventaglio riviste specializzate
di cinema.
Non prese subito il suo bicchiere; andò prima alla finestra a
guardar fuori. In quel quartiere, che era uno dei più vecchi della
città, Melrose distava poco dalla superstrada. L'ufficio aveva sede
in un appartamento di un palazzo a due piani ridipinto di un rosa
acceso. Sull'altro lato della strada, appartamenti in mattoni e ufficetti
cadenti erano sfregiati da scritte oscene in spagnolo e irti di
antenne televisive sbilenche, e il tutto era sovrastato e ingabbiato
da una selva di cavi. Il traffico della superstrada scorreva molto
lentamente, sicché le alture di Hollywood parevano beccheggiare
dietro una grigia cortina di fumi dei diesel. Stein si tolse gli occhiali
da sole, infilandoli nel taschino della giacca. Sbatté le palpebre
alla luce abbagliante e si tamponò il viso con un fazzoletto di
seta. «Maledetto caldo.» Il sole era rosso sangue, e i raggi che filtravano
dalle fessure della veneziana disegnavano arabeschi sulla
faccia rugosa di Stein. Era sempre così il giorno dopo un violento
temporale.
«Ho avvertito il custode dello stabile» spiegò Breslow. «Gli
addetti alla manutenzione stanno lavorando all'impianto di condizionamento.
L'acquazzone di ieri è filtrato negli ingranaggi.»
«MacIver mi doveva dei soldi,» disse Stein «un mucchio di
soldi. Mi ha dato in garanzia una parte dei suoi interessi nel vostro
film.»
«Spero che abbia preso la precauzione di farglielo mettere per
iscritto» disse Breslow.
«Sicuro» fece Stein. Non si dilungò sull'argomento; era sempre
meglio tagliar corto il più possibile a bugie del genere.
«Attualmente non siamo neppure ancora in fase preparatoria»
disse Breslow. Si portò il cognac alle labbra, limitandosi però a
inumidirle. «È persino possibile che decidiamo di non fare il film.
E se non lo si fa, non ci saranno soldi.»
«Il soggetto si basa esclusivamente sulle memorie di guerra di
MacIver?»
«Oltre che su qualche aneddoto che ha raccolto dalle labbra
dei suoi commilitoni, su certe illazioni in merito a quanto è successo
in alto loco e su alcune invenzioni romanzesche circa l'intrepido
contributo fornito da MacIver alla vittoria degli Alleati.»
Stein prese il bicchiere dalla scrivania e ne assaggiò il contenuto
prima di aggiungervi un altro po' di Coca. Poi guardò Breslow,
che appariva compiaciuto della propria descrizione del manoscritto
di MacIver.
«Gli spettatori sono sempre attratti da storie del genere» spiegò
Breslow. «Una piccola banda di soldati delle retrovie che rubano
tutto quello su cui riescono a mettere le mani.» Teneva gli occhi
puntati su Stein e tornò a sorridere. «Imbroglioni in divisa:
è una formula che diverte.»
Stein fece scattare le mani con una rapidità sorprendente in un
omaccione della sua stazza. Le dita enormi agguantarono Breslow
per il colletto della camicia con tale forza da far saltare il bottone.
Stein diede una scrollatina a Breslow per fargli intendere bene
quanto diceva. «Si guardi bene dal mancare di rispetto a me o
a MacIver o a un qualsiasi nostro amico, Breslow. Non permettiamo
agli estranei di mettere in discussione ciò che abbiamo fatto nel
1945. Abbiamo lasciato una quantità di bravi ragazzi stesi nella
sabbia, nella merda e nel fango. Ho seppellito personalmente mio
fratèllo minore sul campo di battaglia. Ci è piovuto addosso un
piccolo colpo di fortuna... così vanno le cose. Bottino di guerra... ci
spettava di diritto. D'ora in poi se lo tenga bene a mente.» Mollò
la presa, permettendo a Breslow di raddrizzarsi e aggiustarsi la
cravatta.
«Le chiedo scusa, se l'ho offesa» disse Breslow, senza la minima
traccia di rammarico. «Mi pareva che avesse detto di non essere
stato compagno d'armi di MacIver.»
Stein si rese conto che era stato volutamente provocato a rivelare
più di quanto fosse nelle sue intenzioni. «Bottino di guerra»
disse Stein. «Ecco che cos'era.»
«Senza offesa» fece Breslow, con un sorriso privo di gaiezza.
«Può chiamarlo come meglio crede; per me va sempre bene.»
Un tantino scomposto dallo sforzo fisico, Stein si tirò su i calzoni
e si rimboccò la camicia con un gesto esperto. «Lei ha fatto la
guerra, signor Breslow?»
«Ero troppo giovane» disse Breslow con una punta di rammarico.
«Durante la guerra sono vissuto in Canada, lavorando per
mio padre.»
«Breslow» fece Stein. «È la trascrizione inglese di Breslau,
la città tedesca, giusto? La sua famiglia è di origine tedesca?»
«E che ne so, io, delle città tedesche!» disse Breslow in un improvviso
scoppio d'irritazione. «Sono cittadino degli Stati Uniti.
Vivo qui, in California. Pago le tasse e mi metto sull'attenti quando
suonano l'inno nazionale... Che cosa dovrei fare? Cambiarmi il
nome in Washington, D.C.?»
«Mica male come battuta» disse Stein, nel tono che avrebbe
potuto usare per magnificare un orologio di gran pregio. Prese la
lattina di Coca-Cola e ne scosse le ultime gocce nel bicchiere prima
di scolarlo.
«Avrà il suo denaro, signor Stein» disse Breslow. «A patto,
naturalmente, che esibisca il necessario accordo sottoscritto dal signor
MacIver. Non ne apetteremo l'omologazione, se è questo che
la preoccupa.» Breslow bevve un sorsetto di cognac. «Disponiamo
di un mucchio di soldi per comprare i documenti di cui ha parlato
il signor MacIver.»
«Quali documenti?»
«Documenti segreti... su Hitler. Ne avrà sentito sicuramente
parlare.»
«Potrei aver sentito correre certe voci» ammise Stein.
«Un'enorme quantità di denaro» disse Breslow.
«E quel lavoro per mio figlio?»
Breslow tornò a dare un'occhiata al curriculum che Stein aveva
posato sulla scrivania. «Be', non ha la minima esperienza in
campo cinematografico, e naturalmente non è iscritto ai sindacati.»
Arricciò le labbra. «Comunque sia, non è escluso che si possa
trovargli una collocazione. Soprattutto se ha ereditato l'impeto di
suo padre.»
Breslow infilò il curriculum sotto l'angolo di pelle del grande
tampone. Dopodiché, prese la lattina della Coca e i bicchieri,
asciugò qualche goccia di liquido sul ripiano della scrivania e gettò
i tovagliolini nel cestino della carta straccia. Gesti da pignolo, e
Stein se ne stette a osservarlo sprezzante. «Dirò alla mia segretaria
di fissarmi un appuntamento con suo figlio»,disse Breslow.
Sorrise e si avviò alla porta. Stein non si mosse. «Se non ha altre
domande...» fece Breslow, nell'intento di sollecitarne il congedo.
«Una sola domanda, signor Breslow» disse Stein. «Perché va
in giro armato?»
«Io?»
«Non cerchi di prendermi in giro, Breslow. Nella fondina,
dentro la cintola. L'ho vista proprio ora.»
«Ah, quella rivoltellina.»
«Eh, quella rivoltellina. Che ci fa un bravo, rispettabile produttore
cinematografico come lei con una scacciacani nella cintola?»
«A volte,» disse Breslow «mi capita di andare in giro con un
bel po' di contante.»
«Lo sapevo che doveva esserci un motivo» fece Stein. Allungò
la mano al cappellaccio a larghe tese e se lo calcò in testa.
Max Breslow teneva d'occhio la strada attraverso le fessure
delle imposte. Vide Charles Stein dirigersi alla Buick Riviera col
tettuccio di plastica che aveva parcheggiato sullo spiazzo deserto in
terra battuta dietro lo spaccio di superalcoolici, e attese finché non
vide l'auto superare sobbalzando il cordolo asfaltato e infilarsi nella
corrente del traffico in direzione est. Solo allora Breslow aprì
una porta e passò nella stanza attigua.
La stanza era spoglia e impersonale come la prima: plastica
tessuta in modo da fingere un tappeto, plastica tinta in modo da
fingere il metallo, plastica rivestita da sottilissime impiallacciature
di legno di colore caldo.
Seduto a una sorta di mensola, di fronte a un piccolo sofisticato
registratore a nastro e a un paio di auricolari che si era appena
tolto, un individuo dalle spalle massicce attendeva paziente. Willi
Kleiber portava i capelli a spazzola e un paio di baffetti del tipo in
voga tra gli ufficiali dell'esercito inglese, ma nessuno lo avrebbe
scambiato per tale. Willi Kleiber aveva la testa larga e gli zigomi
alti così spesso tipici della popolazione germanica stanziata sull'altra
sponda della Vistola. Il naso era grosso, simile al filo di
un'accetta spezzata, e il corpo tarchiato e muscoloso. Si era sfilato
il giubbotto da golf color cachi e allentato la cravatta. Teneva le
gambe allungate in modo da mettere in mostra i lucidi, alti stivali
neri sotto l'orlo dei calzoni.
«Che ne pensi, Willi?» gli domandò Max Breslow.
Willi Kleiber abbozzò una smorfia. «Te la sei cavata benissimo,
Max» disse con una certa riluttanza.
«Che cosa succederà adesso?»
Kleiber accostò l'uno all'altro gli auricolari e vi avvolse attorno
i cavi con cura mentre studiava la risposta da dare. «Ci siamo sbarazzati
di Lustig. Hai lasciato intendere a Stein che possiamo
sborsare un mucchio di soldi per i documenti, e quanto prima scoprirà
che ha perso un bel po' di denaro. Dopodiché si rifarà vivo
con noi.»
«Come ti sei impossessato del denaro di Stein?»
«Non io; il Sindacato. Quando si può contare sull'aiuto concreto
di alcuni tra i più potenti banchieri tedeschi, non è difficile
combinare raggiri del genere.»
«Che cosa intendi dire... ci siamo sbarazzati di Lustig? Hai
detto che gli avevi dato del denaro per una vacanza in Europa.»
Kleiber fece un sorrisetto. «Quanto a questo, lascia fare a me,
Max. A Bernard Lustig non pensarci più; meno ne sai di lui, meglio
è.» Si chiuse la lampo del giubbotto con un rumore secco e
inatteso.
«Vorrei non essermi mai cacciato in questa faccenda» disse
Breslow. Non condivideva l'entusiasmo e l'energia che Kleiber
metteva in quelle pazze avventure, e avrebbe voluto riuscire a tenersi
fuori da quella. Ascoltare Kleiber parlare di assurdità del
genere davanti a una tazza di caffè e a un cognac era spassoso, ma
adesso ci era coinvolto direttamente e ne aveva paura.
«Il Sindacato aveva bisogno di te» disse Kleiber.
Breslow lo guardò e annuì. Kleiber era un individuo semplicistico,
per non dire un sempliciotto. Gli ordini erano ordini e obbedire
agli ordini era un onore. Breslow l'aveva pensata allo stesso
modo quand'era giovane. Tutto quel meraviglioso idealismo, e il
senso di uno scopo preciso che è tipico solo dei giovani, tutto sprecato
a beneficio dei capricci di Hitler e dei suoi accoliti. Che tragico
errore.
«Tu eri nazista, Max. Non dimenticarlo. E non sperare che se
ne dimentichi qualcun altro.»
«Ma è stato tanto tempo fa, Willi» disse Breslow stancamente.
Kleiber abbassò il coperchio del registratore con un rumore volutamente
schioccante. «Ti ricordi l'anno scorso, quando quella vecchia
ti ha riconosciuto nel caffè di Boston? Si è messa a urlare "SS
assassino”, no? Quella non dimenticherà, Max. Hai bisogno del
Sindacato. Non sono nazisti, loro, Max, però ti daranno una mano.»
«La vecchia del caffè era una pazza» disse Breslow.
«Hai piantato a mezzo la colazione e ti sei precipitato in strada,
Max. Sei stato tu a dirmelo.»
Billy Stein era in attesa nella lucente Buick Riviera nuova,
parcheggiata accanto allo spaccio di superalcoolici. Si protese attraverso
il sedile riservato al passeggero ad aprire la portiera a suo
padre, e quando questo montò in macchina, Billy aveva già avviato
il motore. Ronzò il cicalino di allarme. «Non potresti far qualcosa
a quell'allarme? Detesto 'ste dannate cinture di sicurezza.»
Alla fine Stein padre si agganciò la cintura di sicurezza attorno al
pancione. «Andiamo» disse. Trasferì sul sedile posteriore una
ventiquattrore di tela.
L'auto uscì sobbalzando dal parcheggio e s'infilò nella corrente
del traffico. «Non esattamente come la Metro, eh? Suppongo che
abbia l'ufficio in quell'appartamento per evadere la tassa municipale
sul reddito.» Superarono lo spaccio con le vetrine protette da
sbarre arrugginite e le porte bloccate da gabbie di fil di ferro nuove
di zecca. «Melrose dà l'idea di un indirizzo abbastanza come si deve
per una compagnia cinematografica,» osservò Billy «finché non
vedi in quale punto si sono installati.»
«Già» fece suo padre. Charles Stein aprì il cassetto del cruscotto
e vi frugò in cerca dei sigari. Ne estrasse uno dall'astuccio di
metallo e usò l'accendino del cruscotto per dargli fuoco. Ne tirò
qualche energica boccata prima di parlare. «A quanto sembra, il
nostro amico signor Bernie Lustig non è più in circolazione.»
Mosse le labbra per togliersi di bocca un frammento di tabacco. «A
quanto sembra, se n'è andato in Europa a tempo indefinito.»
«Allora con chi hai parlato?»
«Con un tale che si fa chiamare Max Breslow.»
«Tedesco?»
«Canadese» disse Stein con sarcasmo. «Deve trattarsi di un tipico
nome pellerossa.»
«Non ti è simpatico?» fece Billy.
«È un nazista, Billy. So riconoscerli sempre.»
Billy annuì. Era abituato a giudizi del genere su chiunque
avesse un nome tedesco e non fosse immediatamente identificabile
come ebreo. «Dice che era troppo giovane per fare la guerra.»
«Ma tu non gli credi, eh?»
«Ha i capelli nerissimi» disse Stein. «E quando uno diventa
bruno dalla sera alla mattina, vuol dire che è vecchio.»
Billy Stein rise, e suo padre gli fece eco.
«E porta una pistola» soggiunse Charles Stein, rendendosi
conto che il suo giudizio su Max Breslow non faceva né caldo né
freddo al figlio.
«Metà della gente che conosco in questa città porta una pistola»
disse Billy. Si strinse nelle spalle. «A casa teniamo quel
dannato pistolone che ti sei portato dalla guerra come ricordino.»
«Ma io non me ne vado in giro con la pistola infilata nella cintola»
disse Stein. Billy sorrise. Sarebbe stato difficile immaginare
una così grossa rivoltella d'ordinanza altrove che appesa alla parete
dello studio di Charles Stein.
«Allora vuoi andare direttamente all'aeroporto?»
«Facciamo solo tappa allo studio legale di Jim Sampson. La
Cienega, nel grande palazzo della cassa di risparmio - mi sta
aspettando. Poi mi accompagni all'aeroporto. Puntiamo a sud fino
a La Tijera. Così non perdiamo tempo. Giusto?»
Se Billy aveva sperato che l'incontro col vecchio commilitone
Jim Sampson avrebbe migliorato l'umore di suo padre, le sue speranze
andarono deluse quando vide Charles Stein uscire dal palazzo
della cassa di risparmio su La Cienega. Suo padre si accasciò
sul sedile accanto a lui. «All'aeroporto.» Cercò nel cassetto del
cruscotto e trovò un orario dei voli. «Lo sapevo che avrei dovuto
andare in Svizzera, Billy. Dovrò andarci subito.»
«Non mi va di vederti così preoccupato, papà. C'è qualcosa
che posso fare per te?»
«C'è un volo diretto... non mi piace quel che sta succedendo,
Billy. Bisogna informarne il colonnello Pitman, e non mi va di
mettere per iscritto una cosa del genere.» Si tirò il naso. «Ed è rischioso
parlare al telefono, di questi tempi.»
«Ti farà bene un viaggetto» disse Billy. «Cambiare ambiente.»
Mentre Billy procedeva cautamente nel denso traffico diretto
all'aeroporto, suo padre si assicurò di aver in tasca abbastanza denaro
e le carte di credito per il viaggio. Finalmente suo figlio posteggiò
l'auto con l'abilità arrogante che aveva acquisita facendo il
custode di un parcheggio ai tempi dell'università.
«Hai una gran voglia di rivedere il colonnello, no? Ti piace, lo
so. Restaci per tutto il fine settimana. E divertiti.»
«Mi fa sempre un gran piacere vederlo» disse Stein. «È vecchio.
Gli rimane poco da vivere, sai. Un uomo in gamba, Billy. Su
questo non devi avere dubbi.» Tirò una boccata di fumo dal sigaro.
Billy spense il motore e diede un'occhiata all'orologio per controllare
quanto mancava alla partenza dell'aereo di suo padre.
«Ehi, papà, se questo tuo colonnello era un tale eroe, come mai
quando è uscito da West Point non l'hanno spedito con i Rangers
o le truppe aerotrasportate o i Berretti Verdi o qualcosa del genere?»
Trasalì, scorgendo l'improvvisa espressione di collera sul viso
del padre. Ma il suo tentativo di correggere la velata critica servì
unicamente a peggiorare la situazione. «Quel che intendo dire,
papà, è perché diavolo il colonnello è finito a comandare un anonimo
battaglione trasporti?»
Charles Stein serrò il braccio del figlio in una morsa dolorosa.
«Che non ti senta più dire una cosa del genere. Mai più. Intesi?»
Stein parlava a voce bassa, studiatamente controllata. «Credi che
avresti frequentato un'università elegante come Princeton e avresti
avuto la tua bella Thunderbird e il tuo Cessna e il panfilo, non
fosse stato per il colonnello e le imprese per cui abbiamo rischiato
la pelle nel 1945?»
«Gesù, papà. Scusa. Non avevo cattive intenzioni.»
In un attimo, la collera era sbollita. «E ora che ti racconti tutto
quanto, Billy. Non sono più giovane, e ultimamente ho pensato
molto al colonnello. La scorsa notte ho sognato di quella volta che
abbiamo rubato i camion.» E Stein raccontò al figlio della fatale
notte in cui era andato dal colonnello a suggerirgli la maniera di
alterare le scartoffie per far passare i camion che trasportavano i
lingotti e gli altri preziosi come veicoli comandati a recapitare razioni
a una compagnia di artiglieria di stanza presso il confine
svizzero. Billy lo ascoltò sbalordito.
«L'idea è stata tua, papà? Non me lo avevi mai detto.»
«Non ti ho mai detto neppure metà della storia, Billy. Forse
avrei dovuto dirtelo già molto tempo fa. Sì, il colonnello Pitman se
la stava spassando quando ci sono stati recapitati gli ordini segreti
dalla Terza Armata. Pitman allora aveva i gradi di maggiore, io
ero caporale furiere di giornata. È arrivato un corriere motociclista
con una busta contrassegnata dal timbro a stampa del quartier
generale della Terza Armata e dai bollini con la scritta segreto.
La staffetta voleva assolutamente una ricevuta firmata da Pitman.
Non potevo certo dirgli che Pitman se la stava spassando con una
bottiglia di scotch che gli avevo procurato io e l'idea di scoparsi
una giovane Fràulein che aveva conosciuto in mattinata nell'ufficio
del borgomastro. Si era in guerra. Il battaglione era in stato di
allerta e sul piede di partenza. Se avessero saputo che era fuori sede
e fraternizzava con una ragazza del posto, l'avrebbero deferito
alla corte marziale.»
«Hai falsificato la sua firma?»
«Che altro ci stanno a fare i caporali di giornata?»
«Gli hai salvato la carriera, papà.»
«E lui mi ha salvato la pelle più di una volta, Billy. Eravamo
molto affiatati.»
«E che cosa riguardavano quegli ordini segreti?»
Stein scoppiò in una risata. «Ordini segreti dal quartier generale
della Terza Armata. La guerra in Europa volgeva al termine.
Ero convinto che il plico contenesse l'ordine di rimandarci a casa e
volevo essere il primo a saperlo.» Si protese verso il figlio. «Ho
pensato di poter fare un paio di scommesse prima che venisse diramato
l'annuncio ufficiale.» Rise di nuovo. «Così, ci sono rimasto
malissimo, leggendo che dovevamo fornire i mezzi di trasporto
a un distaccamento di scorta. Il solito viaggetto da Merkers a Francoforte,
ricordo di aver pensato lì per lì. Lungi da me l'idea di tener
in mano un pezzo di carta che mi avrebbe fruttato parecchi
milioni di dollari.»
I due uomini se ne stettero in silenzio nell'auto per qualche
minuto, poi Stein disse: «Guarda un po' che ora è. Sarà meglio
che ci muoviamo, altrimenti perdo l'aereo per Ginevra e sarò costretto
a fare scalo a Parigi o a Londra o chissà dove».
«Riguardati, papà.»
«Puoi scommetterci, Billy» fece Charles Stein.
Era il 25 maggio 1979, un venerdì.


Capitolo 7.

Quello stesso venerdì, a Londra, Boyd Stuart e Jennifer pranzarono
al Les Arcades, una piccola birreria di Belgravia. C'era
un'asta da Sotheby, dall'altra parte della strada, e i tavoli erano
affollati. Jennifer Ryden - come preferiva farsi chiamare ora
- indossava un mantello di pelliccia chiara. Aveva gli occhi luminosi,
il rossetto steso con arte e la pelle splendente di salute. Era la
stessa bella ragazza vivace di cui Boyd Stuart si era pazzamente
innamorato, ma ora riusciva ad averne una visione più obiettiva.
«Papà è stato davvero meraviglioso!»
«A spedirmi in California, vuoi dire?»
«Non dovrebbe essere un segreto?» disse lei, in tono di inequivocabile
rimprovero. Jennifer infilzò con la forchetta una foglia di
lattuga scondita e se la infilò nella boccuccia. Non mangiava mai
cose che potessero ungerle il mento o gocciolarle sul vestito. Era
così che riusciva sempre ad avere quell'aspetto lindo e curato.
«Per te non ho segreti, Jennifer» disse Boyd Stuart.
Jennifer alzò gli occhi dal piatto e sorrise lasciando intendere
che il suo ex marito aveva saputo risponderle per le rime. «Non ti
è capitata sotto mano quella tabacchiera intarsiata, per caso?»
«Sono certo che non si trova nell'appartamento, Jenny.»
«Neppure l'orologio d'oro?»
«No» disse Stuart.
«Porta un'iscrizione: ”A Elliot”... è un orologio antico da taschino,
d'oro.»
«Me lo hai già chiesto una dozzina di volte, Jenny. Ho rovistato
dappertutto.» In risposta al cenno di Stuart, il cameriere servì
il caffè.
«Mi sono portata una lista» disse Jennifer. Frugò nella borsa
di Hermès, cavandone un'agendina in pelle e una matita d'oro.
Stuart aveva sempre paventato quelle piccole liste che gli sottoponeva.
C'erano liste delle compere e liste delle letture, liste degli
appuntamenti e, anche troppo spesso, liste di faccende che altri
dovevano sbrigare per lei. «Ho trovato la foto della mamma nella
cornice d'argento» disse Jennifer, premurandosi di depennarla
dalla lista degli oggetti di sua proprietà, prima di consegnargliela.
Il foglio di carta filigranata recava incisa l'intestazione «Jennifer
Ryden», e la grafia era chiara e ordinata, senza errori. «La cosa
più importante è l'orologio d'oro» aggiunse. «Il romanzo poliziesco
appartiene alla London Library; se non lo troviamo, non mi
resterà che risarcirli... Hai guardato nel cassettino della pettiniera,
quello che si inceppa?»
«Te l'ho detto Jennifer, se non credi che sia in grado di scovare
quelle cianfrusaglie, puoi venire a cercarle di persona. Hai ancora
la chiave.»
Jennifer rabbrividì naturalmente. «La semplice vista del mobilio
e di tutto il resto mi riporterebbe alla mente l'orrore della situazione.»
«Te li sei presi quasi tutti tu, i mobili,» disse Boyd Stuart «e
in camera da letto e nel vestibolo è stato cambiato l'arredamento.»
«Era l'orologio di papà. Ci tiene tanto. Vorrei proprio che
dessi un'occhiata come si deve.» Piegò la testa di lato, rivolgendogli
il suo sorriso più seducente.
«Devi vederti con qualcuno?»
Jennifer si girò a guardare dalla finestra. C'era un giovanotto
alto e smilzo in attesa fuori dal ristorante. Era proprio il tipo che
di solito Jennifer costringeva a portarle i pacchetti, a chiamarle il
tassì e a ripararla con l'ombrello. Il giovanotto aveva un berretto a
quadretti calcato fin sulle sopracciglia e una cravatta a righe e un
vestito di ottimo taglio. Vide Jennifer alzarsi e le fece un cenno
con la mano. Lei non lo ricambiò. «Mi raccomando, non limitarti
a dire che li cercherai,» fece, toccando il foglio di carta, «e, per favore,
vedi di farmi inoltrare la posta da qualcuno.»
«Jennifer, tesoro,» disse Boyd Stuart «divorziando da te sarò
l'uomo più felice del mondo.»
«Questa è proprio una villanata» disse Jennifer Ryden, ricorrendo
a una delle sue espressioni preferite per manifestare disapprovazione.
«Ma io sono un villano» disse Boyd Stuart. «Sono sempre stato
un villano.»
«Be', non esserlo per quanto riguarda l'orologio d'oro di papà»
fece lei.
«Lo cercherò» disse Boyd Stuart.
Jennifer lo guardò mentre si gettava la pelliccia sulle spalle, e
si sentì in dovere di fornire una spiegazione. «Ha un valore affettivo.
Mamma e papà sono furibondi con me per averlo perso.»
«Jennifer, per caso non sei entrata nell'appartamento e non
hai scassinato quel mio scrittoio antico, vero?»
«Boyd! Come puoi anche solo immaginare una cosa del genere?»
Si guardò nello specchio dandosi un tocco ai capelli con un gesto
che a Stuart rammentò suo padre. Si congedò da lui con un bacio
ma, per non sciuparsi il trucco, fece in modo che le loro labbra
neppure si sfiorassero. Boyd Stuart la seguì con lo sguardo mentre
usciva, notò l'effetto che aveva sul giovanotto in ansiosa attesa e vi
riconobbe qualcosa di sé. Stava ancora pensando a lei quando il
cameriere gli portò il conto.


Capitolo 8.

A Ginevra faceva fresco e il cielo era coperto, quando il jumbo
jet vi depositò Stein il pomeriggio di sabato, 26 maggio 1979. Erich
Loden, l'autista del colonnello Pitman, aveva ottenuto il permesso
di oltrepassare la dogana e la galleria sotterranea per attendere
Stein al cancello,
«Ha telefonato suo figlio per annunciare che arrivava, signor
Stein. Il colonnello riposava, ma ero sicuro che avrebbe desiderato
che venissi a prenderla, come faccio di solito. Due valigie, signor
Stein?»
«Di alluminio lucido.» Stein gli tese i tagliandi del bagaglio.
«Io vado a cambiare un po' di soldi allo sportello della banca, Erich.
Ci vediamo alla dogana - porta verde. Dov'è la macchina?»
«Proprio di fronte all'uscita degli arrivi.»
Stein assentì col capo. Posò dieci banconote da cento dollari sul
banco ricevendone in cambio un quantitativo deludentemente esiguo
di franchi svizzeri. Stein preferiva i biglietti di grosso taglio:
semplificavano i calcoli ed evitavano che il portafogli di coccodrillo
foderato di seta si sformasse.
Seguì l'autista oltre il controllo passaporti e attraverso la ressa
di persone in attesa al di là del banco della dogana. Proprio davanti
alle porte a vetri era parcheggiata la Rolls-Royce bianca con la
targa svizzera. L'autista gli teneva aperta la portiera.
«È nuova, Erich?»
«Ce l'hanno appena consegnata, signore. Il colonnello cambia
la sua Rolls ogni cinque anni. Sempre bianca, sempre con l'interno
color tabacco, i vetri schermati, lo stereo hi-fi, la radio a modulazione
di frequenza e il telefono. Tiene anche la Jaguar, naturalmente.
La preferisce quando guida lui.» Stein batté un colpetto sul
tettuccio prima di montare. «Quand'è che si deciderà a prendere
una Mercedes, Erich?»
«Il colonnello non comprerebbe mai un'automobile tedesca. Lo
sa bene, signor Stein. Ha rispedito il televisore a colori al negozio,
quando ha scoperto che alcuni pezzi venivano fabbricati in Germania.»
Stein scoppiò in una risata. Gli piaceva Erich Loden, che era
l'autista, il domestico e il tuttofare del colonnello da oltre ventanni
e gli rimaneva devoto.
Stein si accomodò sul sedile posteriore della Rolls e trafficò con
le manopole della radio, ma la ricezione era disturbata dalle strutture
in cemento armato dell'aeroporto. Estrasse una cassetta dallo
scomparto e la inserì nel mangianastri. Nell'auto si diffuse la musica
di Django Reinhardt. Stein abbassò il volume.
L'autista si mise al volante e accese il motore. «Ha qualcosa
da fare in centro, signor Stein? Vuole che passi dalla pasticceria?»
«Be',» fece Stein, come se prendesse in considerazione l'idea
per la prima volta, «perché non fare un salto a bere una tazza di
caffè da Madame Mauring?»
«Sì, signore» disse l'autista. Era una specie di scherzo ben
noto a tutti e due. Di rado Stein faceva il tragitto
dall'aeroporto alla
casa del colonnello Pitman senza fermarsi alla famosa Tea-Room
& Confisene Mauring nei pressi della cattedrale.
Presa la decisione, Stein si appoggiò comodamente allo schienale
a osservare il paesaggio che gli scorreva accanto. Agli stabilimenti
moderni fecero seguito lussuosi condomini e prati curatissimi,
poi vennero le strade fiancheggiate da negozi, esposizioni di
formaggi e salumi sistemati con arte, e il luccichio squamoso degli
orologi da polso, simili a sterminati banchi di pesci nuotanti negli
acquari delle vetrine.
Madame Mauring era una donna anziana con i capelli grigi
arricciati dalla permanente e una carnagione rubiconda. Faceva
con le sue mani molte delle torte alla crema, e anche un certo tipo
di marzapane di cui Stein era particolarmente ghiotto.
«Le ho portato un regalo» disse Stein, estraendo dalla borsa da
viaggio una bottiglia di profumo che aveva comprato sull'aereo.
«Per la mia amichetta preferita. ”Infini”.»
«Lei è una gran brava persona, signor Stein» disse la donna,
sfiorandogli la guancia con un rapido bacetto. Stein sorrise di piacere.
«E adesso le faccio assaggiare la nuova torta di mandorle. È
ancora tiepida, ma non importa, gliela taglio.» Era una concessione
degna di nota. Madame Mauring non ammetteva che le sue
creazioni venissero affettate prima di raffreddarsi completamente.
Stein sedette nella saletta da tè e lasciò vagare lo sguardo sulla
vivace carta da parati e sugli antiquati tavolini di ghisa con una
sorta di orgoglio personale. Charles Stein aveva finanziato la piccola
impresa commerciale di Madame Mauring dopo aver assaggiato
le torte che forniva a un grande ristorante di Rue du Rhòne.
La cosa risaliva a diciott'anni addietro, e appena l'anno passato
aveva permesso a Madame Mauring di rilevare da lui la pasticceria.
«L'anno prossimo, o quello dopo, cederò la sala da tè a mia figlia.
Suo marito lavora presso un buon ristorante di Zurigo. Torneranno
tutti e due a vivere qui.»
«Sarà una gioia per lei, Madame Mauring. Però non riesco a
immaginare questo posto senza di lei. Che ne sarà della sua affezionata
clientela?»
«Terrò l'appartamento di sopra» disse la donna. «E anche la
sua stanza— resterà tale e quale.»
«Grazie, Madame Mauring. È qui che abbiamo cominciato, sa.»
«Sì» disse lei. Aveva sentito raccontare molte volte la storia di
come gli americani avessero iniziato la loro attività di banchieri in
quelle stanze sopra una gioielleria, nella viuzza che saliva serpeggiando
alla cattedrale. I floridi scambi commerciali dell'immediato
dopoguerra avevano consentito loro di trasferire la banca in una
sede più adeguata in riva al lago, sul Quai des Bergues. Ogni angolino
di quel posto riportava ricordi alla mente di Stein. Aveva
attraversato spesso l'Atlantico nei due sensi in quei giorni, imparando
in fretta come si trattavano gli affari in Svizzera, infondendo
al colonnello il coraggio necessario per battere la concorrenza e
tranquillizzando i clienti adirati quando le cose andavano male.
Madame Mauring aveva sempre insistito sul fatto che una delle
stanze al piano superiore era sua, ma Stein aveva quasi dimenticato
l'ultima volta che ci aveva messo piede.
«Si porti via il resto della torta di mandorle» disse la donna.
«Ho già preparato la scatola.» Stein non resistette alla tentazione.
Trovava rassicurante avere a disposizione qualcosa da mangiare,
anche in una casa ben organizzata come
quella del colonnello Pitman.
«È una gran brava donna» disse all'autista mentre si sistemava
sul sedile di pelle della Rolls e si toglieva dalle labbra le ultime
briciole di torta.
«Il colonnello non ci va più, ormai» disse l'autista. «Dice che i
dolci e il caffè gli guastano la digestione. Il "manicomio”, lo chiama,
lo sapeva?»
Stein fece udire un borbottio. La verità era che al colonnello
Pitman non interessava il cibo. Bastava guardarlo per capirlo: secco,
azzimato e astemio. La maggior parte degli ufficiali usciti da
West Point pareva di quello stampo. Il colonnello non la smetteva
di vantarsi del fatto che gli andava ancora a pennello la divisa del
tempo di guerra. Non era un risultato che Stein tenesse in gran
conto.
«Ci sarà molto traffico in centro. È l'ora di punta, e con gli ingorghi
che si formano ai ponti, non c'è modo di evitarlo.»
La macchina era bloccata dal traffico, quando l'autista tornò a
parlare. «Non vorrei sembrare indiscreto, signor Stein...» attaccò
a dire esitante.
«Di che si tratta?»
«Ho pensato che dovrebbe sapere che il colonnello va a fare un
riposino tutti i pomeriggi. È per questo che non è venuto all'aeroporto.
Può darsi che non lo veda prima di scendere per l'aperitivo.»
«Da quanto dura questa storia?»
«Da circa tre settimane» disse l'autista. «Il dottore ha fatto
venire un cardiologo da Losanna e lo ha sottoposto a tutti gli
esami del caso, il mese scorso. Gli ha detto che deve rallentare l'attività.»
«Capisco.»
«La cosa non è andata troppo a genio al colonnello, probabilmente
s'immagina quel che ha detto, però ha seguito lo stesso il
consiglio.»
«È in gamba, il colonnello,» disse Stein.
«Lei lo conosce da molto tempo, signor Stein. È davvero meraviglioso
come tutti voi del battaglione siate rimasti amici e abbiate
messo assieme il denaro necessario per finanziare un'impresa comune.
È stata una bella idea, signor Stein! Una piccola banca privata,
qui a Ginevra. Come vi è venuto in mente?»
«Non saprei» disse Stein. «Uno dei ragazzi l'ha buttata lì
quasi per scherzo, e poi ci abbiamo pensato seriamente.»
Stein ricordò la notte in cui si erano resi conto della quantità
d'oro che avevano rubato. Avevano passato in rassegna folli idee di
ogni genere sul da farsi. Il suggerimento che riscuoteva maggiori
consensi era quello di seppellirlo da qualche parte, rammentò
Stein. Soltanto Stein aveva avanzato una proposta un po' più complessa:
fondare una banca privata. Era l'unico tipo di attività in
cui la notevole massa di capitale non avrebbe dato troppo nell'occhio.
Stein non aveva faticato a tirare dalla sua il colonnello. Sin
dal giorno in cui Pitman era arrivato al quartier generale del battaglione
col grado di tenente, aveva sempre chiesto consiglio a
Stein. Però era stato il colonnello John Elroy Pitman III a sfoderare
tutto il fascino necessario per convincere un generale americano
in pensione e un baronetto inglese in cattive acque a entrare
nel consiglio di amministrazione della banca. In forza di quei nomi
sull'intestazione delle lettere, il resto era stato relativamente facile.
Le autorità svizzere erano più che disposte a collaborare con
le persone di nazionalità inglese e americana in quei giorni: avevano
persino aperto i forzieri delle banche svizzere alle squadre
anglo-americane che ricercavano il frutto dei saccheggi nazisti.
«Da quant'è che conosce il colonnello, signor Stein? Se mi è
lecito domandarlo.»
«Ho conosciuto il colonnello nel 1943» disse Stein. «Allora era
solo tenente, ma era il figlio di puttana più duro del reggimento,
glielo posso assicurare. Ha vinto il titolo reggimentale dei pesi medi
per tre volte di fila. Per un peso medio era grande e grosso, vede.
Pesava sessantotto chili, e faticava a rientrare nel prescritto limite
dei settantadue, per via di tutto il bere che faceva al circolo
ufficiali. Sì, proprio un uomo in gamba.»
«Non viene mai nessun parente a trovarlo» disse l'autista. Si
spostò sul sedile per guardare Charles Stein nello specchietto retrovisore
ed esitò prima di aggiungere: «Peccato che il colonnello
non si sia mai sposato. Ama molto i bambini, sa. Avrebbe dovuto
farsi una famiglia sua».
«La sua famiglia era il battaglione» disse Stein. «Li amava,
quegli uomini, Erich. Per qualcuno di quei fantaccini, è stato il
solo padre che abbiano mai conosciuto. Non mi fraintenda, ora,
non c'era proprio niente di innaturale in ciò; semplicemente, il
colonnello ha un cuore grande come nessun altro di mia conoscenza.»
La chitarra di Django Reinhardt tacque e Stein reinfilò la cassetta
nel mangianastri per riascoltarla. «Da quant'è che il colonnello
non va più negli Stati Uniti?» fece Stein.
«Da quando è stato congedato.»
«Allora suppergiù dal 1948» calcolò Stein. «È un bel po'.»
Osservò il paesaggio. Ora le Alpi incombevano massicce su di loro,
e dall'altra parte del lago si ergeva la catena montagnosa del Giura,
velata dalla nebbia e dalla nuvolaglia. Faceva freddo vicino all'acqua,
senza il sole. Un posto del genere non andava a genio a
Charles Stein; trovava opprimenti le montagne che lo circondavano,
e freddi e troppo contegnosi gli abitanti. Erano prossimi alla
frontiera francese, lì, ma non ci si poteva sbagliare sul proverbiale
ordine svizzero, mentre attraversavano villaggi dove i cani erano
saldamente incatenati e la legna suddivisa a seconda delle dimensioni
prima di essere accatastata davanti alle case.
La Rolls imboccò il viale non appena si aprirono i cancelli. La
ghiaia scricchiolò sotto le gomme e la Rolls avanzò lentamente costeggiando
prati ben curati e superando il padiglione estivo dove a
volte il colonnello Pitman prendeva il tè pomeridiano. Il viale di
ghiaia sboccava su uno spiazzo circolare attorno a un'elaborata
fontana. Era la scenografia appropriata alla maestosa villa che dominava
una distesa di prati ondulati e di cespugli fino agli alberi
in riva al lago. Era un luogo vecchio e sinistro, pensò Stein, una
grossa proprietà del tipo che con tutta probabilità certi agenti immobiliari
ginevrini poco scrupolosi sostengono essere appartenuta
un tempo a Charlie Chaplin, o a Noel Coward o all'ex Scià di
Persia. Sui gradini d'ingresso c'era un domestico in grembiule di
panno verde, pronto a dare una mano all'autista con i bagagli dell'ospite.
La casa era una tetra accozzaglia di torri e torrette, che somigliava
a una versione in scala ridotta di un palazzo municipale
neo-gotico. All'interno, i passi di Stein risonarono sul decorativo
pavimento di pietra. Persino ora, in maggio, ci faceva un gran
freddo. Il mobilio era massiccio: credenze di lucido mogano rossiccio
e alti armadi con le ante di vetro, pieni di stoviglie dimenticate.
Quattro armature montavano la guardia nel vestibolo, e nella penombra
se ne distingueva solo il baluginio metallico. Sul tavolo,
sotto un grosso vaso di fiori freschi, c'erano i quotidiani di quel
giorno e alcune riviste e lettere, ancora tutte da aprire e leggere.
Un domestico accompagnò Stein a una camera da letto al primo
piano. Accanto a un lettone di mogano, con un copriletto di seta
color panna imbottito di piuma, era collocato un tavolo antico
con una ciotola di frutta fresca e un libro illustrato con fotografie
di auto d'epoca. Sopra il letto era appeso un quadro di scuola
olandese del XVIII secolo: velieri color seppia, acqua color seppia,
cielo color seppia. Il domestico aprì le finestre su un balconcino
in ferro battuto, largo appena abbastanza da permettere alle
imposte di ripiegarsi contro il muro e da consentire la vista
del giardino e del lago, incolore nella luce grigia del pomeriggio.
«Desidera che disfaccia ora le valigie, signore?»
«No, ho intenzione di infilarmi in una vasca d'acqua calda per
togliermi dalle rughe un po' della polvere del viaggio.»
«Benissimo, signore. Troverà tutto ciò che le occorre, penso.»
Il domestico aprì lo stipo accanto alla finestra. Conteneva grossi
bicchieri e calici da vino, assieme a qualche bottiglia di bordeaux
su una rastrelliera e a una intatta di bourbon Jack Daniel's.
«E nella ghiacciaia ci sarà anche l'acqua» disse Stein beato.
«Il colonnello non dimentica mai niente.»
«Proprio così signore» disse il domestico. Fece una rispettosa
pausa, poi soggiunse: «La cena sarà servita alle sette e mezzo, signore.
Il colonnello prenderà l'aperitivo nello studio verso le sette.
Avrebbe piacere che gli facesse compagnia».
«Sicuro che gliela farò» disse Stein.
«Il campanello è accanto alla porta, se desiderasse un tè o un
caffè o qualcosa da mangiare.» Ripeteva sempre la stessa frase,
ma Stein non lo interruppe, sapendo che preferiva così: era svizzero.
«No, non mi serve altro. Vedrò il colonnello alle sette, nello
studio.»
Il domestico si congedò con un mezzo inchino. Stein stappò la
bottiglia di Jack Daniel's e ne buttò giù un sorso. Aveva perso da
un pezzo la passione per il bourbon, ma non era il caso di ferire i
sentimenti altrui. Sciacquatosi la gola con l'acqua in bottiglia,
Stein si accostò il whisky al naso. Il sentore dolciastro gli riportò
alla mente un flusso di ricordi. Si meravigliò del silenzio e ristette
qualche istante nella luce spenta, con la bottiglia di whisky in mano,
a osservare la superficie increspata, color malva, del lago. Dal
vestibolo sottostante salirono i rintocchi musicali dell'orologio prediletto
del colonnello. Stein ricordò che sua madre citava un vecchio
proverbio polacco: ”In una casa tutta d'oro, le ore sono di
piombo”.
L'arrivo di Stein senza preavviso comportò la presenza di altri
commensali a cena. Erano tutti semplici conoscenti, gente che
Pitman frequentava per affari. Un mediatore di Parigi, in vacanza
con la moglie e la figlia adolescente, e una coppia di francesi, titolari
di un'agenzia di autonoleggio a Zurigo. La conversazione non
varcava i confini di una compita banalità. Così, anche se Stein era
riuscito ad abbordare l'argomento MacIver prima dell'arrivo degli
ospiti, fu solo dopo cena che Stein e Pitman si trovarono a quattr'occhi.
«Ha una bella cera, Stein.»
«Anche lei, colonnello.»
«Che ne dice del bicchiere della staffa? Vogliamo scendere a
vedere che cosa c'è in cantina?»
Il rituale non cambiava. Scesero nel ben disposto seminterrato,
superando la carbonaia e le baluginanti cataste di legna, per imboccare
il lungo corridoio dov'era conservato il vino. «Bordeaux o
borgogna?» domandò il colonnello.
«Il vino che abbiamo bevuto a cena era squisito.»
«Possiamo anche trovare di meglio» assicurò il colonnello,
passando attentamente in rassegna gli scaffali di bottiglie polverose.
«In onore di un vecchio commilitone serviamo solo il meglio.»
Dietro il vino c'era un ripostiglio dov'erano accatastate vecchie
valigie. Vi si scorgevano anche alcune teste di cervo e altri trofei di
caccia, zanne e corna ramificate, sudice e coperte di ragnatele.
Stein ricordò il tempo in cui costituivano l'orgoglio e la gioia del
colonnello, ma alcuni dei ragazzi del battaglione ci avevano scherzato
su a una festa, verso la fine degli Anni Sessanta, e il colonnello aveva cambiato idea in proposito. Il colonnello Pitman teneva in
gran conto l'opinione dei suoi uomini. Forse a volte esagerava persino
un po'.
«Hermitage!» disse il colonnello. «Questo le piacerà, ne sono
certo. Ha il vero profumo della vallata settentrionale del Rodano,
e sarà interessante il confronto con quel Chàteauneuf-du-Pape che
abbiamo bevuto a cena.» Presa la decisione, Pitman fece strada per
tornare nel suo studio, salendo i gradini della cantina con una
cautela che preoccupò Stein. «Soffro di lievi capogiri, a volte»
spiegò.
«Dia a me quella bottiglia, colonnello.»
Il colonnello Pitman si teneva aggrappato al corrimano inerpicandosi
a fatica su per i ripidi scalini. «Non sono mai caduto,»
spiegò «ma qui la luce trae in inganno.»
«Queste cantine sono tutte uguali» disse Stein. «I gradini sono
un po' traballanti. Dovrà ripiegare sull'acqua minerale, colonnello.»
Il colonnello fece udire una bassa risatina, grato per il tentativo
di Stein di attenuare il suo imbarazzo.
Raggiunsero lo studio di Pitman. Era una stanzetta ammobiliata
come l'ufficio di un uomo d'affari. C'era una scrivania di
quercia collocata tra le finestre, e comode poltrone di pelle corredate
da consunti poggiapiedi e affiancate da un posacenere di
ottone. Le pareti erano tappezzate di fotografie e diplomi e cimeli della
carriera militare e delle spedizioni di caccia grossa del colonnello.
Sulla mensola accanto alla porta facevano bella mostra di sé alcuni
trofei d'argento vinti in gare automobilistiche.
Lì la luce era migliore, e Stein notò, colpito, il grosso cambiamento
intervenuto nel colonnello Pitman dall'ultima volta che era
venuto a trovarlo, solo alcune settimane addietro. Col passare degli
anni pareva rinsecchirsi.
Pitman sedette, accingendosi a stappare la bottiglia di vino.
«Diventiamo vecchi, caporale, non possiamo nascondercelo. L'altro
giorno ho ricevuto una brutta notizia, sarà meglio che si prepari:
uno dei nostri se n'è andato.»
«È davvero una triste notizia, colonnello.»
«Il sergente maggiore Vanelli. Ci crederebbe, un pezzo d'uomo
come quello?»
«Sì, signore, mi ha parlato di Vanelli» disse Stein. In effetti, il
colonnello gliene aveva parlato in occasione delle sue due ultime
visite.
«Mi passi due di quei calici nell'armadietto alle sue spalle. Sì,
Vanelli ha lasciato la moglie e due figlie. Il miglior sottufficiale
del battaglione, direi. Non la pensa come me?» Prese un fazzolettino
di carta e ripulì con cura ogni traccia di deposito dal collo della
bottiglia, poi versò il vino nei due bicchieri che Stein aveva posato
sulla scrivania. «Hanno ricevuto la consueta liquidazione, naturalmente.
Gliel'abbiamo inviata nel giro di un paio di settimane,
come sempre. Era un mucchio di soldi, ma solo perché il dollaro
non è più quello dei bei tempi. Non è passato molto da che ci davano
più di quattro franchi svizzeri per un dollaro; adesso posso
dirmi fortunato se ne spunto uno e settanta. Rimarrebbe di stucco
se le dicessi quanto mi costa mandare avanti questa casa. E, con
tutto quel denaro vincolato in investimenti a tasso fisso e a lungo
termine negli Stati Uniti, negli ultimi anni abbiamo subito una
bella batosta. Credo di averle già mostrato le cifre, no?»
«Sì, colonnello, infatti. È una cosa che nessuno avrebbe potuto
prevedere.» Stein si portò accanto alla finestra. Il cielo si era
schiarito. Era una bella notte di primavera, abbastanza chiara perché
qualche uccello svolazzasse ancora nel cielo violaceo prima di
posarsi a dormire. Pitman si accostò anche lui alla finestra, come
per scoprire che cosa stesse osservando Stein. «Nessuno avrebbe
potuto prevedere quanto sarebbe accaduto sui mercati monetari»
disse Stein.
Boschetti di giovani betulle e qualche salice disegnavano arabeschi
sul lago liscio come l'olio. S'intravedevano appena i fari in
movimento delle macchine striscianti lungo la strada che costeggiava
l'altra sponda. Era sabato sera, e c'era parecchio traffico. Il
colonnello Pitman teneva in mano due bicchieri di vino. «Lo assaggi,
caporale» disse, porgendogliene uno.
«Grazie, colonnello» disse Stein con una cortesia che si confaceva
al rapporto tra padrone e sottoposto. In onore sia del colonnello
sia del clima, Stein aveva indossato un sobrio completo di lana
scura.
I due uomini bevvero, poi Pitman disse: «MacIver, ha detto
che si chiamava?».
«Del plotone di polizia militare. Era il loro tenente.» Sicché il
colonnello aveva pensato alla notizia recatagli da Stein per tutta la
durata della cena.
«Proprio non mi riesce di collocarlo» disse Pitman. «E lei è
andato a parlare con quelli della compagnia cinematografica?»
«Come le ho detto, colonnello. Mi hanno spiegato che Lustig,
l'uomo di cui aveva parlato MacIver, si trovava in Europa. Ho
parlato con un tale che si fa chiamare Max Breslow. A sentir lui,
probabilmente il film si farà.»
«Che tipo d'uomo è?»
«Il tipo con cui non vorrei mai salire su un aliante. Ho la sensazione
che sappiano qualcosa. Ho la sensazione che ci procureranno
un sacco di fastidi.»
«Abbiamo già un sacco di fastidi» disse Pitman in tono grave.
«Al telefono le ho detto che intendevo verificare di persona come
vanno le cose alla banca. Be', ho verificato, e ci si prospetta un disastro.»
«Un disastro?»
«La banca è nei pasticci. Siamo in conflitto col Creditanstalt.
Se non riusciamo a indurli a mutare atteggiamento, ho idea che finiremo
col perdere cento milioni di dollari.»
«Cento milioni di dollari.» Stein sorrise. «Vuole scherzare, colonnello.
Andiamo.»
«Vorrei proprio che fosse uno scherzo» disse Pitman. «E invece
temo che siamo stati vittime di un colossale raggiro.»
«Cento milioni di dollari» disse Stein con un fil di voce. Così,
dopotutto, era il colonnello a dovergli comunicare la notizia più
sorprendente. A questo punto, Stein aveva posato il bicchiere e gesticolava
con le braccia, sentendosi affogare in un mare di sgomento.
«Disponiamo di personale bancario svizzero e tedesco altamente
qualificato e ottimamente remunerato, giù in sede. Come diavolo è possibile che ci abbiano fregato milioni?»
«Il Creditanstalt è la più grossa banca austriaca, e appartiene
allo stato. Hanno dato a un certo Peter Friedman - e con tutta
probabilità si tratta comunque di un nome falso - lettere di credito
per cento milioni di dollari in vista di dieci grosse partite di prodotti
farmaceutici ferme nella zona franca dell'aeroporto di Zurigo.
Dai documenti risulta che Friedman esportava i medicinali
dall'Olanda in Jugoslavia, dove della faccenda si sarebbe occupata
la Interimpex, che è la società jugoslava per il commercio estero.
Friedman non può trasferire le lettere di credito della banca austriaca,
in quanto non sono trasferibili, però non gli si può impedire
di incassare il denaro, intestando i proventi a qualcuno.»
«E noi come ci siamo coinvolti?»
«La nostra banca ha dato il denaro a Friedman, in cambio dell'intestazione
dei proventi della vendita dei prodotti farmaceutici.
Un'operazione commerciale di normalissima amministrazione;
che peraltro può risultare assai redditizia, come è accaduto in passato.»
«D'accordo, colonnello, lasciamo perdere la pubblicità. Che
cos'è successo, dopo?»
«Friedman è sparito. Abbiamo controllato le casse in franchigia
all'aeroporto di Zurigo...»
«Aspirina?»
«Non esattamente, però roba ben lontana da come è descritta
nei documenti di spedizione. Varrà forse un paio di milioni di dollari.»
«E non possiamo comunque convertire in contante le lettere di
credito presso il Creditanstalt?»
«Almeno potessimo, ma le lettere di credito non sono negoziabili,
per cui non possiamo compiere l'operazione, e diventano prive
di valore se la transazione di import-export risulta in qualunque
sua parte illegale, o anche solo non corrispondente alla descrizione.
Nel caso specifico, non corrisponde alla descrizione; le casse
contengono altri tipi di medicinali. E oggi siamo venuti a sapere
dagli jugoslavi che quei prodotti farmaceutici non sono neppure
destinati alla Jugoslavia. La Interimpex funge solo da intermediaria
per conto di qualcun altro.»
«Merda!»
«Siamo vittime di un raggiro studiato con cura» disse Pitman.
«Io non sono un banchiere - non lo sono mai stato e non lo sarò
mai - ma ho imparato un paio di cosette in più di trent'anni passati
a tener d'occhio gli esperti di cui ci serviamo per mandare
avanti la nostra banca. Di una cosa sono certo: il vecchio signor
Krug è persino più sconvolto di lei. E i cassieri più giovani sono
preoccupati all'idea che la voce si sparga e possa pregiudicare la
loro carriera nel sistema bancario. Non si tratta di una faccenda
interna.»
«L'hanno interpellata, colonnello? Prima di pagare, l'hanno
interpellata? Lei si reca alla banca quasi tutti i giorni, stando a
quel che mi ha detto Erich.»
«Mi interpellano su tutto» disse Pitman. «Non fanno che entrare
e uscire dal mio ufficio, chiocciando come tante galline. Ho
addirittura sorpreso Krug nell'atto di controllare le banconote controluce
per vedere se avevano la filigrana, prima di incassare cinquanta
dollari da un turista. Ma questo sembrava un investimento
a prova di bomba... senza il minimo rischio.»
«E quanto alle referenze?»
«Friedman ci ha fornito eccellenti referenze. Il mio direttore
sospettava che i medicinali non fossero destinati alla Jugoslavia, in
quanto cento milioni di dollari sembravano una cifra esorbitante
perché un paese così povero li spendesse per acquistare un unico
tipo di medicinale. Ma questo, anziché far nascere dubbi, faceva
apparire ancor più sicuro l'affare. Non è la prima volta che accadono
cose del genere, e la banca ha guadagnato un mucchio di denaro
in simili operazioni.»
«Perché quei pazzi bastardi non hanno controllato a fondo le
referenze?»
«Calma, caporale. Non c'è niente da guadagnare a prendersela
troppo calda. È proprio quel che ha fatto il mio direttore. Abbiamo
ottenuto ottime referenze da una delle migliori banche della
Germania Federale. Diceva che Friedman faceva affari con loro
da otto anni ed era considerato un cliente di prim'ordine.»
«Non ci arrivo» disse Stein.
«Ho telefonato personalmente al presidente della banca, un
certo dottor Bottger. Mi ha detto che a loro non risulta che una
lettera del genere sia mai stata spedita. Inoltre, sostiene che non è
loro usanza rilasciare tali raccomandazioni.»
«E la lettera... No, non me lo dica.»
«È sparita dai nostri archivi.»
«Gesù!» Stein, furibondo, si diede una botta in faccia. «Cento
milioni di dollari. Siamo in grado di far fronte a una simile perdita?
E adesso che cosa succede?»
«Sono stato riluttante a lasciar trapelare la notizia delle nostre
difficoltà, ma dovrò rivolgermi alle altre banche perché ci aiutino.
Abbiamo tentato con una delle più grosse, ieri, ma ci hanno risposto
chiaro e tondo di no. Ma questo ha poca importanza. Usciremo
indenni dalla burrasca, caporale, ne sono convinto.»
«Perché proprio la nostra banca? Siamo i più stupidi?»
«Tutt'altro. Però eravamo i più adatti a questo tipo di raggiro.
Non c'è dubbio che gli interessati hanno studiato attentamente i
nostri metodi e forse hanno infiltrato qualcuno a trafugare le referenze
dagli schedari. Però di regola non è che le referenze siano
sottoposte ad accurata sorveglianza. Potrebbe averle sottratte persino
una donna delle pulizie. Non c'era motivo di ritenere che
avrebbero fatto gola a un ladro. Inoltre, ne sapevano abbastanza,
sui nostri metodi bancari, per intuire che avremmo detto di sì alla
proposta di Peter Friedman. Somigliava non poco a certe operazioni
da noi condotte in precedenza e da cui abbiamo ricavato lauti
proventi. E forse hanno intuito che l'avremmo finanziata da soli,
anziché consorziarci con altre banche.»
«E chi è questo dottor Bòttger? Che cosa sappiamo sul suo
conto?»
«È il presidente di una florida banca tedesca» disse Pitman.
«Merda» ripeté Stein, battendo la mano sulla poltrona in un'inutile
sfoggio di energia.
«Ormai non possiamo più farci niente» disse Pitman. «Meglio
che parliamo dei documenti. Ha visto il tenente Sampson?»
«Sì» rispose Stein.
«Un ottimo giovane ufficiale» disse il colonnello. «Un eccellente
ufficiale addetto ai trasporti, teneva sempre in perfetto ordine
le sue scartoffie, ricordo.»
«Be', non fa più l'ufficiale e certamente non è più tanto giovane»
disse Stein. «Gioco a poker con lui una sera alla settimana. È
diventato un noto avvocato con studi legali a Los Angeles, San
Francisco e Santa Barbara. Ormai quasi tutto il lavoro è affidato
ai suoi due soci. Jim Sampson si è pressoché ritirato dalla professione.»
«Il tempo vola» disse il colonnello.
«Okay» fece Stein. «Be', sono andato a trovarlo e gli ho raccontato
che c'è qualcuno che parla di fare un film sulla storia della
miniera di Kaiseroda.»
«E il suo parere legale qual è stato?»
«Non voleva assolutamente crederci!» disse Stein. «È crollato
a sedere ed è diventato pallido come un panno lavato. Ma un po'
alla volta si è abituato all'idea. Gli ho fatto notare che fare un film
sulla miniera di Kaiseroda non implica necessariamente che si veda
noialtri che rubiamo i camion. Forse vogliono solo raccontare
una storia sul tesoro.»
«E se non volessero solo raccontare una storia sul tesoro?»
«Sampson dice che la sezione Monumenti, Belle Arti e Archivi
e la commissione alleata per i danni di guerra, nel 1945 hanno
rilasciato dichiarazioni secondo cui non mancava niente. Secondo
Jim Sampson, il governo degli Stati Uniti, per intentare una qualsiasi
azione contro di noi, dovrebbe prima ammettere di aver mentito
nel 1945. E lo ritiene improbabile.»
«Adesso capisco perché i suoi soci hanno pressoché estromesso
Jim dallo studio legale» disse il colonnello Pitman cocciuto. «Lei
non mi aveva detto che è affetto da demenza senile. Non li legge i
giornali? Non sa che tutti i governi del mondo dicono bugie di continuo,
ogni santo giorno, e non danno segno di pentimento neppure
quando vengono presi in castagna?» Il colonnello Pitman allungò
la mano alla bottiglia e versò dell'altro vino per tutti e due.
«Che maledetto idiota, quel Sampson. Lo sapevo che non avrebbe
mai ottenuto i gradi di capitano.»
Stein cercò di blandirlo. «Secondo Jim, è improbabile che il governo
degli Stati Uniti intenti un'azione. Si limiteranno a dichiarare
che non ne sanno niente.»
«Molto freddo, calmo e controllato, eh?» fece il colonnello
Pitman sarcastico. «Ricorda Jim Sampson, il giorno che gli ho proposto
di associarlo alla nostra operazione?»
«Il tenente Sampson era responsabile del plotone manutenzione»
disse Stein. «Dovevamo averlo dalla nostra in modo che potesse
riferire alla polizia militare che ci era capitato un guasto meccanico
e avevamo dovuto fermarci sul ciglio della strada mentre il
resto del convoglio proseguiva.»
«Lasciamo perdere i particolari» disse Pitman. «Si ricorda
piuttosto le balle che Jimmy Sampson ci ha raccontato, a proposito
della madre malata che si sarebbe venuta a trovare in gravi difficoltà
se lo avessero sbattuto a Leavenworth?» Al ricordo della scena,
il colonnello lanciò una risatina crudele. Posò il bicchiere e attraversò
la stanza, accostandosi all'astuccio umidificato dei sigari
collocato accanto al vassoio degli aperitivi. L'aprì con l'apposita
chiavetta che allentava la pressione del coperchio a tenuta stagna.
«Ne vuole uno?»
Non attese la risposta, né Stein gliela diede. Non si era mai saputo
che rifiutasse un buon sigaro, e certamente non uno di quelli
che il colonnello Pitman si faceva mandare da Davidoff, il più fornito
tabaccaio di Ginevra.
Il colonnello scelse un grosso sigaro con estrema cura. «A me
li hanno proibiti,» spiegò «ma mi farà piacere guardare lei mentre
lo fuma.» Ne tagliò la punta, lo tese a Stein e glielo accese. «Che
cosa possiamo fare, caporale?» disse alla fine.
«La perdita di cento milioni di dollari ci spazzerà via» disse
Stein.
«La notizia si diffonderà» osservò il colonnello Pitman. «Forse
la banca potrebbe anche far fronte alla perdita, ma la mancanza di
fiducia ci impedirà, o quasi, di continuare a lavorare, a meno che
non troviamo qualcuno disposto ad assorbirci. Ci sono le garanzie
governative e via dicendo. Finora, non ho chiesto consiglio circa le
possibili implicazioni legali, perché non voglio che la notizia si diffonda
da un capo all'altro della città.»
«Diciamo due milioni di dollari di ricavo dalle casse di medicinali
fermi nella zona franca dell'aeroporto di Zurigo» calcolò
Stein. «Che altro abbiamo da vendere, in titoli a tasso d'interesse
fisso e oro e roba varia?»
«Forse tre quarti di milione di dollari» disse tristemente il colonnello.
«Ho dato fondo ripetutamente alle nostre riserve. Abbiamo
subito una terribile batosta in seguito al ribasso del dollaro.
Avremmo dovuto diversificare assai di più le nostre attività. Se
vendessi questa casa, forse riuscirei a raggranellare un altro milione.»
«Neanche a parlarne, colonnello» disse Stein. «Nessuno dei
ragazzi accetterebbe di vederla finire sul lastrico, e neppure in
qualche squallido appartamentino in città. Una volta spartito il
malloppo, ci toccherebbe ben poco. Abbiamo tutti quanti spartito i
profitti, adesso dovremo spartire le perdite.» Si fregò il naso.
«Suppongo che questo significhi la fine della banca.»
«Colpa mia» disse il colonnello Pitman. «Mi viene corrisposto
un lauto stipendio per amministrare il denaro di ciascuno di voi.
Non posso continuare a vivere nel lusso, dopo avervi mandato in
rovina.»
«Allora forse dovremmo vendere i documenti a Breslow, o al
miglior offerente» disse Stein.
«Cerchiamo di non cadere dalla padella nella brace» disse il
colonnello Pitman. «Per il momento, siamo solo a corto di denaro
e, diciamolo chiaro e tondo, nessuno dei ragazzi è in miseria. Se
mettessimo in vendita quei vecchi documenti, potremmo rischiare
di dover passare una quindicina d'anni rinchiusi a Leavenworth.
Vorrei sentire vari pareri legali prima di far sapere in giro quel
che abbiamo in mano.»
«Forse ha ragione» disse Stein.
«Lei ha letto tutta quella roba tanti anni fa» disse il colonnello
Pitman. «Mi ricordo di quando se ne stava di sopra, sepolto sotto
quel mucchio di carte. Che cosa contengono?»
«Robaccia di ogni genere» disse Stein evasivo. «Mio padre
parlava correntemente il tedesco. Ha sempre insistito perché lo
imparassi, ma lei sa come sono fatti i ragazzini. Faccio una certa
fatica a leggerlo, e la roba in nostro possesso è tutta scritta in quel
genere di linguaggio burocratico che rende incomprensibili persino
i nostri documenti ufficiali.»
«Ricordo che mi ha mostrato un plico di documenti» fece il colonnello.
«Era il verbale di una riunione. Allora mi è sembrato
molto eccitato in proposito, ha quasi saltato il pranzo.» Il colonnello
sorrise ironico. «Le pagine erano annotate e firmate ”Paul
Schmidt” a matita. Lei mi ha detto che si trattava dell'interprete
di Hitler.»
«Schmidt era il capo della segreteria e primo interprete di Hitler
e del ministero degli Esteri di Berlino.» Assaporò il sigaro,
esalandone delicatamente il fumo dalle narici. Gli ultimi barlumi
di luce lo trapassarono, sicché baluginò azzurrino come una manifestazione
soprannaturale.
«Ricordo» disse Pitman. Parlava come se lo sforzo della conversazione
fosse quasi eccessivo per lui. «Führerkopie, c'era stampato
su ogni foglio. Lei ha detto che era il verbale di non so quale
riunione segreta.»
«Proprio così» disse Stein sottovoce. Fuori, nel vestibolo, la
vecchia pendola batté la mezzanotte; i rintocchi musicali parvero
interminabili ed echeggiarono assai più sonori che di giorno. «Che
ne ha fatto, di quei documenti?» domandò il colonnello Pitman.
«È meglio che non lo sappia» disse Stein con la voce nervosa
del caporale Stein, il furiere che non commetteva mai un errore.
«Forse sì» convenne Pitman. Attraversò la stanza per andare
ad accendere altre luci, quasi sperasse che contribuissero a illuminare
anche la conversazione. Guardò il tappeto persiano appeso
alla parete. Era uno Shiraz: tutto ciò che rimaneva dei tesori della
miniera di Kaiseroda. Il tappeto era stato gettato dal camion
quando avevano cominciato a scaricarlo, con una macchia di sudiciume
sull'involucro di telone in cui era stato cucito. Il colonnello
ricordava ancora le scritte: Islamisches Abteilung, parte dei tesori
del museo statale prussiano, riposti nella miniera di salgemma per
preservarli dalle bombe alleate e dall'artiglieria dell'Armata Rossa.
Nell'atmosfera isterica di quella notte, Jerry Delaney, che era
al volante del primo camion subito dietro la jeep del colonnello,
aveva gridato: «Un regalo per il colonnello» e i soldati avevano
acclamato. Erano bravi ragazzi. Il colonnello Pitman si sentì gonfiare
una lacrima sul ciglio, ricordandoli. Ora sfiorò con la mano
la superficie del tappeto per tastarne la trama delicata e le frange.
Erano uomini in gamba, e lui era stato fiero di averli ai suoi ordini.
«Che cosa dobbiamo fare?» disse il colonnello Pitman.
«Dovremo saperne di più su quei cinematografari, colonnello.
Potrebbero essere molto pericolosi, ma...» mosse vagamente una
mano «ma forse ci si può accordare. Vediamo a che cosa mirano.»
Pitman si girò a guardarlo e annuì.
«Ho intenzione di portarmi in California qualche altro documento»
disse Stein. «Consegnerò loro un po' di paccottiglia giusto
per vedere come reagiscono. Intanto, lei si occupi della grana in
cui ci troviamo con la banca. Parli con le altre banche, veda se sono
disposte a sostenerci. Forse la faccenda ha a che fare con quel
Breslow.»
«Lei è il miglior giudice, caporale, ha sempre saputo cavarsela»
disse Pitman.


Capitolo 9.

Tutti i poliziotti che fanno servizio di pattuglia hanno un "posto
per mangiare”. Il più delle volte, la scelta cade su un bar-pasticceria.
I locali del genere tengono sempre pronto un bricco di
buon caffè e, se arriva una chiamata via radio durante la pausa, è
sempre possibile acchiappare al volo una ciambella e portarsela
appresso. Inoltre, di regola, i bar-pasticceria si trovano nei pressi
degli incroci più importanti, e la clientela può contare su uno spazio
abbastanza vasto per parcheggiare. Tutto sommato, un bar-pasticceria
è il posto giusto per mettersi a cercare un poliziotto.
Le auto in sosta davanti al Big O Do-nut Shop, nel punto in
cui la superstrada di Santa Monica scavalca La Brea, erano parcheggiate
muso contro il muro, con l'eccezione della ”bianca e nera”.
Questa aveva il muso rivolto verso la carreggiata, nella posizione,
cioè, in cui tutti gli autisti della polizia lasciano i veicoli
mentre fanno una pausa di ristoro. I due agenti in uniforme erano
visibili attraverso le vetrate del locale illuminato. Erano le 11,34 di
sera del 2 giugno, un sabato, quando un abitante del quartiere, un
meccanico diciottenne a nome William Dawson, si accostò al tavolo occupato dai due agenti per informarli che intendeva denunciare
un delitto. Il gesto di civismo era dettato da certe difficoltà che
Dawson in quel periodo aveva con l'ufficio della contea che si occupava
dei condannati in libertà vigilata.
Dawson, il cui interessamento per le automobili andava dalle
riparazioni al furto e alla guida sotto l'effetto della droga, era stato
incuriosito dalla presenza in La Brea di una Cadillac verde piuttosto
malconcia. Si trattava di una Fleetwood Eldorado del 1970,
col motore da 8,2 litri - il più grosso motore di serie del mondo.
Nel verbale, Dawson dichiarava di aver esaminato attentamente la
macchina con l'idea di scoprirne il proprietario per acquistarla.
Sosteneva di avere l'intenzione di adattare il motore a un hot rod
che si stava costruendo, anche se più di un agente presente all'interrogatorio
aveva espresso l'opinione che Dawson si preparava
invece a rubare l'auto.
Ai due agenti che lo avevano accompagnato alla Cadillac in
sosta, Dawson aveva indicato alcune macchie di sangue sulla superficie
stradale, sotto la macchina. Forzato il capace bagagliaio,
avevano scoperto il corpo legato di un uomo. Difficile stabilirne
l'età, perché la testa era stata spiccata dal busto e risultava irreperibile.
Il fetore, la prima cosa che aveva indotto Dawson a rivolgersi
alla polizia, era tale da indicare che la vittima era morta da
almeno una settimana. Uno degli agenti vomitò. Per l'aiuto fornito
alla polizia, a Dawson venne data una lettera, in cui si esponevano
i fatti, da consegnare al tribunale superiore della contea di Los
Angeles che lo aveva rilasciato in libertà vigilata.
Che l'assassino, o assassini, fosse stato interrotto o disturbato
mentre commetteva il delitto, risultò palese al funzionario incaricato
delle indagini nel giro di poche ore. Sembrava probabile che il
criminale, o criminali, si proponesse di fare sparire sia la Cadillac
sia il cadavere, scaraventando l'auto nell'Oceano Pacifico. Il computer
della polizia rivelò che la macchina era intestata a certo Bernard
Lustig, abitante in una grande casa a Portuguese Bend, nella
penisola di Palos Verdes, un lussuoso sobborgo localmente noto come
”La Collina”.
La mattina dopo, domenica 3 giugno, quando gli investigatori
si recarono alla villa in stile ranch di Lustig, venne ad aprire la
porta una cameriera che parlava spagnolo. Il signor Bernard
Lustig non era in casa. Se n'era andato verso le nove di sera di mercoledì
23 maggio, in compagnia di due signori con cui se n'era stato
a bere e a chiacchierare per circa un'ora. La cameriera, la cui
conoscenza dell'inglese era alquanto limitata, riteneva che i tre uomini
avessero parlato di cinema, l'argomento spiegò, che maggiormente
interessava il suo datore di lavoro. Anzi, aggiunse, da quando
si era separato dalla moglie, quattordici mesi prima, l'industria
cinematografica era stata l'unico e solo interesse del signor Lustig.
Il tenente Harry Ramirez, della sezione investigativa, esaminò
la ragazza da capo a piedi: era giovane e carina.
«Potrebbe mostrarmi i suoi documenti?» fece Ramirez. «Ha il
permesso di soggiorno per stranieri?»
«Tiene tutto quanto mia zia a casa sua, a San Diego» rispose
la ragazza.
«Patente di guida rilasciata dallo stato della California?» La
ragazza fece segno di no. Ramirez attaccò a parlare in spagnolo.
«Metà degli abitanti della contea di Los Angeles sostiene di aver
lasciato i documenti da quella sua zia di San Diego» le disse irritato.
«Posso farmeli mandare» replicò la ragazza, senza batter ciglio.
Sapevano tutti e due che era una balla. La ragazza aveva passato
il confine senza permesso di lavoro. Ma Ramirez sapeva anche
che, persino ai bei tempi, gli immigrati clandestini che aveva
espulso, tornavano in California a lavorare nel giro di una settimana.
Ora, da che il Messico aveva scoperto il petrolio, era difficile
persuadere i funzionari dell'ufficio immigrazione persino a
compilare le relative carte. Ramirez sbuffò e imprecò contro la ragazza.
Se ricordava lo scrupolo con cui suo padre aveva affrontato
tutta la trafila necessaria per ottenere i documenti legali, in modo
che Harry e i suoi fratelli e sorelle potessero crescere come cittadini
americani, s'infuriava all'idea che le autorità chiudessero un occhio
sull'ingresso nel paese di quella generazione di clandestini.
«Tu ci vai a letto assieme» disse Ramirez. «Non dirmi di no,
sonò sicuro che ci vai a letto assieme... puta!»
La ragazza attaccò a piangere. Che dipendesse dalla vergogna
per essere stata chiamata puttana, o dalla prospettiva dell'espulsione,
nessuno avrebbe saputo dirlo, neppure la ragazza.
«È morto» urlò Ramirez. «Gli hanno tagliato la testa, e ancora
non l'abbiamo trovata. Forse è qui.»
La ragazza sgranò gli occhi, atterrita.
«Avanti, parlami di quegli uomini» disse Ramirez.
La ragazza fece segno di sì e sedette stancamente. «È vero»
disse in tono triste. «Una volta sono andata a letto con lui. Una
volta sola. È stato dopo che è morto suo padre. Piangeva. Era così
triste...» Nonostante la piena collaborazione della ragazza, la descrizione
dei due uomini rimase frammentaria.
Il primo indizio valido raccolto dagli agenti della sezione omicidi
in merito all'uccisione di Lustig fu conseguenza della fretta
degli assassini. Allo scopo di impedirne l'identificazione, avevano
asportato la testa e iniziato a tagliargli le mani. I tecnici del laboratorio
di medicina legale strapparono il rivestimento interno del
bagagliaio e scoprirono, proprio sotto il serbatoio, un orologio d'oro
da polso ultrapiatto con datario. Un taglio recente nel cinturino
di pelle confermò che era stato indossato dalla vittima (e l'orologio
venne riconosciuto come appartenente a Lustig dalla cameriera).
In base alla supposizione che la mutilazione del cadavere avesse
avuto luogo subito dopo l'uccisione, l'orologio forniva
un'indicazione dell'ora e della data probabili dell'assassinio. L'orologio era
fermo sulle 2,23 del mattino del 24 maggio, subito dopo la visita
dei due uomini.
Il secondo indizio venne raccolto alcuni giorni dopo. Marilyn
Meyer era una delle donne poliziotto che pattugliavano le strade
del centro di Los Angeles a bordo di speciali vetturette monoposto,
dalle quali scendevano ad appioppare la contravvenzione alle
macchine in sosta vietata. Al pari di tante belle ragazze di Los Angeles,
era giunta in città con l'idea di far carriera nel cinema e c'era
rimasta a godersi il clima.
Fu la nostra poliziotta a ricordarsi della Porsche sport nera
parcheggiata di fronte all'ufficio di Bernard Lustig, il pomeriggio
di mercoledì 25 maggio, e ancora lì il mattino seguente. Ricordava
che il foglietto della contravvenzione che aveva infilato sotto il tergicristallo
della macchina il giorno precedente era ancora al suo
posto e che gliene aveva aggiunto un secondo. Non si trattava di
una zona in cui vigesse la rimozione forzata della vettura, sicché
non aveva preso altre iniziative, però la Porsche parcheggiata con
noncuranza sulla carreggiata le era rimasta in mente. Aveva notato
la targa dell'Illinois e si era rammaricata che i trasgressori provenienti
da un altro stato riuscissero a farla franca, pur violando il
codice stradale in modo così sfacciato. Arrivò a dire a un amico che
le autorità cittadine avrebbero dovuto trovare la maniera di esigere
le ammende oltre i confini dello stato.
Il tenente Ramirez inoltrò una richiesta ufficiale di identificazione
all'ispettorato della motorizzazione civile del capoluogo dell'Illinois,
Springfield, dove il computer rivelò che il proprietario di
una Porsche nera 928 con quel numero di targa era un certo Edward
Parker. Ulteriori indagini rivelarono che Edward Parker e
la moglie, una donna di origine giapponese, vivevano a Chicago da
nove anni; in precedenza, Parker era vissuto per più di tre anni a
Toronto, in Canada, e prima ancora risiedeva oltremare. Le suddette
ricerche estrassero altresì dal computer il codice di tre cifre
indicante che tutte le indagini di polizia riguardanti Edward Parker
dovevano prima ottenere l'autorizzazione a procedere da parte
del Federal Bureau of Investigation (Sezione Identificazione) di
Washington, D.C. Il maldestro assassinio di Bernard Lustig, anziché
avere l'apparenza di una semplice sparizione, aveva dato il
via a un'inchiesta in piena regola su un caso di omicidio. Ai primi
di giugno, i particolari della faccenda vennero a conoscenza della
sede centrale del KGB, a Mosca. In quale misura fosse noto al
KGB anche il modo avventato in cui Parker aveva rischiato di essere
coinvolto nell'inchiesta, non si sa. Certamente, nel frattempo
dovevano aver avuto luogo varie riunioni tra gli ufficiali della Sezione
Illegali della Prima Direzione, da cui dipendeva direttamente
Edward Parker, e gli specialisti della Divisione Comunicazioni,
i quali, se le cose si fossero messe al peggio, gli avrebbero
trovato una scappatoia e smantellato temporaneamente le reti più
vitali.
In conseguenza di tali riunioni a Mosca, uno dei più eminenti
e più esperti ufficiali del KGB si recò in volo a Città del Messico,
dove il lunedì 11 giugno ebbe luogo una riunione presso l'ambasciata
sovietica. La singolare costruzione turrita, non dissimile da
quel genere di follia gotica in cui i ricchi industriali dell'Ottocento
installavano le loro amanti, si acquatta dietro alti alberi sparsi e
un muraglione di cinta. Era una giornata caldissima, e malgrado
il ronzio del condizionatore, attraverso i doppi vetri dello studio
privato dell'ambasciatore giungeva il rumore ininterrotto del traffico
dalla Calzada de Tacubaya. Sua Eccellenza non partecipava
alla riunione; gli era stato chiesto di lasciare la stanza, dato che
era quella sottoposta più di recente a controlli per scoprire se vi
fossero stati installati congegni elettronici di ascolto.
La fretta con cui Mosca aveva organizzato quella riunione a
Città del Messico è dimostrata dai documenti che il Direttivo delle
Operazioni Tecniche - quello cioè incaricato di fornire la documentazione,
e autentica e falsificata, del KGB - aveva consegnato
al rappresentante della sede centrale. Indicato sul passaporto
diplomatico come funzionario consolare di terzo grado, era in realtà
un generale del KGB.
Era un individuo alto, dal volto grigio, sparuto al punto che
l'ossatura e i tendini del viso e delle mani si delineavano chiaramente
sotto la pelle, come in un modello anatomico. Il generale
Stanislav Shumuk, nato a Kiev, nell'Ucraina, fu riconosciuto dagli
agenti americani che lo fotografarono mentre entrava all'ambasciata
quel giorno di giugno.
Shumuk si era creato una reputazione verso la fine degli Anni
Sessanta quando, con l'aiuto di un computer, aveva compilato
schede particolareggiate su migliaia di cittadini canadesi che avevano
parenti in Polonia, nella Repubblica Democratica Tedesca o
nell'URSS. Un'alta percentuale di tali persone era di origine
ucraina e Shumuk ne aveva arruolate sistematicamente parecchie
al servizio del KGB, minacciando rappresaglie contro i loro parenti.
L'operazione, definita magistrale nella relazione segreta del
1969 inoltrata dalla segreteria del KGB al Comitato Centrale, era
servita a giustificare il costo dell'enorme computer di cui era stato
dotato il KGB nell'aprile del 1972. Si trattava del più grosso
calcolatore in funzione nell'URSS, per massa d'informazioni
contenute nel suo cervello.
Stanislav Shumuk consultò l'orologio di acciaio che teneva nel
taschino del panciotto. Il generale indossava un completo di flanella
grigia, dal taglio moscovita alquanto sciatto in confronto a
quello impeccabile del vestito su misura di Edward Parker. Parker
era arrivato con mezz'ora di anticipo rispetto all'inizio della
riunione, essendo giunto in volo la sera prima da Kingston, in
Giamaica, dove si era recato per un congresso.
Shumuk mise via l'orologio. «Per che ora era atteso Grechko?»
«Dabbasso hanno detto che aveva prenotato sul volo diretto
Braniff, il cui atterraggio è previsto per le due.»
«Trattandosi di una riunione fissata per le due e mezzo» osservò
Shumuk «lo giudico poco riguardoso.»
Parker assentì col capo. Sapeva che sarebbe stato inutile suggerire
di iniziare la discussione senza Grechko. Shumuk aveva fama
di uomo ligio alle regole dell'etichetta.
Era la prima volta che Edward Parker incontrava il famoso
generale, il quale aveva gli angoli della bocca piegati all'ingiù in
un perenne sorrisetto beffardo e, dipinta sul viso, un'espressione di
disprezzo per ogni cosa, dalla bella, vecchia stampa raffigurante
Carlo Marx alla giungla di piante in vaso che riempivano il vano
delle finestre inondate di sole. L'unica cosa che riscuotesse l'approvazione
di Shumuk erano le minuscole cicchere di caffè nero
forte che la sguattera messicana serviva loro ogni quarto d'ora o
giù di lì.
Erano le tre passate quando arrivò Yuri Grechko. Prevedendo
l'umore del suo superiore, appariva agitato e nervoso. Far le scale
a due gradini alla volta era stata un'idea sconsiderata: l'altitudine
di Città del Messico sconsiglia sforzi del genere, e Grechko entrò
nella stanza ansimando e rosso in viso. Quando Parker gli strinse
la mano, notò che aveva il palmo sudaticcio, e senza dubbio lo notò
anche Shumuk.
Stanislav Shumuk aprì la valigetta e prese a rovistare tra le
sue carte. Gli altri due lo stettero a guardare. C'era soltanto qualche
anno di differenza tra Edward Parker e Shumuk, ma appartenevano
a due generazioni diverse. ”Stask” Shumuk aveva combattuto
in prima linea con l'esercito sovietico, o Armata Rossa, come
allora veniva ancora chiamata. Era uno dei giovani ufficiali che
avevano portato al fronte i distaccamentei della NKVD durante
il primo violentissimo attacco sferrato dai tedeschi nell'estate del
1941; tali distaccamenti avevano avuto il compito di rafforzare la
resistenza dell'Armata Rossa, e ci erano riusciti ricorrendo al plotone
di esecuzione. Colonnelli, generali, persino commissari politici
erano caduti sotto il loro piombo durante i cupi giorni in cui l'avanzata
tedesca aveva raggiunto i sobborghi di Mosca.
La fama che si era guadagnata in quel periodo, grazie ai suoi
plotoni di esecuzione, non aveva di certo nuociuto alla sua carriera.
Dopo la guerra, Shumuk si era applicato, con la stessa spietata
determinazione, agli studi presso l'università di Mosca, prima di
riprendere servizio come vicecapo della Sezione Addestramento e,
in seguito, responsabile del Comitato Acquisizioni della Prima Direzione
per un anno. Shumuk era assai poco cambiato rispetto all'allampanato
tenentino della NKVD in uniforme priva di contrassegni,
la spalla ammaccata dal rinculo del fucile e l'espressione
impassibile. Aveva ancora la stessa voce atona con cui a quel tempo
leggeva le condanne a morte, gli stessi occhi di un grigio slavato,
lo stesso cranio rasato e gli stessi fianchi sottili, grazie alla pratica
quotidiana di uno strenuo esercizio fisico.
Shumuk alzò gli occhi a scrutare i due colleghi, e nel suo
sguardo non c'era traccia di ammirazione. Ne concluse che erano
individui mentalmente, moralmente e fisicamente inferiori a lui.
Yuri Grechko, col suo costoso abbigliamento occidentale, i capelli
ricciuti e la bocca molle, era un decadente, se non un depravato.
Era stato corrotto dal tenore di vita occidentale e dalla vita comoda
consentitagli dalla sua posizione diplomatica, e non avrebbero mai
dovuto affidargli l'incarico di vitale importanza di residente legale
negli Stati Uniti. Era troppo giovane, troppo inesperto e troppo
privo di nerbo. Shumuk decise di farlo presente nel suo rapporto.
Edward Parker non valeva molto di più: aveva trascorso gli anni
tra il 1941 e il 1945 non certo a militare nella resistenza contro le
orde fasciste, bensì a montare la guardia a un qualche remoto deposito
di rifornimenti, in vista di un'invasione giapponese che non
si era mai verificata. Ora, mentre sua moglie e la figlia ormai
grande lavoravano all'ufficio prenotazioni dell'Aeroflot e faticavano
a sbarcare il lunario in uno dei sobborghi meno salubri di Sverdlovsk,
Parker conviveva con una giapponese non meglio identificata
e abitava in una grande casa a Chicago. La giapponese era
iscritta al partito da molto tempo, naturalmente, e quella sistemazione
era stata approvata, se non addirittura sollecitata dalla sede
centrale di Mosca, ma Shumuk era abbastanza all'antica per giudicarla
disgustosa.
Si accese una sigaretta. Era all'antica anche riguardo alle sigarette;
preferiva quel rozzo tabacco Makhora. Allontanando spazientito
il fumo con sottili dita ossute, notò che Edward Parker
arricciava il naso: doveva aver fiutato l'aroma del tabacco; che gli
rammentasse la giovinezza, come la rammentava a Shumuk?
Non c'è da stupirsi, dunque, che la riunione fosse contrassegnata
da un clima di animosità e recriminazione. Shumuk esordì
annunciando che aveva già deciso di mettere da parte Parker e
suggerì di dargli tempo sino alla fine di giugno, per riorganizzare
le sue reti. Parker si sarebbe presentato personalmente a rapporto
alla sede centrale di Mosca lunedì, 2 luglio.
Vi fu qualche istante di impacciato silenzio prima che Yuri
Grechko esprimesse il suo dissenso riguardo a tale piano. Risultava
evidente a tutti i presenti che Grechko aveva scarse probabilità
di sopravvivere al drastico rimescolamento che sicuramente avrebbe
fatto seguito alla sostituzione del residente illegale. Le discussioni
proseguirono per più di due ore. Grechko e Shumuk avevano
già avuto occasione di scontrarsi nella sede di piazza Dzerzhinskij,
e questa volta la disputa degenerò in qualcosa di più di un semplice
scontro verbale. Fu Edward Parker a dirimere la questione:
spiegò che si era recato a Los Angeles semplicemente perché il suo
agente richiedeva la sua presenza sul posto. In qualità di residente,
era suo pieno diritto prendere una decisione del genere. Inoltre,
disse loro, si serviva di un agente che avrebbe potuto rifiutarsi di
lavorare con qualsiasi altro residente cui Mosca avesse deciso di
affidare l'incarico. Gli ci erano voluti anni di fatica per instaurare
rapporti con alcuni dei suoi uomini chiave. Superfluo discutere
dell'opportunità di un suo richiamo a Mosca, a meno che il KGB
non fosse disposto a ricostruire da cima a fondo le reti smantellate.
Era una contromanovra offensiva, naturalmente. Shumuk se
ne rese conto; e anche Grechko. Grechko sudava; il viso grigiastro
di Shumuk era agitato da un tic, come gli capitava quando infiltrava
i suoi agenti alle spalle delle linee tedesche negli ultimi mesi
di guerra, nel tentativo di prender contatto con i resti del partito
comunista ungherese e cecoslovacco. Di quegli agenti, pochi erano
sopravvissuti, però l'impresa era riuscita. Ungheria e Cecoslovacchia
erano attualmente democrazie proletarie, la cui stabilità deponeva
a favore della polizia politica segreta che Shumuk aveva
contribuito a insediarvi. Shumuk ne andava fiero, così come
dell'Ordine di Aleksandr Nevskij di cui era stato insignito per meriti
di guerra.
Le parole aspre e le grida si spensero di colpo; come di comune
accordo, lo scontro era concluso. Grechko si torceva le mani e Parker
si lasciò cadere in una massiccia poltrona di quercia, collocata
nel vano della finestra tra la selva di piante.
Era tutto a posto per gli altri due, pensò Parker. Shumuk si
preoccupava unicamente delle scartoffie che lo attendevano sulla
sua scrivania di Mosca, e quanto a Grechko, se anche le cose fossero
andate di traverso, al massimo poteva temere di essere dichiarato
PNG, cioè persona non grata. Soltanto per Parker si profilava
la minaccia di vent'anni da scontare in un penitenziario federale,
una sentenza per cui poteva star certo di crepare in prigione.
«In Ucraina,» disse Shumuk con petulanza «abbiamo un detto,
secondo cui vi sono incubi dai quali l'unica scappatoia è il risveglio.»
Gli altri due lo guardarono senza replicare. La loro ostilità era
inequivocabile. Disse Shumuk: «Vi concedo ancora un mese». Riprese
in mano le sue carte. Non aveva fatto il minimo accenno ai
documenti cavati dalla cartella, notò Parker, non li aveva neppure
citati o letti. Se ne serviva unicamente per giocherellarci; l'Unione
Sovietica abbondava di uomini che amavano gingillarsi con i documenti
ufficiali. «Personalmente, sarei contrario» soggiunse Shumuk.
«Lasceremo passare ancora un mese, ma personalmente sarei
contrario.» Rimise le carte nella borsa e la chiuse con la combinazione.
Poi adocchiò sprezzante i due uomini e uscì dalla stanza
impettito come una vecchia duchessa.
«Apparatchik!» disse Grechko irritato, benché di solito non
fosse incline a criticare le tendenze burocratiche dei suoi superiori.
Parker, che ci aveva messo dodici anni ad assimilare gli usi e
costumi del Nordamerica, osservò: «È uno stronzo, Grechko, e lei
lo sa bene».
Grechko sorrise nervosamente. «Mi parli di quel Kleiber di
Los Angeles» si affrettò a dire. «È fidato? Che cosa sa di lui?
Continuerà a lavorare per noi?»
Parker scrollò le spalle, bevve il fondo del caffè ormai freddo e
tornò a scrollare le spalle.
Grechko attese qualche altra reazione, che però non venne. La
scrollata di spalle poteva significare che Kleiber era fidato oppure
che non lo era. Poteva significare che Parker non lo sapeva, oppure
che non aveva intenzione di discutere della faccenda.


Capitolo 10.

La missione in California non si rivelò una sinecura consistente
nell'abbronzarsi ai bordi di una piscina, come aveva previsto
Kitty, l'amichetta di Boyd Stuart. Un paio di settimane dopo, ancora
tutt'altro che abbronzato, Stuart sedeva in un tetro ufficio sul
Venice Boulevard di Los Angeles, a parlare con un giovane inglese
zelante.
In quel punto, non lontano dalla superstrada, il viale è un'arteria
a sei corsie sovrastata da un intrico di cavi, fiancheggiata da
palme e costellata di distributori di benzina e di sale di riunione a
carattere religioso. Le costruzioni sono basse e tirate su alla bell'e
meglio. In giugno sono caldissime e invase dal frastuono incessante
del denso traffico.
Il Secret Intelligence Service di Londra si era messo in contatto
con l'uomo nuovo delle Lustig Productions, Max Breslow. Era
stato scovato un giovane addetto commerciale presso l'ambasciata
britannica di Washington, che aveva già avuto l'occasione di trattare
con Breslow circa una precedente produzione cinematografica.
Il giovanotto era stato spedito in tutta fretta a Los Angeles col
compito di imbattersi ”per puro caso” nella sua vecchia conoscenza
alla Polo Lounge del Beverly Hills Hotel.
L'ospite di Stuart indossava un blazer di flanella blu con i bottoni
d'oro e lo stemma di un'associazione automobilistica sul taschino.
Aveva i capelli lunghi e dritti, al pari del naso. Anche a
prescindere dall'accento e dall'abbigliamento, sarebbe stato impossibile
scambiarlo per qualcos'altro che non fosse ciò che Jennifer
definiva ”Eton e Harrods”.
«In effetti, ci sarebbero notevoli vantaggi, se questo tizio girasse
davvero il film in Inghilterra» disse il visitatore. Lasciò vagare
lo sguardo per lo squallido ufficetto che il dipartimento aveva messo
a loro disposizione per l'incontro. Era la sua prima esperienza
con i servizi segreti di Sua Maestà britannica.
«Mi risparmi i discorsetti da imbonitore» disse Boyd Stuart
stancamente. «Si limiti a parlarmi di Max Breslow.» Da qualche
parte, sul retro dell'edificio, si udiva qualcuno che si esercitava a
far le scale su un pianoforte stonato.
«Se si serve di tecnici britannici e degli studi cinematografici
inglesi, si possono ottenere speciali agevolazioni fiscali, non soltanto
i normali permessi governativi concessi a tutti i film.»
Era proprio l'uomo che ci voleva, notò Stuart con approvazione.
Nessuno avrebbe potuto dubitare che i discorsi di quel ragazzo
non fossero sinceri. Stuart si domandava quanto gli avessero rivelato,
prima di spedirlo lì. «Quanti anni ha Breslow? Quanto ne
sa, di cinema?»
«È abbastanza vecchio per mettere in piedi un film» disse il
giovanotto, sorridendo. Si versò dell'altro tè dalla teiera sulla scrivania.
«È un uomo d'affari. Ha organizzato un paio di piccole
produzioni a New York con denaro di provenienza tedesca e le
ha vendute alla televisione in forza di un montaggio alquanto rozzo.
Ha importanti conoscenze in Germania.»
«Televisione?»
«Televisione, qui in America, ma film proiettati nelle sale
cinematografiche in Europa e in Asia. Si usa molto, di questi
tempi.»
«Soltanto due film?»
«Due soltanto, qui, ma ne ha prodotti una dozzina o più a basso
costo in Europa, perlopiù presso gli studi tedeschi. Lavora con
un produttore esecutivo che si occupa della parte squisitamente
tecnica, mentre lui, Breslow, bada a trovare i finanziatori.» Bevve
un sorso di tè, poi disse: «Breslow non è un magnate del cinema di
quelli di una volta. Non è un Goldwyn né un Cohn. Non s'incontreranno
mai grandi stelle che sorseggiano champagne ai bordi
della sua piscina. Non abita a Beverly Hills o a Bel Air. Ha un
modesto appartamento in un piccolo condominio dalle parti di
Thousand Oaks, sulla strada per Ventura, e la piscina è in comune
con i vicini. No, Breslow non è un cinematografaro. Basta parlare
con lui cinque minuti per accorgersene. Non saprebbe distinguere
uno zoom da una bottiglietta di Coca, e non ha niente in
contrario ad ammetterlo». Il giovanotto allungò i piedi davanti a
sé e si appoggiò la tazza di tè sul petto. Doveva senz'altro trattarsi
di un gesto copiato da qualche anziano precettore, da uno zio ricco
o da un ambasciatore, pensò Stuart. «Potrà constatare da sé se è
dello stesso parere: le ho combinato un invito a cena da Breslow,
per domani sera. Crede che lei rappresenti una ditta disposta a investire
denaro nel cinema.» Gli esercizi al pianoforte s'interruppero
per un lasso di tempo misericordiosamente lungo, poi ripresero
da capo.
«Breslow ha passato la cinquantina... potrebbe anche averne
sessanta, ben portati. Non ho esperienza in queste faccende di cappa
e spada.» Il visitatore sorrise, ma visto che il suo sorriso non
era ricambiato, proseguì: «Piuttosto alto, capelli folti, senza un filo
bianco. Stretta di mano ferma e decisa, ammesso che la cosa abbia
una qualche importanza, e molto cordiale».
«Hanno inserito i suoi dati nel computer?»
Il visitatore bevve il tè e guardò Stuart. A Washington gli avevano
lasciato capire che avrebbe dovuto incontrarsi con uno dei più
quotati agenti dei servizi segreti, ma il giovanotto trovava Boyd
Stuart più maturo, più stanco e di gran lunga meno raffinato di
quanto avesse supposto. «Ah, be',» disse «questa è una cosa di cui
non dovrei essere messo al corrente, però direi che è piuttosto improbabile.»
«Improbabile, perché?»
«Le istruzioni che mi hanno fornito sono piuttosto vaghe, vecchio
mio, ma presumo che finora i nostri amici americani non siano
stati informati. E sappiamo tutti e due che qualsiasi informazione
inserita nel computer di Bonn è risaputa a Washington tempo
ventiquattr'ore.»
Stuart annuì e ne concluse che il suo ospite era meno sciocco di
quanto si potesse desumere dal suo modo di fare. «Beva un'altra
tazza di tè,» disse «e mi racconti che cos'altro ha scoperto su di
lui.»
«Se l'è portato dall'Inghilterra, suppongo» disse il visitatore,
osservando Stuart versare il tè. «E davvero strano, compro la stessa
marca di tè inglese al supermercato di Washington, ma non ha
mai lo stesso sapore.»
«Crede che lo farà, il film?»
«Mi è sembrato che non avesse troppa fretta.»
«Ho sentito dire che ha già pronta la sceneggiatura.»
«Lui dice che non è ancora a punto.»
«Da dove arrivano i finanziamenti?»
«Lui dice che sono tutti soldi suoi.» Il visitatore si grattò il
mento. «Secondo me, però, sta coprendo qualcuno. Non so che cosa
lei stia combinando con quel tipo, però le consiglierei prudenza.»
«Che cosa intende dire?»
«È sua quella Porsche là fuori?» Buttò lì la domanda con noncuranza.
Troppa noncuranza.
Stuart rise. «Magari! A Londra passo la maggior parte del
tempo libero steso a terra sotto una Aston Martin del 1963.»
Il giovanotto si rianimò. «Una DB4! Beato lei. A Washington,
ho pescato una Sunbeam Tiger equipaggiata con un motore americano
V8, ma uno dei cuscinetti mi fa dannare. Attualmente, è
smontato... È una delle ragioni per cui ho tirato un bel po' di accidenti,
quando mi hanno ordinato di venire qui sulla costa. Dovrebbe
vedere il mio garage: ci sono pezzi di motore dappertutto.
Se entra mia moglie e inciampa in una delle bacinelle in cui ho
messo a mollo le valvole...» Fece una smorfia per indicare quanto
ne avrebbe sofferto. «Così, non è sua quella Porsche, eh?»
«Ma quale Porsche, accidenti?»
«L'ho vista all'aeroporto al mio arrivo. Era parcheggiata nel
posteggio dell'albergo. Poi ieri l'ho vista percorrere lentamente il
Sunset Boulevard mentre chiacchieravo col nostro amico
Breslow.»
Boyd Stuart si alzò e si accostò alla finestra. «Dov'è ora?»
«In un parcheggio dall'altra parte della strada, di fronte al
Pioneer Chicken.»
Stuart guardò attraverso i vetri schermati che venivano reclamizzati
come uno dei modi per ridurre i costi dell'impianto di condizionamento.
Consentivano a chi stava nell'ufficio di non essere
visto dai passanti. Sull'altro lato della strada si scorgeva a malapena
il retro di una Porsche nera, seminascosta da un furgoncino
Chevrolet. Dentro la Porsche sedeva Willi Kleiber, e al volante
c'era Rocky Paz, un tipaccio locale trasformatosi in venditore di
automobili. Ma se anche Stuart li avesse visti in faccia, non ne
avrebbe ricavato niente: non aveva mai avuto occasioni di conoscerli.
«Una Porsche» disse, dubbioso. «Non è esattamente una
macchina che passi inosservata, le pare?»
«In questa città, sì. Può constatarlo da solo; le strade pullulano
di Porsche, soprattutto nere.»
«Nel qual caso, forse, la sua reazione è eccessiva» disse Stuart.
«Come fa a essere sicuro che si tratti della stessa Porsche che ha
visto? Ha preso la targa?»
«Ha la targa dell'Illinois. E ha un riflettore a manovra manuale
montato dietro il parabrezza, non perfettamente centrato: è
una Porsche 928 del 1978. Sono sicuro che si tratta della stessa
macchina.»
«All'aeroporto, dice?»
«Quando sono sbarcato dall'aereo, arrivando da Washington.
C'era una probabilità su un milione che la notassi, ma io noto
sempre un'auto del genere.»
«E al volante, sempre lo stesso individuo?»
«Non sono riuscito a vedere chi c'era dentro, purtroppo. Ho
pensato che fosse uno dei suoi uomini, se devo essere sincero.»
«E la Datsun verde accanto al marciapiede è sua?»
«Noleggiata alla Hertz; all'aeroporto.»
«Mi dia tre o quattro minuti per mettermi al volante. Poi
monti sulla Datsun e faccia un giro per Palos Verdes Drive. Ha
capito dove voglio dire? Diamogli un'occhiata. E disposto a farmi
questo piacere?»
«Può scommetterci! Dice sul serio?»
«E non si fermi finché non troviamo un bel rettifilo deserto,
senza stazioni di servizio né spacci McDonald. Lo costringeremo a
darci una spiegazione.»
«Si fidi di me» disse il giovanotto, galvanizzato da un entusiasmo
tutto nuovo.
«E chiuda la porta, quando se ne va.»
Boyd Stuart aprì l'anta del ripostiglio che conteneva un paio di
scope e qualche elenco del telefono e rovistò tra le grucce di fil di
ferro in cerca della sua giacca. La indossò e disse: «Un momento,
però. Facciamo in un altro modo. Perché non prende invece la mia
macchina? E una BMW bianca con i vetri schermati».
«Niente strisce iridescenti o luci lampeggianti sul tetto?» fece
il giovanotto in tono sarcastico.
«E io prendo la sua Datsun. D'accordo?»
Il visitatore cavò di tasca le chiavi della macchina e gliele diede.
«È un'auto a nolo, ricordi. Non la scassi.»
«Bene» disse Stuart, consegnandogli le chiavi della BMW. Intanto,
Stuart aveva cominciato ad avere qualche ripensamento circa
quell'avventura, ma ormai non era più il caso di esprimerli.
«Se mi perde di vista, mi telefoni a casa stasera.» Diede un'occhiata
all'orologio. «Diciamo alle dieci e mezzo.»
«Non la perderò di vista» fece il visitatore. «Ho fatto abbastanza
rally per tener dietro a una Datsun con una BMW. Però
non posso garantirle di non perdere di vista la Porsche, se quello si
accorge di quanto sta succedendo.»
Quel giorno, a Los Angeles, il termometro sfiorava i 38 gradi.
Il caldo vento Santa Ana recava il puzzo acre del deserto e rendeva
insopportabile la città. In alto, il cielo era bianco e sinistro. Stuart
infilò in fretta le chiavi nella Datsun e avviò il motore. Osservò la
BMW profilarsi sulla strada e, guardando nello specchietto retrovisore,
fece in tempo a vedere il guidatore della Porsche nera che
gettava gli avanzi del pollo nella pattumiera, assieme a una manciata
di patate fritte e a un bolo di insalata di verze. Il finestrino
schermato si chiuse con un ronzio e l'auto rabbrividì in una sorta
di foschia azzurrina, mentre il motore si accendeva rombando.
Quando Stuart mise in moto la Datsun, la Porsche uscì sobbalzando
dal parcheggio del Pioneer Chicken. Stuart si accodò alle due
macchine lungo il Venice Boulevard.
Sulla superstrada sopraelevata di San Diego, il traffico era
scarso e scorreva veloce in direzione sud. Stuart adeguò la propria
velocità a quella delle altre auto e dei camion, e rintracciò la Porsche
nera e la sua BMW sulla corsia uno. Le sorpassò entrambe e
si piazzò in modo da poterle scorgere nello specchietto. Poi la Porsche
accelerò improvvisamente e il giovanotto dell'ambasciata la
tallonò. Una vera sciocchezza.
A un certo punto del complicato incrocio in corrispondenza
dello svincolo per la superstrada di Marina, Stuart perse di vista
le altre due macchine. Prima erano chiaramente visibili alle spalle
di un gigantesco furgone Vons, ma poi il grosso veicolo articolato
cambiò corsia per imboccare lo svincolo che lo avrebbe portato alla
Marina del Rey e, così facendo, bloccò a Stuart la visuale, come
quando cala il sipario sull'ultima scena di una commedia. Quando
la sagoma del camion sparì dallo specchietto retrovisore, riapparve
la corsia sopralevata, ma deserta, questa volta. Maledizione! Le
due auto erano uscite dalla superstrada. Stuart proseguì per altri
sei o settecento metri, prima di scorgere un altro cartello di uscita:
gli parvero lunghi centocinquanta chilometri. Portò l'auto sulla
corsia riservata al traffico lento e si avventò giù per la rampa in
corrispondenza di Centinela Boulevard. La strada, a senso unico,
non ha sbocchi. Stuart infilò la strada e montò sul marciapiede, rasentando
una Buick con una donna infuriata al volante, per compiere
un'inversione di marcia vietata al semaforo, e per poco non
andò a sbattere contro il grosso cartello che segnalava il divieto di
manovre del genere in quel punto. Tornò indietro sotto la sopraelevata,
col motore rombante entro i muraglioni di calcestruzzo. Solo
allora si rese conto che non esistevano accessi alla superstrada, e
cambiò corsia per svoltare a sinistra. Passando col giallo, costrinse
un motofurgoncino a lampeggiare, mentre rischiava di investire
una motocicletta. Stuart tornò a imprecare. Per immettersi sulla
corsia nord della superstrada dovette percorrere un isolato, prima
di trovare la successiva rampa di accesso.
Quel lato della superstrada era affollato di pendolari che si
mettevano in viaggio di buon'ora per tornare dalle famiglie nella
valle. Stuart zigzagò attraverso il denso traffico che di tanto in tanto
rallentava fin quasi a passo di lumaca. Delle altre due macchine,
neppure l'ombra, e a un certo punto Stuart uscì dalla superstrada
e tornò alla Marina del Rey. L'ufficio gli aveva trovato alloggio
sul Hare Krishna II, un cabinato di venti metri ormeggiato
nei pressi del California Yacht Club, e dotato di corrente elettrica,
telefono e antenna televisiva.
Mise il condizionatore al massimo, si tolse di dosso tutti gli indumenti,
si versò una generosa dose di whisky di malto e ne bevve
una sorsata prima di infilarsi sotto la doccia. Era stata una giornata
deludente, e Stuart era perdipiù impacciato dal fatto di dover
lavorare in una città di cui aveva soltanto una conoscenza superficiale
e dove era quasi del tutto privo del genere di contatti che gli
servivano. Si avvolse in un grosso accappatoio e guardò l'ora. In
Inghilterra, era ormai notte fonda; rinunciò all'idea di telefonare a
Kitty. Accese il televisore e passò rapidamente da un quiz a premi
a un cartone animato del leprotto Bugs Bunny a un film in bianco
e nero sulla Rivoluzione francese. Si preparò un toast al prosciutto,
aprì una lattina di noccioline miste e si mise a guardare un
telefilm. L'imbarcazione dondolò pigramente quando un grosso
panfilo mollò gli ormeggi.
Alle nove e mezzo trillò il telefono. Una voce cortese si informò
se parlava col signor Boyd Stuart.
«Distretto Bastioni, Dipartimento di polizia di Los Angeles.
Sergente Hernandez. Stiamo investigando su un incidente stradale.»
«Che cos'è successo?»
«Lei ha noleggiato una BMW bianca al Citisenta Rentcar?»
«Esatto. Dove si trova?»
«In questo momento la stanno rimorchiando con un carro attrezzi,
signor Stuart. Quand'è che ne ha notato la mancanza?»
Stuart fece lavorare in fretta il cervello, nel tentativo di decidere
se fosse il caso di confermare che l'auto gli era stata rubata.
«È ancora in linea, signor Stuart?» domandò il sergente di polizia.
«Il ladro è rimasto ferito?»
«Può ben dirlo, signore. Il serbatoio è esploso, incendiandosi e
propagando il fuoco su tre corsie della superstrada del Porto. Dell'uomo
non è rimasto niente che ne consenta l'identificazione, temo.»
«Nessun'altra automobile coinvolta nell'incidente?»
«No, signore. Abbiamo pensato che fosse stata rubata. L'agenzia
di noleggio è già stata informata dell'incidente - è così che
abbiamo ottenuto il suo numero di telefono - ma lei dovrà venire
alla stazione di polizia domani per sbrigare con me le formalità
d'uso. Chieda dell'Ufficio Indagini in corso. A mezzogiorno le va
bene?»
«Ci vediamo a mezzogiorno, sergente Hernandez.»
Stuart cavò il taccuino dalla tasca della giacca. C'era un numero
di telefono scribacchiato a margine della pagina degli indirizzi.
Gli avevano detto di servirsene solo in caso di emergenza. E
quello era proprio un caso di emergenza. Fece il numero e si sentì
dire dalla segreteria telefonica che in quel momento il dottor
Curtiss era assente ma, se l'interlocutore avesse lasciato nome e indirizzo
e numero di telefono, l'avrebbe richiamato. Se chi chiamava
stava davvero male, soggiunse la voce registrata, si sarebbe provveduto
a inviargli immediatamente un ortopedico per un intervento
di emergenza.
«Sto malissimo» disse Stuart e fornì l'indirizzo di Pasadena
sud che a Londra gli avevano suggerito di indicare in una situazione
del genere.
Sedette a luci spente e con le tende scostate. Scorgeva le luci
del porto riflesse sull'acqua e i profili scuri di innumerevoli imbarcazioni.
La professione di ortopedico era un'ottima copertura per
un controllo, pensò. Abbastanza facile ottenere una licenza, il che
gli consentiva di recarsi dovunque, a qualsiasi ora del giorno o
della notte.
L'ortopedico arrivò a mezzanotte. Stuart lo udì percorrere rumorosamente
il barcarizzo. Era l'uomo cui Londra aveva affidato
il compito di sorvegliarlo. C'erano agenti operativi che potevano
agire per anni, senza mai incontrarsi col loro controllo, e Stuart
studiò il suo uomo con interesse. Si trattava di un quarantenne
dalla carnagione olivastra, i capelli tagliati corti e gli occhi stanchi,
che di tanto in tanto si sfregava col dorso della mano stretta a
pugno. Indossava calzoni di tela celeste, una camicia aperta sul
petto e un cardigan blu di cashmere. Reggeva una borsa di cuoio
nera che depositò appena varcata la soglia.
«Tiriamo le tende, se non le dispiace» disse l'uomo. Attraversò
la cabina e le accostò senza attendere risposta.
«Il male...» attaccò Stuart.
«Lasci perdere tutte quelle scemenze che le hanno ordinato di
dire a Londra» fece l'uomo. «Mi versi uno scotch con acqua e mi
racconti perché mi ha costretto a interrompere la mia partita a
scacchi.»
Stuart gli porse il whisky e lo osservò allungarlo con un bel po'
d'acqua. Poi l'uomo accese il televisore, sintonizzandolo sul canale
giapponese. «Venga vicino e parli sottovoce» disse l'uomo.
«Non avete controllato se ci sono microspie sulla barca?» domandò
Stuart.
«Sicuro che abbiamo controllato, ma perché correre rischi?»
Bevve un sorso. «Gioca a scacchi?»
«Giusto per passare il tempo» rispose Stuart.
«Noi giochiamo a soldi, e mi avviavo a vincere stasera...» Fece
una smorfia. «Non importa, mi dica tutto.»
Stuart gli raccontò la storia da cima a fondo. Concluso che ebbe,
l'uomo se ne stette un bel po' senza manifestare alcuna reazione.
Fissava il piccolo schermo del televisore come se gli interessasse
sul serio la gara canora giapponese. «L'uscita dalla superstrada
di Centinela Boulevard» disse finalmente. «È l'unica che mi venga
in mente, in tutta la città, dove non esista una rampa d'accesso
dall'altra parte.»
«È per questo che me li sono lasciati scappare» disse Stuart.
«Può darsi che l'abbiano scelta proprio per questo motivo. Sarebbe
proprio un bel modo per farlo. Tenersi sulla corsia a scorrimento
veloce fino all'ultimo momento... attraversare bruscamente
per portarsi all'uscita e piantarla in asso più avanti, senz'altra
possibilità che quella di imboccare la rampa di Centinela per trovarsi
imbottigliato nel traffico... Peccato che non abbia osservato
più attentamente l'uomo sulla Porsche.»
«Vuol dire che è stato un omicidio premeditato?»
Il controllo non gli rispose. Disse invece: «I poliziotti incaricati
di investigare sugli incidenti stradali seguono una trafila che
chiamano Indagini in corso. Non voglio che ci si lasci immischiare.
Faccia in modo da restarne fuori, quando parlerà con quel sergente
Hernandez.»
«D'accordo.»
«Mi dia le chiavi della Datsun di quel ragazzo; me ne occupo
io. Le procurerò un'altra macchina e infilerò le chiavi nella cassetta
della posta un bel po' prima di mezzogiorno. Si scordi di aver
mai visto quel ragazzo inglese dell'ambasciata di Washington. Dica
ai poliziotti che aveva lasciato la sua auto al parcheggio del porticciolo
con le chiavi nel cruscotto. Un sacco di gente lo fa; i poliziotti
non ci troveranno niente da ridire. C'erano altre chiavi nel
mazzo?» domandò, di colpo ansioso. I cantanti giapponesi stavano
diventando un po' troppo rumorosi.
«Adesso cambio stazione.»
«Lasci stare» disse il controllo. «C'erano altre chiavi?»
«No, soltanto quelle della macchina a nolo.»
«Ne è certo?»
«Sì, ne sono certo» disse Stuart con forza.
«Be', una cosa giusta almeno l'ha fatta» disse il controllo sospirando.
Stuart lasciò correre: quando uno viene strappato a una
partita che sta vincendo, merita una certa indulgenza. «Vada
egualmente a cena da Breslow domani. Non accenni al fatto di
aver perso la macchina, a meno che non abbordi lui l'argomento.
Faccia l'innocentino. Dica che quel tizio dell'ambasciata le ha telefonato
per combinarle l'appuntamento.»
«Potrebbe darsi che Breslow abbia avuto mano nel delitto» disse
Stuart, irritato dall'atteggiamento noncurante dell'uomo.
«Così, lei non è soltanto un giovanotto di bell'aspetto» disse
il controllo con finta ammirazione. Allungò la mano alla valigetta di
cuoio nero e l'aprì, mostrando un grosso plico di documenti e una
scatola di cartone. Aprì la scatola prima di consegnarla a Stuart.
«Le ho portato questa» disse. Era una calibro 38 nuova di zecca,
di acciaio bluastro, ancora avvolta nella speciale carta oleata di
protezione. «Sa usarla, suppongo?»
«Prendere la mira e tirare il grilletto?»
L'uomo scosse il capo e si frugò in tasca in cerca delle munizioni.
«No. Prima bisogna caricarla.» Prese la pistola, l'aprì e fece
girare il tamburo. «Ci faccia la mano. Io torno alla mia partita.»
Si alzò in piedi e ingollò il resto del whisky.
«Buona fortuna«disse Stuart.
Il controllo sorrise, per la prima volta. «Anche a lei, amico»
disse. «Si rende conto che quei tali che hanno fatto a pezzi la
BMW bianca, con tutta probabilità credevano che a bordo ci fosse
lei?»
«Non sono soltanto un giovanotto di bell'aspetto» disse Stuart.
«Non compri una fondina per quell'arma. Se la infili nella
cintola. È difficile sbarazzarsi di una fondina se si ha fretta, e io
potrei non esserci, a cavarla d'impiccio.»
«Posso spegnere il programma di canzonette giapponesi, adesso?»
domandò Stuart.
«È capace di farlo da solo?» disse il controllo, mentre risaliva
il barcarizzo.
Stuart ricordò il giovanotto perspicace, proprietario dell'auto
sportiva col motore smontato che non sarebbe più stato rimesso assieme,
e solo con notevole difficoltà resistette alla tentazione di
prendersi una sbronza. Coinvolgere un estraneo in una missione
operativa era considerato un errore imperdonabile, e quel ragazzo
era un "diplomatico”. Stuart sapeva che la cosa sarebbe stata annotata
nel suo fascicolo personale a lettere di fuoco.


Capitolo 11.

Incuneata tra le montagne e la superstrada, sul confine della
contea dalla parte di Ventura, Westlake è una "comunità pianificata”
distribuita con gusto attorno a un lago artificiale. Abbonda
di innumerevoli piscine e vasche termali, di campi da tennis e di
scuderie, e c'è un country club dove, dalle finestre panoramiche del
ristorante, i soci reduci dal bagno nella piscina a onde artificiali
possono ammirare il paesaggio sorseggiando un cocktail, e pregustare
soddisfatti il momento in cui sarà completato il secondo percorso
di golf a diciotto buche.
Max Breslow uscì dalla superstrada di Ventura all'altezza
dello svincolo per Westlake. Entrò nell'enorme parcheggio del
centro commerciale, superò le agenzie immobiliari, la gelateria
Swensen's, il Joe's Photo e i parrucchieri. Notò la Chevette gialla
di sua moglie con l'adesivo "Piccolo è bello” sul paraurti, in sosta
di fronte al supermercato e posteggiò la sua Mercedes 450 SEL
di fronte al Wally's Delicatessen.
«Buona sera, signor Breslow» disse il direttore.
«Buona sera, Wally» rispose, accettando la diffusa finzione
che il direttore fosse proprietario del negozio.
«La sua ordinazione è quasi pronta. Posso prepararle qualcosa
da bere mentre la incartano?»
«Il solito, Wally.»
«Un Bloody Mary come si deve in arrivo, signore.»
Max Breslow notò con approvazione che il direttore doveva
aver messo in fresco una lattina di succo di pomodoro in attesa del
suo ingresso, perché la bibita gli fu servita non appena l'ebbe ordinata.
Ne bevve un sorso, mentre il direttore spiava la sua reazione.
«Perfetto» disse Breslow. Il direttore sorrise e se ne andò a
prendere le aringhe in salamoia e il prosciutto della Westfalia che
gli aveva ordinato per telefono. Breslow si rese conto di essere stato
manipolato in modo che bevesse qualcosa. Con tutta probabilità
i generi alimentari non erano ancora pronti, ma la cosa non gli dispiacque.
Era sempre contento che qualcuno, uomo o donna che
fosse, ritenesse facile manipolarlo, perché in tal modo era in grado
di indovinarne più agevolmente le motivazioni e mantenere per sé
il controllo definitivo di qualsiasi situazione. Era proprio il tipo di
rapporto che aveva instaurato con Charles Stein. Se quel ciccione
s'illudeva di metter nel sacco Max Breslow, benone, Max non intendeva
certo privare Stein di quella soddisfazione. Anche a distanza
di anni, un bel po' dopo che fosse sistemata quella delicata
faccenda, Max Breslow avrebbe lasciato che Stein si vantasse dei
verbali di Hitler, se avesse voluto. Max si sarebbe accontentato di
portarsi nella tomba il segreto. Con Kleiber, però, era diverso.
Breslow aveva la sgradevole sensazione che a quel punto Kleiber
avesse preso in mano le fila della faccenda.
«Ciao, tesoro.»
Max alzò gli occhi e sorrise. Sua moglie aveva cambiato pettinatura,
e Max sapeva che era importante dire qualcosa in proposito.
«Sei splendida, mia cara» disse. La giacca di seta italiana e
relativa gonna erano di un modello esportato solo negli Stati Uniti.
Il pomeriggio passato all'istituto di bellezza, la lieve tintura ai
capelli, il rossetto e l'ombretto applicati con tocco professionale, la
sciarpa vivace che portava al collo, tutto le conferiva quell'aria sana
di chi vive molto all'aria aperta che rendeva così attraenti ai
suoi occhi le donne della California, e la faceva sembrare tanto più
giovane della sua età.
E Marie-Louise si era adattata a quella parte del mondo con
uno zelo che ancora stupiva suo marito; seguiva corsi di ikebana e
di cucina messicana a basso contenuto calorico, e persino suonava
dischi di sitar sull'impianto quadrifonico. Eppure, malgrado tutto
il tempo trascorso in America, Marie-Louise non era riuscita a
eliminare del tutto le tracce di accento berlinese. Max Breslow
scacciò il pensiero dalla mente e diede alla moglie un bacetto superficiale
per non sciuparle il trucco. Avrebbe avuto una pronuncia
un po' gutturale, pensò rassegnato, finché fosse vissuto, e finché
fosse vissuta lei, anche, probabilmente.
«Non ti sarai scordato che abbiamo gente a cena?» gli rammentò.
«Non me ne sono scordato» disse lui. Aveva pensato a quel
Boyd Stuart mentre tornava a casa in macchina, attraverso il canyon.
Willi Kleiber, che su cose del genere ne sapeva molto di più
di lui, riteneva che Stuart fosse un agente dei servizi segreti inglesi.
Sarebbe stata una serata interessante, pensò Breslow. Quella
cui apparteneva Stuart era un'organizzazione che Max Breslow
teneva in grande considerazione.
Marie sedette accanto al marito, ma rifiutò di bere un aperitivo.
Stava ancora tentando di perdere un paio di chili. Era assurdo
che aspettasse lui, dal momento che avrebbero dovuto tornare a casa
ciascuno sulla propria auto, ma lei preferiva così. Il direttore
arrivò col prosciutto e le aringhe in involti di spessa carta impermeabile
con la scritta «Wally's Dell» e un cartoncino che diceva:
«Ci dispiace che non possiate essere dei nostri, ma vi preghiamo di
tornare presto - Wally».
Max si gingillò con i pacchetti. Era contento che sua moglie
gli avesse chiesto di ordinare quella roba. Aveva temuto un ennesimo
pasto a base di vichyssoise, seguita da quenelles, passato di verdure
e budino bavarese. E sua moglie non era la sola a essere ossessionata
da quelle nuove macchine per la preparazione dei cibi:
a ogni cena cui erano invitati, o quasi, ormai si servivano soltanto
pappine omogeneizzate. Max le detestava.
«Me li scrivi tu, i cartellini segnaposti, Max, tesoro? Io sbaglio
sempre l'ortografia.»
«E in che ramo di affari è lei, signor Stuart?»
Boyd Stuart sedeva accanto alla padrona di casa, ma Max
Breslow interruppe una conversazione sulla scarsità di benzina
per rispondere dall'altro capo del tavolo: «Il signor Stuart sta esaminando
la possibilità di investire parte del denaro della sua ditta
in un film che ho in preparazione».
Calò il silenzio, poi Marie Breslow invitò i commensali a servirsi
una seconda volta della sua mousse al limone. Al che Max
Breslow reagì con un sorriso forzato di disapprovazione. A volte si
domandava se sua moglie si divertisse a provocarlo.
«Il signor Stein ci si è trovato» annunciò Max Breslow senza
preavviso, spezzando il silenzio. Accennò col capo all'indirizzo di
Charles Stein, che in quel momento teneva sollevata una grossa
ciotola di vetro intagliato dalla quale scucchiaiava sul proprio
piatto gli ultimi resti di mousse.
«E dove?» fece l'individuo barbuto che sedeva di fronte a
Stuart. Era uno psichiatra che abitava assieme alla moglie, la quale
insegnava l'arte di rilassarsi ai delinquenti dei quartieri orientali
di Los Angeles, in una palazzina su due piani asimmetrici,
poco distante dalla casa dei Breslow.
«A Merkers, in Turingia... una località della Germania. Ho
intenzione di farci un film.»
«Ah, quel posto» disse il barbuto. «Mi giudicherebbe male se
mi versassi un altro goccio di quel vino tedesco? Dovete essere gli
ultimi rimasti a Westlake che ancora tengano duro contro i bianchi
californiani.»
Max Breslow sorrise, senza far commenti.
Stuart disse: «M'interessa sapere che lei si trovava a Merkers,
signor Stein. È entrato personalmente nella miniera?».
«Il posto dove è stato rinvenuto il tesoro» spiegò la signora
Breslow alla moglie dello psichiatra.
«Non posso risponderle di sì» disse Stein. «Ed è un vero peccato.
Non mi sarebbe dispiaciuto metter le mani su un po' di quella
roba che ci hanno trovato.»
Charles Stein era troppo massiccio per le delicate seggioline
della sala da pranzo, troppo massiccio, persino, per la sala in se
stessa, con la fragile credenza antica e i tavolini di servizio. Sedeva
col pancione premuto contro l'orlo del tavolo, ora che aveva finito
anche la seconda abbondante porzione di mousse al limone dopo
averle versato sopra fin l'ultima goccia di panna dal bricco. Ora
aveva rivolto la sua attenzione al cestello di pane nero e fette biscottate
che accompagnava il vassoio dei formaggi. Scelse una fetta
di pumpernickel, che spalmò di burro prima di addentarne un angolo.
«Il signor Stein era amico dell'uomo che ha scritto il soggetto»
spiegò Max Breslow. «Sarà di grandissimo aiuto allo sceneggiatore.»
«Chuck» disse Stein. «Mi chiamano tutti Chuck.»
Si dondolò sulle gambe posteriori della sedia antica. La signora
Breslow lo stava a guardare a bocca aperta, inorridita.
«Lei si trovava sul posto?» insistette Stuart.
«Ero aggregato a un battaglione trasporti della fureria» disse
Stein. Si protese, allungando il coltello, e tagliò una fettina di Camembert
che s'infilò in bocca. «I nostri uomini hanno rimosso
parte della roba dalla miniera.» Le sue parole suonarono distorte
dal boccone di formaggio.
«È riuscito a rintracciare molti degli uomini che si trovavano
sul posto?» domandò Stuart a Max Breslow.
«Non ne rimangono più molti» disse Breslow. «È passato tanto
tempo, e qualcuno è morto, altri sono malati, hanno dimenticato
o desiderano dimenticare.»
«Ma è poi passato tanto tempo?» fece Stuart.
«Nella maggior parte dei casi, i militari implicati nella faccenda
erano gente di retrovia» disse Stein, dandosi da fare per affondare
il coltello nella crosta dello Stilton. «Le unità combattenti
erano composte di elementi giovanissimi e in perfette condizioni fisiche,
ma l'età media degli uomini dei servizi ausiliari era assai
più alta, e ci mandavano anche gli inabili.»
«A quanto mi risulta,» disse Stuart «non c'era solo oro nella
miniera, ma anche quadri, libri rari e documenti segreti.»
Stein si ficcò in bocca il resto del formaggio e del pumpernickel
in modo da poter tendere ambo le mani a spostare il vaso di fiori
sistemati con arte. Ora Stuart poteva vedere chiaramente il grassone:
aveva quel tipo di corporatura che è la disperazione di qualsiasi
sarto. Il vestito di lino bianco si era già cincischiato e stazzonato,
e il bavero era macchiato di sugo.
«Libri rari» disse Stein, annuendo. «Materiale raro dell'esercito
tedesco, archivi governativi segreti... roba nazista e documenti
personali riguardanti Hitler in persona.»
«Come fa a saperlo?»
«Ne ho maneggiato una parte e ho visto gli inventari. Lavoravo
in sala di rapporto. Hanno usato il nostro ciclostile per duplicare
i documenti. Uno dei sergenti, un certo Vanelli, ne ha tirato
una copia in più e se l'è tenuta come ricordo.»
«Interessante» commentò Stuart. «È
rimasto in contatto con
Vanelli?»
«So dove si trova» disse Stein, guardando Stuart dritto negli
occhi.
«Mi piacerebbe conoscerlo» disse Stuart.
«Dubito che sia possibile.»
«Basta parlare di cinema» disse la signora Breslow, recando
una grossa cuccuma di caffè. «Mettiamoci comodi, volete?» Tornò
a guardare Stein, bilanciato sulle gambe posteriori di una delle sue
fragili seggioline.
«Le dirò una cosa» fece Stein, senza distogliere lo sguardo da
Stuart. «In quella miniera c'era roba che potrebbe rovinare la reputazione
di Winston Churchill dalla sera alla mattina.» La sua
voce suonò stridula e innaturalmente sonora nella piccola stanza.
Lo psichiatra barbuto si girò in modo da volgere verso Stein
l'orecchio buono, anziché quello da cui ci sentiva un po' meno, e vi
accostò anche la mano a coppa per udire meglio. «Che cosa c'era a
proposito di Winston Churchill?» domandò con blando interesse.
«Voci, Charles. Semplici voci» disse Max Breslow a Stein con
studiata calma. Porse a Stein un bicchiere panciuto e tolse il tappo
da una caraffa di brandy. Stein se ne stette a guardare, mentre
l'altro versava il brandy.
«Voci, forse» convenne Stein, lentamente e con una certa riluttanza,
come un ragazzino stizzito.
«Andiamo a sederci in salotto» invitò Max Breslow in un tono
gioviale che denotava soddisfazione per la risposta di Stein.
Tutti i commensali si levarono in piedi. La moglie dello psichiatra
fu la prima a entrare nel vasto salotto affacciato sul laghetto
artificiale. Al moletto di ogni casa era ormeggiata una piccola
imbarcazione, col motore che ronzava piano mentre ricaricava le
batterie al cavo della corrente. Non era consentita la presenza di
motori a scoppio per evitare l'inquinamento dell'acqua. Sull'altra
sponda del lago, gli inquilini e gli ospiti di altre case gesticolavano
e si agitavano all'interno delle scatole di vetro illuminate da luci
gialle: una dozzina di drammi da casa di bambola, riflessi nell'acqua
scura.
La moglie dello psichiatra allargò le braccia e piroettò abbastanza
velocemente da far gonfiare il lungo vestito di seta di Pucci.
«Abbiamo mangiato divinamente, Marie-Louise.» Era una delle
pochissime persone, oltre a Max, che la chiamavano Marie-Louise.
«Ha mai assaggiato un poulet au champagne così squisito, signor
Stein?»
«No,» disse Stein «mai.»
«Lei è davvero gentile» disse la signora Breslow. Fino a che
punto la sua vicina cercasse di sfoggiare la propria abilità psicologica,
non avrebbe saputo dirlo, però le era grata per il tentativo di
alleviare quella che avrebbe potuto trasformarsi in una scena
imbarazzante tra il signor Stein e il giovane inglese. La
signora Breslow prese a versare il caffè in minuscole
chicchere Limoges.
«Provi anche qualche cioccolatino» disse a Stein nel tono incalzante
e complice di chi non rispetta la dieta. «Boeri di una piccola
pasticceria di Monaco. Max me li comprava sempre, prima che ci
sposassimo.»
Stein se ne cacciò uno in bocca, lo spezzò con i denti, assaporò
il ripieno al liquore e allungò la mano a prenderne un altro prima
ancora di inghiottire il primo.
«Dove li compra?»
«Max se li fa portare da Monaco dal suo socio» disse la signora
Breslow.
«Non mi ha parlato di un socio a Monaco» fece Stein. Sorrise
alla donna. «Ma questi boeri sono una squisitezza, signora Bre-
slow. Una vera squisitezza.» Sollevò il coperchio della scatola sopra
la testa tanto da dover piegare il collo per leggere l'etichetta.
«Sissignore.» Pescò un altro boero, mentre deponeva la scatola sul
tavolo.
«Conoscete la barzelletta del ritrovamento di Hitler a San
Paolo del Brasile?» disse Stein all'improvviso, la bocca piena di
cioccolato e ciliegia. Tutti si girarono a guardarlo. «Allora, gli
chiedono di tornare a governare la Germania. No, fa lui, se ne
guarda bene. E quelli, a tentare di persuaderlo. Fanno intervenire
gli addetti alle pubbliche relazioni e i pubblicitari. Gli offrono soldi
e qualsiasi cosa voglia.» Stein si guardò attorno per vedere se
gli altri lo ascoltavano. Lo ascoltavano tutti. «Hitler dice che a
San Paolo ci sta benissimo. Ha quasi finito di pagare il mutuo della
casa, e ha un figlio grande e una figlia sposata, avuti dalla seconda
moglie. Non vuol neanche sentir parlare di tornare in Germania.
Alla fine, però, cede. Ma prima di tornare a rifare il dittatore
in Germania, pretende una sola cosa... già!» Stein agitò un
dito nell'aria, imitando i gesti di Hitler, e urlò rauco: «Questa volta,
però, si fa sul serio!». Stein rise per indicare che era la battuta
conclusiva della barzelletta.
Stuart l'aveva già sentita raccontare, ma rise egualmente. In
qualche modo, Stein era riuscito a infondere nell'esile storiella tutto
il pathos della sua anima ebraica. Detta da lui, quella barzelletta
diventava buffissima. Stein scoppiò in una sonora risata e Stuart
gli fece eco. Ma nessun altro rise.
«Ne so un milione, di barzellette come questa» disse Stein.
La compagnia si sciolse verso le undici: lo psichiatra aveva una
seduta con un paziente di buon'ora, e sua moglie aveva prenotato
il maestro di tennis per le sette e mezzo. «Lo vogliono tutti quanti»
spiegò.
Boyd Stuart si stava alzando per prender congedo, quando
sentì la mano di Charles Stein sulla spalla. «Rimanga a bere una
altra tazza di caffè e un altro bicchierino di qualcosa» disse
Breslow. «Dobbiamo parlare d'affari, mia cara» spiegò alla moglie.
«Io non farei che sbadigliare o dire solo sciocchezze» osservò
lei, rivolta a Stuart. «Se vuole scusarmi, me ne vado difilato
a letto.»
«Ma certo, signora Breslow. E grazie per la squisita cena e la
piacevolissima serata.»
«Attacca la lavastoviglie prima di venire a letto, tesoro» disse
la donna al marito.
Max Breslow diede alla moglie un bacetto distratto prima di
aprire l'anta della credenza antica per prendere il miglior brandy
che aveva. «Charles ha qualcosa da mostrarci» disse da sopra la
spalla. Stein andò al guardaroba vicino all'ingresso e ne tornò reggendo
a fatica una pesante scatola rettangolare. Slegò lo spago con
meticolosa precisione e cavò dal contenitore di cartone una vecchissima
cassetta di metallo. Si trattava di uno schedario a prova
di fuoco, di quelli in uso presso l'esercito tedesco per il trasporto
dei documenti dello stato maggiore di un reggimento o di una unità
combattente. Nel caso specifico, la cassetta aveva gli angoli lucidi
per il logorio, ma sulla vernice verde corrosa dal tempo erano
ancora a malapena leggibili una combinazione di lettere e numeri,
sei in tutto per l'esattezza, e le istruzioni relative alla chiusura del
coperchio a prova di fuoco. Sul lato esterno rimanevano le tracce
di grossi caratteri che potevano essere stati BBO, e c'era una grossa
chiazza lucida che dava l'idea che qualcosa fosse stato deliberatamente
cancellato.
«Sa il tedesco, signor Stuart?»
«Abbastanza bene» disse Stuart. Breslow annuì e scambiò
un'occhiata d'intesa con Stein. Gli inglesi non sarebbero stati così
stupidi da mandare uno che non parlasse correntemente il tedesco.
«Ha mai sentito nominare il dottor Morell?» domandò Stein.
«Il dottor Theodor Morell?»
«Il medico personale di Hitler?»
«Bene» disse Stein, nel tono in cui un maestro di scuola elogerebbe
la risposta insolitamente intelligente di un alunno un po'
tardo. Prese a estrarre dalla cassetta di metallo varie cartelline di
cartone contenenti plichi di documenti di diverso spessore. «Non
soltanto il medico personale di Hitler, ma un individuo dal quale
Hitler dipendeva in tutto e per tutto, che lo accompagnava
ovunque e aveva su di lui ancor più ascendente di Martin Bormann.
Hitler diceva a tutti che il dottor Morell gli aveva salvato la vita
ripetutamente.» Stein batté la mano sulla pila di documenti.
«Queste sono le cartelle cliniche del dottor Morell sul suo paziente
Adolf Hitler!»
Boyd Stuart prese in mano la cartella che stava in cima al
mucchio. Le carte sapevano di chiuso e di muffa. Non erano in ordine
cronologico. Quella cartella, in particolare, era datata gennaio 1943. Nell'angolo in alto, qualcuno, forse lo stesso Morell, aveva
scarabocchiato a matita: «Il grande disastro di Stalingrado».
C'era un registro in cui erano riportate le varie medicine e iniezioni
prescritte al Führer, a cominciare dagli antidepressivi e dai sedativi.
C'era un appunto relativo al primo ricorso al prostacrinum, un
prodotto ricavato dalle vescicole seminali e dalle ghiandole
prostatiche, e in un foglio allegato, in data più tarda, si diceva
che da quel momento in poi tale farmaco era stato somministrato
al paziente a giorni alterni sino alla fine della sua vita. C'era la
copia carbone di una lunga lettera scritta dal dottor Morell al sarto
di Hitler, in cui si spiegava che il Führer non era più in grado
di sopportare la luce troppo forte. Da alcuni appunti e da un disegno,
fissati al foglio con un fermaglio che si era arrugginito e incastrato
nella carta, risultava come le visiere dei berretti del Führer
dovevano essere per l'avvenire ingrandite.
Stein osservava la faccia di Boyd Stuart mentre scorreva rapidamente
il contenuto della cartella medica. «Lo trova interessante,
eh?» Stein allungò nervosamente la mano a un altro boero e se lo
cacciò in bocca.
«Dove comincia tutta la storia?» domandò Stuart, capovolgendo
i pesanti fascicoli sul basso tavolino attorno al quale sedevano i
tre uomini.
«Qua» disse Max Breslow. Spostò le chicchere e un posacenere
per fare spazio. «Ma Hitler c'entra solo verso la fine.»
La cartellina che aveva scelto era smilza e alquanto diversa da
quelle della Cancelleria. Un tempo di colore rosso, era diventata
di un rosa sbiadito. Recava in copertina il nome del dottor Morell
e l'indirizzo di un quartiere centrale di Berlino, stampati in un
elegante corsivo. Anche il contenuto della cartella era diverso: pesante
carta a mano con l'intestazione in rilievo. Persino le varie
schede recavano a stampa il nome di Morell e l'indirizzo del
Kurfürstendamm, anche se taluni pazienti erano indicati soltanto con
le iniziali. Si trattava di una cautela particolarmente importante
da parte di un professionista specializzato nella cura delle malattie
veneree e che contava tra la sua clientela alcuni dei personaggi più
facoltosi e più noti della Germania. Ecco, infatti, i nomi di aristocratici
e industriali della capitale e di divi cinematografici e teatrali
di Berlino.
«Hoffmann» disse Stein, additando un foglio. «Fotografo personale
e amico intimo di Hitler.» Prese in mano una logora busta
di carta marroncino e ne estrasse un'agenda da tavolo, che era stata
usata per annotarvi gli appuntamenti di un medico. Risaliva al
1936. «È così che il dottor Morell ha avuto modo di conoscere Hitler»
spiegò Stein. «Hoffmann era malato: H. H. sono le iniziali di
Hoffmann, le lettere M. F. stanno per Mein Ftihrer... guardi!»
Morell aveva scritto: «Conosciuto M. F. in casa di Hoffmann,
a Monaco». Poi, un paio di pagine più avanti: «M. F. ha messo a
disposizione il suo aereo personale per la visita a domicilio
 a H. H., a Monaco».
Stein girò un'altra pagina dell'agenda. «Eccoci arrivati al primo
parere professionale di Morell su Hitler» disse. Spostò l'agenda
in modo da consentire a Stuart di leggere più agevolmente.
«Visto M. F. Prima impressione sconvolgente. Lamenta emicranie,
mal di stomaco. Anche fischi alle orecchie. Nevrotico.»
Max Breslow andò in cucina a fare dell'altro caffè. Boyd
Stuart sfogliò l'incartamento per scovare i risultati della prima visita
medica cui Morell aveva sottoposto Hitler. Il referto era datato
3 gennaio 1937, e la visita aveva avuto luogo al Berghof, la residenza
montana di Hitler, presso Berchtesgaden. Il medico annotava
che, a sentire il paziente, non si era più sottoposto a visita medica
da che si era congedato dall'esercito, nel 1918. Dalla documentazione
risultava che Hitler, ora indicato come "paziente A”,
pesava 67,04 chili ed era alto cm. 175,26. Gruppo sanguigno A.
La visita medica non aveva rivelato anormalità di sorta: i riflessi
pupillari erano normali, buona coordinazione, sensibilità normale
al caldo e al freddo e alle punture e ai colpi contundenti. I capelli
erano scuri e un po' radi, e le tonsille gli erano state asportate da
bambino. Una cicatrice alla gamba era imputabile a una scheggia
di granata, durante la prima guerra mondiale. Una frattura alla
scapola sinistra, saldata malamente, in seguito a una caduta quando
la polizia aveva aperto il fuoco contro i nazisti in occasione del
Putsch del 1923, aveva causato l'irrigidimento di una spalla al paziente
A, il quale non poteva più ruotare né addurre il braccio.
Curioso, pensò Stuart: se invece della spalla sinistra fosse rimasta
menomata la destra, non sarebbe mai esistito il saluto nazista.
Voltò pagina.
Il paziente lamentava acuti crampi allo stomaco, e Morell aveva
rilevato un gonfiore in corrispondenza del piloro, oltre che del
lobo sinistro del fegato. Se gli si tastava la regione renale, il paziente
lamentava una certa dolenzia. Il paziente A era inoltre affetto
da una grave forma di eczema alla gamba sinistra e aveva difficoltà
a portare gli stivali. «Necessari per le parate e i raduni»
aveva annotato Morell con l'inchiostro stilografico, che col tempo
era diventato di un blu sbiadito.
A questo punto, l'incartamento consisteva in lettere riguardanti
la dieta di Hitler. Gli altri medici curanti, ossia il
professor Bergmann dell'ospedale della Charité di Berlino e il capo del personale
medico delle SS di Himmler, Ernst Grawitz, avevano drasticamente
ridotto l'alimentazione del paziente A a pane integrale
senza companatico e a tisane, nel contempo prescrivendogli
lozioni e unguenti. Morell era passato a un regime vegetariano
più variato.
La lettera che seguiva era su carta intestata dell'istituto di Ricerche
Batteriologiche di Friburgo e recava la firma del direttore,
il professor A. Nissle. Riferiva della presenza di flora batterica abnorme
nel campione di feci inviato da Morell, il quale non aveva
indicato il nome del paziente. Nissle consigliava di somministrare
al paziente un prodotto a nome ”Mutaflor” al fine di rimpiazzare
i colibacilli. Morell vi aveva aggiunto un'annotazione relativa a un
preparato a base di vitamine, cuore e fegato, da somministrare al
paziente. E da recapitare in flaconi privi di etichetta. «Paziente
vegetariano» aveva scritto Morell nelle istruzioni per il farmacista.
«Non accennare al contenuto di origine animale di questa ricetta.»
Tutti gli appunti di Morell risalenti a questo periodo erano
vergati su carta intestata del Berghof. Era evidente che Morell
vi aveva eletto domicilio.
«Non riusciamo proprio a strapparla da quella roba, eh» disse
Stein, e fece udire una risatina soddisfatta.
«Voglio sapere come va a finire la storia» disse Stuart. «Il bel
dottorino è poi riuscito a guarire il suo celebre paziente? Vado
matto per i romanzi di ambiente ospedaliero.»
«Il dottor Morell era grasso e brutto» disse Max Breslow.
«Hitler aveva promesso che se Morell fosse riuscito a guarirlo
dall'eczema e a farlo star meglio entro un anno, gli avrebbe regalato
una bella casa.»
«Com'è andata?»
Breslow disse: «Morell ingozzava letteralmente Hitler di un
farmaco di sua invenzione. Vitamultin, lo chiamava: vitamine di
ogni genere associate a calcio, acido ascorbido e caffeina e via discorrendo...
troverà la formula tra le sue carte. In seguito, ha messo
in commercio i suoi preparati, e ha fatto fortuna, dicono».
«E Hitler è guarito?»
«Destrosio e ormoni e una quantità di sulfamidici facevano sì
che Hitler stesse benissimo. Per anni non si è preso neppure
un'infezione virale. Ogni volta che doveva fare un discorso, Morell
gli propinava una dose supplementare di glucosio e altro per tenerlo
su. Hitler era contentissimo. Troverà la copia carbone di
una lettera che Morell gli ha scritto per ringraziarlo della casa
sull'isola di Schwanenwerder. Hitler aveva mantenuto la promessa.»
«E questa documentazione continua per tutta la durata della
guerra?» domandò Stuart. «È materiale di valore inestimabile.»
«Di rado Hitler perdeva di vista Morell. E perdipiù, Hitler
aveva cieca fiducia in lui. Di tanto in tanto tornavano ad assalirlo i
crampi allo stomaco. Morell, in un'annotazione, dice che Hitler
faceva risalire i suoi disturbi all'estate del 1934. Un oscuro appunto
a matita, di pugno di Morell, riferisce che si tratta del periodo
in cui Hitler aveva fatto giustiziare il suo grande amico Rohm.
Morell somministrava a Hitler farmaci sempre più potenti, per
esempio iniezioni intramuscolari per le pareti gastriche, e li associava
a medicamenti capaci di rendere più digeribile la dieta vegetariana
praticata dal Führer.»
«Ma perché questo tipo di materiale si trova nella cartella clinica?»
disse Stuart. «Perché conservare la copia carbone di una
lettera relativa alla casa che gli aveva regalato Hitler?»
In cucina, la caffettiera lanciò un sibilo di vapore e si spense.
Breslow andò a prendere la cuccuma di caffè fresco prima di rispondere.
«Forse Morell aveva ambizioni letterarie.»
«Una biografia di Hitler scritta dal suo medico personale?»
fece Stuart.
«Il medico di Churchill ha pubblicato un libro del genere» disse
Breslow. «E stato un best seller, se non vado errato.»
«E nessuno storico ha mai visto questo materiale?» domandò
Stuart(1).
«Nessuno ne conosce l'esistenza» fece Stein.
«Era nascosto nella miniera di Kaiseroda?» disse Stuart.
«È proprio questo a renderlo tanto interessante» disse Max
Breslow. «Il nostro film, intendo» si affrettò ad aggiungere.
«Sì, certo, il film» fece Stuart. «Vuol dire che ha a disposizione
altro materiale come questo?»
Stein assentì col capo e rovistò tra gli incarti nella scatola di
boeri ormai quasi vuota, finché non ne pescò uno. Vi affondò i
denti e sorrise alla vista dell'espressione sgomenta di Boyd Stuart.
«Temo che abbia ragione, signor Stuart» disse Max Breslow.
«Bene o male che sia, certe reputazioni subiranno un netto stravolgimento.»
«Allude a Hitler e a Churchill?» domandò Stuart.
«Beva il caffè e gusti uno di questi deliziosi cioccolatini» disse
Max Breslow a Stuart. «Per questa sera può bastare.»
Stuart aveva l'impressione che di cioccolatini non ce ne fossero
più, e che Max Breslow già lo sapesse.

Note.
1. I documenti costituivano un interessante arricchimento del materiale già
disponibile. All'Archivio Nazionale di Washington, D.C., i fascicoli Morell sono
conservati sotto la schedatura NA Microcopy T 253, ma non contengono alcun
accenno ad Adolf Hitler. Il Bundesarchiv di Coblenza e di Friburgo non possiede
praticamente nulla.


Capitolo 12.

La Marina del Rey rappresenta una lussuosa e comoda base
per i proprietari di panfili che svolgono la loro attività lavorativa a
Los Angeles, si legge in un opuscolo. Il porticciolo è gremito di
splendide imbarcazioni e circondato da moderni condominii, oltre
che da ristoranti e discoteche, e ha il suo centro nell'elegante circolo nautico. Basta un indirizzo di Marina a scatenare tutta una serie
di battute di spirito sulla bella vita degli scapoli. Marina del
Rey è certamente un posto dove il numero delle persone in tenuta
marinara supera di gran lunga la capacità dei panfili. A Boyd
Stuart, comunque, piaceva vivere sulla barca, che era ormeggiata
a breve distanza da Culver City, Century City e Beverly Hills, e
ancor più comodamente in prossimità dell'autostrada 1 che portava
fino a Malibu, a Santa Barbara e oltre.
Uscì dalla superstrada di San Diego in corrispondenza del
cartello di Marina del Rey e si sforzò di non pensare più ai documenti
che aveva avuto sott'occhio quella sera. Eppure, non riusciva
a dimenticarne l'odore e il fruscio crepitante della fragile carta
tra le sue mani. «Oltre i confini di questa stanza,» gli aveva detto
Stein «è possibile che non sia più in vita una sola persona la quale
abbia avuto modo di vedere questi documenti.» Il breve tratto della
superstrada di Marina finì, e Stuart si mise a contare gli isolati.
Gli riusciva ancora possibile smarrirsi in quell'enorme città.
Lasciò la macchina appena noleggiata nel parcheggio all'aperto.
Si erano verificati alcuni casi di aggressione nel garage sotterraneo,
e le due del mattino non erano l'ora più propizia per
aggirarvisi a tentoni, magari col rischio che l'ascensore non fosse più
in funzione. Stuart spense il motore e rimase seduto al volante per
un momento. C'era la luna piena, e avrebbe potuto contare un migliaio
di stelle se ne avesse avuto il tempo o la voglia.
D'un tratto notò il bagliore della fiammella di un accendino
dentro un'auto in sosta presso il porticciolo. Boyd ebbe un attimo
di panico e si diede dell'idiota per non aver portato con sé la pistola
che gli era stata consegnata. Due uomini smontarono dall'auto
ma poi, a un segnale di quello che era stato al volante, l'altro
risalì in macchina. L'uomo aveva attraversato a mezzo il
parcheggio prima che Boyd Stuart fosse sicuro che si trattava
del suo controllo.
«Ha passato una bella serata, Stuart?» domandò, mentre
Boyd apriva il finestrino per salutarlo.
«E rimasto qui tutta la sera ad aspettarmi?»
«No» fece il controllo. Girò attorno all'auto e montò accanto a
Stuart. «Ci siamo presi la libertà di inserire un piccolo marchingegno
nel suo mangianastri. Ci tiene informati sui suoi spostamenti
chilometro più chilometro meno.»
«Sarei tenuto a ringraziarvi?» disse Stuart irritato.
«Potrebbe rivelarsi di grande aiuto, uno di questi giorni» replicò
il controllo. «Mi racconti di che cosa avete parlato. C'era anche
quell'ex caporale Stein, no?»
«È ben informato» disse Stuart.
«Ma non in tempo sufficientemente utile» ribatté il controllo.
Boyd Stuart gli espose quanto era accaduto con dovizia di particolari.
Il controllo lo ascoltò da cima a fondo senza interromperlo
o far commenti. «La cosa non mi piace» disse infine.
«Avrebbe dovuto vederla, quella roba. E agghiacciante pensare
che cos'altro quei due potrebbero tenere in serbo.»
«Tirano ai soldi?»
«Un film focalizzerebbe l'attenzione del pubblico su quei due.
Stein e Breslow potrebbero rivangare quella roba per anni. Le
possibilità sono infinite: dopo il film, libri a grande tiratura, apparizioni
radiofoniche e televisive, videocassette... Dio solo sa che cos'altro
potrebbero avere in mente. E non si tratta solo delle possibilità
di sfruttamento commerciale: pensi alla celebrità a livello
mondiale che acquisterebbero Stein e Breslow. Se li immagina
a Londra, alla sede televisiva della BBC, col Foreign Office costretto
a inviare un suo portavoce per discutere le implicazioni del
caso?»
«Mi accontenterò di questo, almeno finché non verremo a sapere
qualcos'altro. Sicché sono soci nell'affare, secondo lei?»
«Ho avuto l'impressione che fosse Stein a guidare le operazioni.»
«Come vorrei che Londra ci desse il permesso di passare quei
due al vaglio del computer di Washington. Ne sappiamo poco o
niente, di loro. Un'occhiatina alla loro cartella delle tasse forse ci
direbbe molte cose.» Si frugò nella tasca della giacca, poi disse:
«Ce l'ha una sigaretta da darmi? Come detesto questa schifosa
città».
«Sto tentando di smettere di fumare» disse Stuart.
L'altro imprecò. «Non importa» disse. Ora che l'impianto di
condizionamento era spento, nell'automobile si cominciava a soffocare
dal caldo. Il controllo tastò il pulsante del finestrino, ma poi
cambiò idea. «Suppongo che quelli di Londra quanto prima mi sostituiranno.
Sarà bello tornare in Europa.»
«Credevo che fosse messicano» confessò Stuart.
«Bell'agente segreto è lei, Stuart» disse il controllo in tono
canzonatorio. «Sono ungherese. Ha mai sentito parlare di Gyòr?
No, perché mai avrebbe dovuto sentir parlare di un buco sperduto
come quello? Quando ci abitavo, non avevo mai sentito parlare
neppure di Los Angeles.»
«È venuto via nel 1956? In seguito alla rivoluzione?»
«È così che la chiama lei? Nella mia agendina sta scritto fiasco.»
«Ci sono delle sigarette sulla barca.»
«Al diavolo le sigarette. Sono già arrivato a quaranta al giorno.
Lo sa, Stuart, certi giorni vorrei non essere mai venuto via.»
Lo disse per metà in tono scherzoso, ma l'altra metà rimase sospesa
nell'aria tra loro. Qualche funzionario del dipartimento
avrebbe ritenuto necessario riferire in merito a un'osservazione del
genere, e i due uomini se ne rendevano perfettamente conto. Per
un momento se ne stettero lì in silenzio. Poi Stuart disse: «Quel
tale seduto in macchina è uno dei suoi?».
Il controllo neppure parve udirlo. «Mio padre mi aveva detto
di far passare il confine a mia madre e a mia sorella, senza preoccuparmi
di lui. Lui è rimasto dall'altra parte; mia madre è morta
sei mesi dopo in un campo di transito a Vienna; mia sorella era
così disperata che è tornata indietro a prendersi cura di mio padre.»
Giocherellò con la fibbia della cintura di sicurezza, facendola
scattare, agganciandola e sganciandola. «Il 1956,» disse «chi può
dimenticarlo? My Fair Lady otteneva il premio dei critici teatrali
di New York, e Elvis Presley cantava ”Hound Dog”. In America,
tutti leggevano I peccatori di Peyton Place e Yul Brynner si rasava
i capelli e otteneva l'Oscar per l'interpretazione del re del Siam in
un film musicale.»
«Quelli di Londra hanno intenzione di sostituirla?»
«Quelli di Londra si stanno scaldando per questo scherzetto»
disse il controllo in un tono da cui si intuiva benissimo che non
condivideva la loro eccitazione. «Quel tale sulla mia macchina è il
caposezione per tutta l'area occidentale degli Stati Uniti. Siccome
è un maledetto mezzemaniche, ha letto da cima a fondo tutti i manuali,
e così se ne sta seduto là per non vedere la sua faccia. È venuto
di persona a erudirmi in merito a una fonte d'informazione
altamente improbabile, scoperta dall'ufficio operativo di Londra.
Vuole che lei prenda l'aereo per Londra domani e si rechi nell'East
Anglia a parlar con un decrepito tedesco il quale sostiene di
aver dato una mano a caricare quella robaccia su un treno quando
l'hanno depositata nella miniera di Kaiseroda.»
«È questo che è venuto qua a dirmi nel cuor della notte?»
Il controllo cavò dalla tasca un biglietto di aereo e glielo consegnò.
«Temo proprio di sì» disse. «Quel piccolo bastardo non è venuto
fin qui per consultarmi, mi ha dato un ordine. Perché accidenti
non si è limitato a trasmettermelo via telex, ancora non lo
capisco.»
«La California meridionale può essere molto piacevole in questa
stagione» disse Stuart.
«Già, le cose stanno pressappoco così» fece l'altro. «Un viaggetto
di piacere per i pezzi grossi... noialtri operativi, invece, dobbiamo
sempre stare sul chi vive.» Si batté una mano sulla gamba e
impugnò la maniglia della portiera. Poi si fermò. «La polizia ha
scovato il signor Lustig» disse. Fece una pausa.
«E allora?»
«Qualcuno gli aveva spiccato la testa dal busto. Sarebbe bastato
qualche minuto di più, e gli avrebbero tagliato anche le mani,
così i poliziotti non sarebbero riusciti a confrontare le impronte digitali
sul permesso d'immigrazione.»
«Quando è successo?»
«Non lo sappiamo con esattezza. La polizia ha mantenuto uno
stretto riserbo. Stando alla mia fonte, la morte è avvenuta il 24
maggio. Il cadavere è stato rinvenuto circa una settimana dopo.»
«Che cosa intende dire, parlando di stretto riserbo?»
«Stiamo cercando di scoprirlo, ma non è facile come sembra.
C'è stato un gran andirivieni, alla centrale di polizia, di funzionari
del FBI e del ministero della Giustizia... e anche di gente della
CIA, pensiamo. La faccenda potrebbe essere collegata con l'uccisione
di Lustig.»
«Un silenzio stampa ufficiale, intendo dire?»
«E il momento giusto per tornare a Londra» disse il controllo.
«Qui la situazione potrebbe farsi scottante. Tra qualche giorno sapremo
che cosa accadrà.»
«Ne dubito» disse Stuart.
«Anch'io,» ammise l'altro «ma quell'idiota arrivato da Londra
preferisce vederla così. Comunque sia, si diverta. Troverà il
nome del contatto assieme al biglietto dell'aereo, e ci ho messo anche
un po' di valuta inglese; non molta, purtroppo, però le basterà
per noleggiare gli auricolari durante il volo. So che le piace la musica.
Niente coperture, questa volta; usi pure il suo passaporto e le
carte di credito e via dicendo. Io terrò gli occhi aperti da questa
parte. Faccia rapporto a Londra al solito modo.»
Consegnò a Stuart la busta marrone. «E la smetta di preoccuparsi
per quel ragazzo di Washington. Non è stata colpa sua.»
Stuart non rispose. Sapeva anche troppo bene che era colpa sua
e che la cosa sarebbe finita in tutti i rapporti e le circolari.
Il controllo scese dall'auto. Stuart lo seguì con lo sguardo mentre
attraversava il parcheggio per raggiungere la sua macchina.
Era una notte afosa, e il controllo se la prese comoda. Passò un
paio di minuti prima che si accendessero i fari, e un'altra breve
pausa prima che l'auto si allontanasse. Stuart suppose che in quel
frattempo il caposezione venuto da Londra si stesse togliendo la
barba finta.


Capitolo 13.

L'East Anglia è il continente perduto della Gran Bretagna.
Ventosa e piovosa, non fa parte né del nord industrializzato né del
più prospero sud. E una maremma, parzialmente sotto il livello
del mare, prosciugata mediante un'elaborata rete di dighe e canali
costruiti da olandesi, i cui nomi sono ancora reperibili in ogni
elenco telefonico locale. Non esistono grandi autostrade in questa
regione dell'Inghilterra, e l'erba cresce lungo i binari della ferrovia.
Vi sono sterminate distese di patate e piselli, e anitre e tacchini,
tutto ciò insomma che serve a riempire lo scomparto surgelati
del frigorifero, con le roulotte dei vacanzieri, investite dalla pioggia,
addossate le une alle altre come a proteggersi dalla furia degli
elementi. I suoi orizzonti non sono gran che mutati dal Medioevo
in poi, con i tozzi campanili delle sue chiese di selce che si ergono
come bastioni incontro alle nubi tempestose. Eppure, basta percorrere
un breve tratto a piedi fuori dalle strade principali, in quasi
ogni direzione, per imbattersi in derelitte torri di controllo, baracche
operative in rovina e piste d'atterraggio dal fondo sconnesso.
Questo, perché tanto, tanto tempo fa, la zona era nota come la
"piccola America”. Da lì le grosse fortezze volanti decollavano per
andare a bombardare la Germania di Hitler, e tanti ragazzi d'oltreoceano,
da Tacoma a Tallahassee, consideravano casa loro quei
villaggi dell'East Anglia.
Boyd Stuart scorse il campanile un bel po' prima di incontrare
il cartello stradale per Little Ashfield. Lasciò la strada di Thetford
e attraversò i villaggi di Elmstone e Great Wickmondgate. Si trovava
più a suo agio al volante della sua macchina; meglio una vecchia
Aston malconcia, si disse, che una Datsun appena uscita dalla
catena di montaggio. Il villaggio che cercava consisteva in una
dozzina appena di casette circondate da siepi di bosso, con una
chiesa di pietrisco. In alto, il cielo era grigio ardesia, e c'era un
presagio di pioggia nell'aria.
«Cerco la casa di Franz Wever» gridò Boyd a una vecchia in
grembiule a fiori. La vecchia se ne stava accanto al cancello del
giardino a osservare il suo cagnolino di razza incerta che rosicchiava
un osso.
«Sarà in chiesa» disse. «Per quale motivo lo cerca?»
«In chiesa?»
La donna rise. Fu una risata stridula. «In chiesa, sì. A lustrare,
non a pregare» disse. «Ogni settimana, puntuale come un orologio,
il vecchio signor Wever va in chiesa a lustrare i banchi e a
spazzare il pavimento. E un tipo strambo, quello!»
«Grazie» disse Stuart, e tirò avanti fino in fondo alla strada,
parcheggiando davanti al portichetto del sagrato. Era una bella
chiesa antica, con un maestoso soffitto che era un dedalo di monaci,
travi a martello e travetti inclinati. Wever c'era: un ometto con
gli occhiali, un ossuto naso appuntito e radi capelli biondastri, non
ancora del tutto incanutiti. Gli occhi erano di un azzurro intenso,
e la pelle chiara, ma coriacea: era la faccia di uno che aveva passato
la vita all'aria aperta.
«Signor Wever?»
«È per via delle uova per il Rendezvous des Gourmets?»
«Cosa?»
Wever riprese a spazzare il pavimento. «Credevo che fosse
l'incaricato del nuovo ristorante sul corso. Non sono riuscito a
mettere in moto il furgone stamattina.»
«Vengo da Londra, signor Wever. Mi hanno detto che forse
potrebbe essermi di aiuto in un'indagine che stiamo conducendo in
merito a un trasporto di archivi tedeschi durante la guerra.»
Wever alzò in fretta gli occhi, immobilizzandosi. «Così, sono
quelli a mandarla» disse stancamente. «Ma non la finiranno mai
con le domande?»
«Non ho la più pallida idea di che cosa stia parlando» disse
Stuart.
«Di nuovo il 1945. Non è così?»
«Sì.»
«Vi ho già detto tutto quel che so, detto e ripetuto.» Wever
raccattò la paletta per la spazzatura e la sua giacca. «Ci vorrà
molto?»
«Sul momento non glielo saprei dire.»
Wever sospirò. Stuart lo seguì oltre la porta della sacrestia e
lungo un corridoio, fino al ripostiglio delle scope. Lo guardò radunare
gli strofinacci e metterli via. «Sono arrivato qui nel 1945 come
prigioniero di guerra» disse Wever. «E da allora non mi sono
più mosso. Sono ancora prigioniero, per così dire.»
«Se ne rammarica ora?» domandò Stuart. «Rimpiange il suo
paese d'origine?»
Wever lo guardò con aria sprezzante. «Non ci sono mai più
tornato, signor...?» L'accento tedesco era più spiccato, adesso che
era arrabbiato.
«Stuart. Boyd Stuart.»
«Signor Stuart.» Wever si lavò le mani in un piccolo lavandino,
se le asciugò con cura e s'infilò una vecchia giacca di tweed
verde e un berretto floscio.
«Immagino che sia in macchina, signor Stuart. Ho lasciato la
nostra a mia moglie. È sempre molto presa, il venerdì. I ristoranti,
gli alberghi e le pensioni vogliono tutti quanti i nostri polli e le nostre
uova in previsione del fine settimana.»
Wever seguì Stuart fino alla vecchia auto sportiva. Non fece
commenti finché il motore non si accese. «Romba come un carro
armato. È così che le piacciono?»
«Sì» disse Stuart. «Da che parte andiamo?»
«Abbiamo ventitré acri di terra sulla strada secondaria per
Elmstone. Segua questa strada e svolti a destra dopo la Volpe Rossa.»
«Allevate polli?»
«Galline di razza Rhode Island. Ne ricaviamo bellissime uova
col guscio bruno. La gente le preferisce a quelle di guscio bianco,
ma in realtà non c'è nessuna differenza.» Wever sembrava di
umore ciarliero, come se parlando del presente potesse tenere alla
larga il 1945. «Le abbiamo perse quasi tutte quando abbiamo cominciato.»
Wever se ne stette zitto un momento. Poi: «Si ammazzano
tra loro a beccate, sa. Abbiamo dovuto tagliargli i becchi».
«A destra alla Volpe Rossa, ha detto?»
Wever non gli rispose. «Adesso le alleviamo in batteria. Allevamento
su scala industriale, lo chiamano; ne abbiamo più di duemila,
il che vuol dire quasi cinquemila uova alla settimana. Poi
coltiviamo un po' d'orzo. Il guadagno non vale la fatica, ma è una
specie di assicurazione. Si può andare in rovina dalla sera alla
mattina per via di una di quelle malattie che si prendono le galline.»
Stuart svoltò a destra dopo la Volpe Rossa, un vecchio pub cadente
con un malandato affisso pubblicitario che raffigurava alcune
ragazze in costume da bagno nell'atto di bere Martini. La campagna
era più ondulata ora: una promessa del tipo di panorama
che Constable e Cotman avevano trovato da quelle parti.
«Una vita dura» disse Stuart dopo un altro lungo silenzio. Voleva
indurre Wever a parlare.
«Abbiamo una mucca che ci dà il latte e un orto che ci dà la
verdura, mentre l'unica carne che mangiamo ce la fornisce un maiale.»
Wever parlava un inglese non perfetto, ma preciso e a volte
addirittura pedante.
«Lo date al macellaio?»
Wever sbuffò. «Perché mai dovrei dividere la mia carne con un
macellaio? Li uccido io. Uccido io tutti i maiali di queste parti.
Con quattro figli e solo pochi acri dai quali ricavare di che vivere,
non si può fare gli schizzinosi quando si tratta di macellare maiali,
signor mio.»
I Wever abitavano in una casa di legno isolata, separata dalla
strada da quattrocento metri di viottolo fangoso. Il basamento della
costruzione era in pietrisco; la parte superiore era rivestita di
assicelle macchiate e scheggiate. Sul retro s'intravedeva una nuova
costruzione in mattoni, dov'erano state aggiunte due stanze, ma il
gabinetto era una baracchetta all'aperto; non esisteva fognatura.
Boyd Stuart parcheggiò l'auto su uno spiazzo coperto di ghiaia
a lato del viottolo, e assieme risalirono il sentiero fangoso fiancheggiato
da alcuni meli stenti e da un filare di fagioli piantati di
recente. Sulla facciata della casa era inchiodata una rete metallica
per favorire la crescita dei piselli dolci rampicanti; i fiori rossi e di
un rosa acceso mettevano l'unica nota di colore nello squallido
paesaggio. Appena fuori dell'ingresso era schierata una serie di
stivali di gomma, e anche un grosso trattore giocattolo, cui mancavano
le ruote anteriori. Un cane abbaiò al suono dei loro passi.
Wever gli gridò qualcosa, ma il cane non smise di abbaiare.
La signora Wever era già rientrata. Era una donna muscolosa,
dalle guance rubiconde e l'aria bucolica, di una decina d'anni più
giovane del marito. Portava i capelli bruni tirati sulla nuca e raccolti
in una crocchia, e gli occhi erano vispi e chiari. Era intenta a
preparare la sfoglia sul tavolo di cucina, misurando la farina e tagliando
il burro con la rapidità che viene dalla noia e dall'impazienza.
«Ti presento il signor Stuart» disse Wever. «E venuto giù da
Londra per parlare con me.» L'interno della cucina era buio, per
la scarsa luce che filtrava dalle finestrelle e perché il cielo era grigio
e coperto. Wever accostò una sedia per Stuart, facendola stridere
sul pavimento di linoleum. La donna allungò la mano al bollitore,
che emise una sorta di rimbombo mentre lo riempiva sotto il
rubinetto di ottone. La donna mise il bollitore sulla stufa economica,
sollevando il coperchio di un fornello, e i carboni ardenti mandarono
un rosso riverbero fin sul soffitto. Poi dispose tre boccali
sul giornale pulito che ricopriva il grande tavolo, sistemandovi accanto
un sacchetto di zucchero semivuoto.
«Si tolga la giacca e si accomodi, signor Stuart» disse Wever.
Parlò a mezza voce, cóme se fosse a disagio per la tacita ostilità
che gravava nella stanza. L'unico altro suono che si udiva era il
ticchettio di una vecchia pendola.
«Dove sono i vostri figli?» domandò Stuart. Era un tentativo
di mostrarsi amichevole. Si sfilò la giacca a vento azzurra e la gettò
sullo schienale della sedia.
«Il maggiore è macchinista in seconda a bordo di una superpetroliera»
disse Wever. «Due figlie sono sposate e vivono in paese.
Solo la minore sta ancora con noi.»
«Deve aver visto il trattore del piccolo Johnny» disse la donna,
come se l'ospite non fosse presente. Aveva una voce dura, con un
forte accento locale.
«Mio nipote» spiegò Wever. «A volte passa la giornata con
noi.» In tono diverso: «Hai consegnato le uova al Rendezvous des
Gourmets, sì?».
«Vorrebbero pagare una volta al mese. Gli ho detto che avrebbero
dovuto parlarne con te.» La donna sorrise. «Non riusciranno
mai a far affari con quel posto. È la terza volta che cambia gestione
nel giro di tre anni. Adesso tentano di farne un locale elegante»
disse in tono canzonatorio. «Dandogli un nome francese e servendo
vino a tavola. Compreranno da noi a credito e non riusciremo a
spremergli un soldo, se non ci stiamo attenti, Franz.»
«Ti hanno pagata?» Wever si protese a slacciarsi le stringhe
dei pesanti scarponi, poi dimenò i piedi per dare più spazio alle
dita.
«Gli ho detto che mi sarei riportata indietro le uova, se non lo
facevano.» La donna sorrise. «Hanno capito che facevo sul serio.
E anche i polli.» Aprì la borsetta che aveva davanti a sé sul tavolo
e ne cavò alcune banconote da una sterlina. Le ripiegò con cura e
le posò sulla credenza. «Queste sono per l'ultima rata dell'incubatrice»
disse.
Il bollitore prese a borbottare. La donna versò l'acqua nella teiera
marrone, la strinse tra le mani per sentirne il tepore, poi gettò
l'acqua nel lavello. Misurò parsimoniosamente il tè nel recipiente:
tre persone, tre cucchiaini rasi di tè. L'acqua bollente sfrigolò scivolando
sul metallo rovente del beccuccio del bollitore. La donna
infilò un cappuccio di maglia sulla teiera e prese un bricco di latte
dalla dispensa. «Gradirebbe una fetta di pane tostato, signor
Stuart?» disse. La prospettiva del tè pareva migliorarne l'umore.
«Non abbiamo biscotti o dolci di lusso in questa casa.»
«Basta il tè» disse Stuart.
La donna versò un po' d'acqua nella ciotola di farina e burro e
prese a lavorare l'impasto con foga. Poi spolverò di farina il giornale
pulito e vi lasciò cadere il morbido impasto con uno schiocco
sonoro. Afferrò un mattarello e si diede a stendere la sfoglia. I suoi
movimenti erano energici e decisi, come quelli di chi esegua una
ginnastica che non gli piace. Arricciò le labbra e fissò la sfoglia di
pasta biancastra che andava via via allargandosi.
«Non ho mai sentito sparare un colpo» disse Franz Wever
senza preavviso. «Vestivo l'uniforme e facevo il saluto militare ai
miei superiori e ritiravo le razioni, ma la maggior parte del lavoro
che ho svolto sotto le armi avrebbe potuto farlo un borghese.»
«Di che cosa si trattava?»
«Sono berlinese» disse Wever. «Ho piantato la scuola a quindici
anni. Ero stenodattilografo e ho lavorato alla filiale berlinese
delle linee di navigazione Hamburg-Amerika finché non mi sono
arruolato. Dopo il periodo di addestramento mi hanno mandato
alla scuola di segnalazioni dell'esercito a Halle e sono diventato
telescriventista presso il quartier generale del 6° Gruppo d'Armata
a Hannover. Ho lavorato in quell'ufficio comunicazioni per circa
un anno. Ero l'unico professionista presente; perlopiù, gli altri
ragazzi non avevano mai visto una telescrivente prima di frequentare
la scuola di segnalazioni; erano costretti a servirsi di me se
c'era qualcosa d'importante da fare. Logicamente, volevo star vicino
ai miei genitori, e a un certo punto sono riuscito a farmi assegnare
alla compagnia segnalazioni del Wehrkreis III, a Berlino
Brandenburgo. Poi sono finito a Zossen...» Alzò gli occhi con aria
interrogativa, per vedere se Stuart aveva mai sentito parlare di
Zossen.
«Il quartier generale dello stato maggiore. Per la sua stanza
delle comunicazioni passavano tutti gli ordini impartiti all'esercito
tedesco.»
Wever assentì col capo. «Era un lavoro noioso. Qualsiasi comunicazione
in codice... un guazzabuglio di lettere e numeri. Era
persino meno interessante del lavoro che facevo alle linee di navigazione
Hamburg-Amerika.» Wever mise nella sua tazza vuota
tre grosse cucchiaiate di zucchero. «Versa il tè, Lucy. Sarà pronto.»
La donna finì di stendere la sfoglia. Si sfregò via la farina dalle
mani con le nocche arrossate, poi sbatté l'impasto in una teglia
foderata di rabarbaro già cotto, ritagliandone i bordi traboccanti,
muovendo destramente il coltello. «Chissà perché voialtri uomini
non potete versarvi il tè da soli!» borbottò, ma provvide alla bisogna.
Stuart si rese conto che quella che lì per lì aveva scambiato
per ostilità nei suoi confronti, in realtà era solo una reazione ai loro
discorsi sulla guerra. Era una parte del marito che non avrebbe
mai potuto condividere, più o meno come i momenti felici di un
precedente matrimonio.
«Andrò io a mungere la vacca» disse la donna in tono accusatorio.
Rimise la teiera sulla stufa. «Qualcuno dovrà pur farlo prima
che venga buio, e voialtri state parlando della guerra.» Wever
non replicò. La donna s'infilò una giacca di montone che aveva conosciuto
tempi migliori, con gesti bruschi e violenti come per dimostrare
la sua rabbia. Si rialzò il colletto prima di uscire ad affrontare
il tempaccio, e si sbatté la porta alle spalle.
«Zucchero?» domandò Wever.
«Sto cercando di perdere qualche chilo» disse Stuart.
Il sacchetto era quasi vuoto. Wever lo strappò per scrollarne
gli ultimi granelli dalle pieghe, e li fece scendere con cura nella
sua tazza. «Mia moglie adora quell'orologio» disse.
«È un bel pezzo» osservò Stuart. Probabilmente era l'unico oggetto
di valore in tutta la cucina; tutto il resto, in pratica, sembrava
improvvisato, di plastica o rotto.
«Ne è ossessionata» spiegò Wever. «Non ha mai voluto saperne
di venderlo, neppure quando ci serviva il denaro per comprare
le sementi, un paio d'anni fa. Era di suo padre. Lo ha curato e assistito
durante gli ultimi mesi di vita.» Calò un silenzio che fece
sembrare ancor più sonoro il ticchettio dell'orologio. «Per lei,
quell'orologio merita qualsiasi sacrificio» disse Wever con una risatina
amara. «Neanche parlarne, di usare l'olio del trattore per il
meccanismo; ci vuole un olio speciale che si compra in una bottega
di Norwich. Ancora ieri è venuto un tale a sostituire un pezzo del
carillon. Era da più di due mesi che lo aspettava.» Bevve un sorso
di tè, ma pareva incapace di staccare gli occhi dall'orologio. «Non
ne sopporto il ticchettio» confidò. «E poi, quel dannato aggeggio
va sempre indietro.»
Cavò di tasca un fazzoletto di lino e si soffiò il naso con studiata
meticolosità. Poi bevve un altro sorso di tè e riprese a raccontare
la sua storia. «Da Zossen mi hanno distaccato in servizio all'ufficio
segnalazioni della Wolfsschanze, la Tana del Lupo. Ci mandavano
solo quelli più in gamba» disse Wever. Anche dopo un così
lungo lasso di tempo, il suo orgoglio era palese. «Era il quartier
generale del Führer nella foresta di Gòrlitz. Era un grande onore...»
Wever tornò a soffiarsi il naso. «Ma sul momento non ne sono
stato troppo soddisfatto: niente più visite settimanali ai miei genitori,
niente più cinema, ballo e tutti gli altri divertimenti di Berlino.
La Wolfsschanze era un posto completamente isolato dal
mondo. La foresta di Gòrlitz si trova in una zona paludosa, d'estate
ci si crepa di caldo ed è infestata dalle zanzare, d'inverno è sepolta
sotto una coltre di neve, e nelle stagioni intermedie piove e
c'è la nebbia. I miei genitori ne sono stati felicissimi; poco dopo ho
avuto la promozione a ufficiale, incaricato dalle
Fernschreiberkompanien, le telescriventi, insomma. E loro
erano felicissimi perché
tutti noi che facevamo parte del personale in pianta stabile
non saremmo mai stati mandati sul fronte russo.»
«Perché?»
«Per espresso ordine del Führer. Aveva paura che i russi potessero
far prigioniero uno di noi e strappargli informazioni su di
lui e sulla vita quotidiana al quartier generale.»
«Lei era in diretto contatto con Hitler?»
«A volte lo vedevo tutti i giorni. Nel mese di febbraio, l'ufficiale
segnalazioni del treno personale di Hitler, il Führersonderzug,
è stato ricoverato all'ospedale, e l'incarico lo hanno affidato a me.
Naturalmente, la cosa presentava i suoi inconvenienti. Le uniformi
dovevano essere stirate alla perfezione e immacolate. Era proibito
bestemmiare, proibito fumare, e il personale addetto alle
conunicazioni era sovraccarico di lavoro.»
«E a chi spettava il compito di sbrigare le varie pratiche?»
«Una persona sola non sarebbe mai riuscita a occuparsi di tutte
le scartoffie» disse Wever stancamente. «È difficile spiegarlo
a lei.» Ripiegò il fazzoletto e se lo mise in tasca. «Il
Führersonderzug era una specie di circo itinerante. A bordo del treno c'erano
sempre una dozzina di aiutanti di campo, due o tre segretari e due
medici, oltre a un chirurgo. Poi c'erano i giornalisti, Hoffmann, il
fotografo ufficiale di Hitler, due o tre funzionari del
ministero degli Esteri, e i domestici personali di Hitler, tre
camerieri e due autisti...
una dozzina o anche più di ferrovieri, e circa altrettante
persone addette alle cucine, cinque agenti della polizia ferroviaria
e tre funzionari delle poste. C'erano anche due ragazze, incaricate
unicamente di pulire e lucidare e controllare l'argenteria! E tutto
questo senza contare le guardie del corpo del Führer, uomini dell'esercito
o delle SS, e gli aerei e le dozzine di automobili che tenevano
dietro al treno, sempre pronti nel caso che Der Chef decidesse
di servirsene. Poi c'erano da sbrigare le pratiche giornaliere del
personale dell'esercito, della Flak, la difesa antiaerea, delle cucine,
della polizia militare... S'immagina la quantità di documenti che
bisognava schedare e archiviare?»
«Vorrei che mi parlasse dei documenti personali di Hitler»
disse Stuart. «Sto cercando di scoprire dove sono stati inviati negli
ultimi giorni di guerra. I miei superiori dicono che lei ne è al corrente.»
Wever non diede segno di averlo udito. Qualche goccia di
pioggia rigò il vetro della finestra. Nella cucina le ombre si andavano
addensando, ma la corrente elettrica, al pari degli avanzi di
pasta e degli ultimi granelli di zucchero, veniva amministrata con
parsimonia in quella casa. Franz Wever teneva la testa incassata
tra le spalle ingobbite e quasi spariva nella penombra.
«Sono rimasto con Hitler fin quasi alla fine.» Wever bevve un
sorso di tè. «Il 10 dicembre 1944, alle cinque del pomeriggio, abbiamo
lasciato Berlino col treno speciale del Führer, diretti a un
posto nei pressi di Giessen, dove un convoglio di automobili lo ha
accompagnato all'Adlerhorst, il Nido dell'Aquila, il suo quartier
generale. Mi era stato chiesto di sostituire l'ufficiale addetto alle
segnalazioni del FBB, ossia il battaglione di scorta. Il mio predecessore
era in licenza a Berlino, la notte del 9 dicembre, ed era rimasto
ucciso in un'incursione aerea.»
Wever tacque, gli occhi chiusi. Nella piccola cucina squallida,
nella luce morente del giorno, pareva dormire. Quando riprese a
parlare, Stuart fu colto di sorpresa al punto di trasalire. «Il treno
ha fatto ritorno a Berlino il 16 gennaio 1945. Il Führer aveva le
spalle curve e sembrava in cattive condizioni di salute. Siamo arrivati
verso le dieci del mattino. Il corteo di Mercedes nere a tre assali
era in attesa sul piazzale della stazione. Si era radunata una
piccola folla, ma la polizia faceva del suo meglio per disperderla.
Era sempre più diffuso il timore di un altro attentato alla sua vita.
Ora che il Terzo Reich volgeva alla fine, nei bar si tenevano discorsi
antinazisti e i berlinesi avevano inventato amare barzellette
su caporioni nazisti che trafugavano oro in Sudamerica. A Berlino
erano sempre circolate barzellette antinaziste, la città ne andava
famosa, ma adesso le storielle erano diverse...
«Una volta tornati a Berlino, Der Chef trascorreva sempre più
tempo nel bunker sotterraneo dove sarebbe poi morto. I bombardieri
americani arrivavano poco prima dell'ora di pranzo, e la
RAF verso mezzanotte.
«Per qualche giorno il Führer ha alloggiato nel palazzetto della
Vecchia Cancelleria e ha continuato a tenere le sue riunioni militari
alla nuova, grande Cancelleria che era stata progettata da
Speer. L'edificio aveva subito parecchi danni in seguito ai bombardamenti,
ma lo studio e la sala da pranzo del Führer erano ancora
intatti. Il 21 marzo, un mercoledì, quando è giunta notizia che la
fanteria di Patton stava penetrando a Ludwigshafen, Der Chef mi
ha mandato a chiamare. Nel frattempo, gli arazzi e i quadri di valore
erano stati rimossi per metterli al sicuro, e noi dovevamo compiere
lunghe deviazioni per via dei danni prodotti dalle incursioni
aeree. A molte finestre mancavano i vetri, ed erano state tappate
alla bell'e meglio con pezzi di spesso cartone che vibravano rumorosamente
al vento che soffiava dal giardino. Era una visione deprimente
per chiunque ricordasse com'era prima.
«Sono arrivato all'ingresso contemporaneamente al generale di
corpo d'armata Guderian e al suo aiutante di campo. Hanno dovuto
sottoporsi anche loro agli stessi controlli ai quali ero tenuto
io, e c'erano sentinelle armate ogni dieci passi. L'intera Zitadelle,
cioè il quartiere di Berlino dove avevano sede tutti gli edifici governativi,
brulicava letteralmente di militari. Una compagnia del
Führer Begleit Bataillon, il battaglione di scorta del Führer, era
stata trasferita senza preavviso dalla caserma di Lichterfelde e distaccata
alla Cancelleria assieme all'SS Begleit Kommando. Ne
era nato il caos, perché vi era ancora insediata la Leibstandarte
Adolf Hitler Wache Reichskanzlei, vale a dire il contingente SS
addetto alla guardia della Cancelleria del Reich, e non c'era posto
per gli altri.
«In fondo a ogni corridoio, i miei documenti venivano controllati
e riscontrati su un registro. Giunti all'anticamera, ho sfilato la
pistola dalla fondina e l'ho consegnata alle Waffen SS di guardia.
Ce n'era un tavolo carico, e ogni pistola recava un cartellino col
nome del proprietario. Persino Guderian e il suo aiutante hanno
dovuto consegnare le loro cartelle alle guardie, che le hanno esaminate
dentro e fuori. Non ci hanno sottoposto a perquisizione
personale, ma non credo che chi mostrasse qualche rigonfiamento
all'uniforme sarebbe riuscito ad arrivare fino all'anticamera.»
Wever sorrise.
«Messo piede nell'anticamera, ho visto tutti i pezzi grossi in
attesa della riunione quotidiana. C'erano Keitel, Dònitz, Jodl,
qualcuno del RSHA di Himmler e, stravaccato in poltrona con
l'aria disfatta, ho visto persino Gòring. Mi sono sistemato su una
delle sedie dorate con la tappezzeria ricamata, sentendomi fuori
posto, poi le porte dello studio si sono aperte e Günsche è uscito
nell'anticamera.»
«Günsche era l'aiutante di campo di Hitler» disse Stuart, facendo
sfoggio delle cognizioni acquisite di recente. «L'ufficiale
delle SS suo aiutante di campo.»
«Hitler ne aveva a dozzine, di aiutanti di campo delle SS» disse
Wever, senza manifestare traccia di ammirazione per l'intervento
di Stuart. «Quattro SS personliche Adjutanten... non c'era
più freno alla burocrazia...» Liquidò l'interruzione con un movimento
della mano e bevve un altro sorso di tè. «Comunque sia,
l'SS Sturmbannführer Giinsche ne faceva parte, ed era anche un
ufficiale che aveva combattuto al fronte. Alla fine, è stato proprio
Günsche a inondare di petrolio il cadavere di Hitler e ad appiccargli
il fuoco. Günsche mi ha fatto cenno e ha detto a tutti gli altri,
ivi compreso Gòring, che il Führer li avrebbe ricevuti di lì a
cinque minuti. Mentre entravo nello studio, mi hanno squadrato
come per capire che cosa avessi di tanto importante. Personalmente,
mi sforzavo di indovinarlo. Come sempre in situazioni del genere,
sono i timori e i sensi di colpa ad avere il sopravvento. Mi
domandavo se mi avrebbero messo al muro per aver raccontato
qualche barzelletta contro Hitler o per essermi lamentato dei cavoli
liofilizzati. Mi avevano sentito tutti quanti lamentarmi di
quei cavoli.
«Günsche mi ha fatto attraversare l'enorme studio, col ritratto
di Bismarck e la gigantesca scrivania di Hitler, accompagnandomi
in una stanza laterale dove tenevano accatastati i documenti di cui
Hitler poteva aver bisogno senza preavviso durante le riunioni
quotidiane. Era una piccola stanza, e Hitler era lì in piedi, proprio
al centro. Mentre mi avvicinavo a lui, ho fiutato l'odore di
medicina dei confetti che succhiava quando aveva mal di gola. Nutriva
una paura patologica di contrarre un'infezione alla gola.
«Il Führer mi fece un'impressione sconvolgente. Deve ricordare
che avevo avuto occasione di vederlo spesso. Sul treno, a volte
ero io a consegnargli dozzine di messaggi giunti per telescrivente.
Se le cose andavano bene, il Führer scambiava qualche parola con
me. Ricordava i nomi dei miei genitori e il luogo di nascita di mia
madre, Linz, in Austria. Quella volta ho stentato a riconoscerlo.
La faccia pareva invecchiata di colpo di quarant'anni, e aveva gli
occhi pesti e infossati e la pelle delle guance bluastra, come coperta
di lividi. Era curvo e sembrava aver perso l'uso del braccio sinistro,
scosso da un continuo tremito. La voce era molto bassa e roca e
quasi irriconoscibile per chiunque avesse ascoltato i suoi discorsi
negli anni precedenti - e chi di noi non li aveva ascoltati! Parlando,
si piegava in avanti e si artigliava la gola con la destra, come
per dar aiuto alle corde vocali.
«Der Chef indossava la solita giacca grigia di taglio militare,
ma quel giorno ho notato che aveva il bavero macchiato. Lei neppure
s'immagina quale sorpresa fosse vederlo in quelle condizioni,
in panni non immacolati e accuratamente stirati. Ho dato un'occhiata
ai calzoni neri e alle scarpe da passeggio, ma neppure quelli
erano all'altezza del suo consueto impeccabile stile.
«Il Führer era in piedi accanto a un tavolino, e ho notato che
ci si appoggiava contro, come per sorreggersi. Il che confermava le
voci giunte al mio orecchio di una perdita dell'equilibrio e di attacchi
di vertigini. Dietro suo ordine, Günsche stava suddividendo le
carte e i documenti in varie pile separate. Contro la parete era appoggiata
una mezza dozzina di cassette metalliche da schedario,
verniciate di verde scuro. Su ogni cassetta era stampigliata la sigla
FHQu, oltre alla parola persònlich, e a una combinazione di sei
cifre, tra lettere e numeri.»
Poco mancò che Stuart si lasciasse sfuggire un grido di eccitazione.
Le lettere che gli erano sembrate BBO sulla cassetta contenente
i documenti del dottor Morell erano in realtà FHQu, la sigla
di Führerhauptquartier, cioè Quartier Generale del Führer, e
la chiazza lucida accanto alla sigla corrispondeva alla parola "personale”,
che era stata cancellata.
«Il Führer ha sorriso. Temo che la mia faccia abbia tradito
l'orrore che provavo per il suo aspetto. Sono rimasto come paralizzato,
col braccio teso nel saluto nazista, mentre lanciavo l'Heil Hitler.
Ma lui non ha risposto al saluto.
«"Capitano Wever” ha detto. Neppure in quegli ultimi giorni
aveva perso la capacità di ricordare i nomi delle persone. Però ha
abbassato gli occhi, e la cosa mi ha stupito, perché di solito fissava
i visitatori senza batter ciglio, con uno sguardo quasi ipnotico. Ho
abbassato il braccio. Lui ha scosso la testa spazientito, per indicarmi
che non dovevo stare sull'attenti. "Ho un importante incarico
da affidarle, capitano Wever.” Ha alzato lo sguardo e mi ha fissato
di nuovo diritto negli occhi. "Un incarico molto importante.”
Lo conoscevo abbastanza bene per sapere che non ero tenuto a replicare,
almeno finché non mi veniva posta una domanda diretta.
Così, non ho aperto bocca. ”Il nemico sta attualmente usando le
sue armi più pesanti contro di me, a Berlino.” Ho notato soprattutto
il fatto che aveva detto ”contro di me”, quasi si trattasse di
una vendetta personale. ”Vi sono certi documenti personali che ho
deciso di non mettere a repentaglio. E, nell'interesse della storia,
non devono andare distrutti. Ho perciò deciso che questi documenti,
da me personalmente scelti a tale scopo...” e Hitler ha indicato
alcune pile di carte che erano state separate dalle altre ”devono essere
posti al sicuro a beneficio delle generazioni future. È una
grossa responsabilità, quella che affido alle sue mani, capitano
Wever.”
«”Sì, mio Führer.”
«”Günsche le fornirà tutti documenti necessari a garantirle la
collaborazione della Reichspost, delle Reichsbahn, delle forze armate
e delle mie SS. Lascerà Berlino questa sera, a bordo del mio
treno.”
«”Il Führersonderzug, mio Führer?”
«Hitler ha annuito. ”Per Francoforte sul Meno. Da là proseguirà
il viaggio in auto sotto scorta armata. Gli ordini esatti e la
successiva destinazione le saranno comunicati più tardi; aprirà il
dispaccio solo sul treno. Si servirà dei mezzi di comunicazione installati
sul treno per tenermi informato di come procede l'operazione
- i relativi codici e cifre saranno allegati agli ordini - e se
il treno dovesse fermarsi o subire ritardi a causa di un'azione nemica,
dovrà far ricorso a tutto l'aiuto necessario che potranno fornirle
le autorità competenti. Tutto chiaro, capitano Wever?”
«”Sì, mio Führer.”
«Ecco come sono andate le cose» disse Wever con un sorriso di
autocompatimento. Così si è svolto il mio grande incontro col Napoleone
del XX secolo, e gli unici miei interventi sono stati: ”Sì,
mio Führer”, ripetuto più e più volte. Accadeva la stessa cosa
a tutti quelli che s'incontravano con lui: generali, ammiragli, inventori,
comandanti di sommergibili, re e presidenti. Ti teneva sul
palmo della mano, eppure quando uscivi da quello studio credevi
di essere riuscito a persuadere un individuo intelligentissimo a fare
qualcosa che avevi progettato per tutta la vita. Ecco, dunque,
come è andata con quelle maledette carte.»
«Sicché, è rimontato sul treno come unico passeggero?» domandò
Stuart.
«Lei non afferra la mentalità contorta del comando supremo»
disse Wever. «Hitler aveva impartito istruzioni a Günsche di approntare
i miei ordini di movimento e la relativa documentazione.
L'SS Sturmbannführer lo ha fatto, previa consultazione con
Kaltenbrunner, capo della RSHA, da cui dipendevano la Gestapo,
la Kripo, cioè la polizia criminale, e il Sicherheitsdienst, ossia il servizio
di sicurezza: Kaltenbrunner era uno dei personaggi più potenti
del Terzo Reich. E non certo il tipo d'uomo disposto a permettere
a un capitano dell'esercito di assumersi personalmente la
responsabilità di documenti segretissimi, solo perché il Führer
aveva deciso che la missione richiedeva l'impiego di un esperto
delle comunicazioni di altissima competenza.»
«Ha disobbedito agli ordini del Führer?»
«Tutt'altro. Ha incaricato un ufficiale delle SS di accompagnarmi.
Gli ordini diretti ai funzionari delle Reichsbahn e della
Reichspost - ”in nome del Führer”, badi bene, anziché come di
regola ”in nome del Reich” - erano di assicurare all'ufficiale delle
SS tutte le facilitazioni necessarie affinché il capitano Wever e il
suo "bagaglio speciale” potessero giungere a destinazione. La stesura
degli ordini faceva sì che la parte da me svolta fosse suppergiù
quella di un semplice facchino. A menare la danza sarebbero
state le SS.»
«Chi era l'ufficiale delle SS che l'ha accompagnata?»
«Oh, non mi fraintenda» disse Wever. «Quell'ufficiale della
Leibstandarte era un mio amico di vecchia data. Non erano i bassi
ranghi a sprecare tempo prezioso in quei ridicoli giochi di potere e
in quegli atteggiamenti contorti; noi sapevamo che la fine era
prossima... Si trattava solo di un ufficialetto, un Obersturmführer,
corrispondente al grado di tenente, però aveva una notevole anzianità
di servizio. In tempo di pace aveva frequentato la
Junkerschule delle SS a Bad Tòlz, e le assicuro che non era
uno scherzo.
Conoscevo Breslow fin dall'infanzia, era un tipo come si deve.»
Wever sorrise a un altro ricordo. «Può ben immaginarsi come desiderassi
andare a trovare i miei genitori prima di mettermi in
viaggio verso sud. Da come andavano le cose, con gli Alleati e i
russi così vicini, avevo la sensazione che forse non avrei più rivisto
i miei vecchi. Casa mia era dalle parti dei grandi magazzini Tietz;
potevo arrivarci in cinque minuti. Sono uscito servendomi del lasciapassare
giornaliero, ma al ritorno mi sono imbattuto nel comandante
della guardia. Era un porco. Mi ha chiuso in guardina
e ha telefonato alla polizia militare. Per fortuna, mi è venuto in
aiuto Max Breslow. Ha persuaso uno degli aiutanti di campo delle
SS a chiarire la faccenda... ma l'ho scampata per un pelo, e ne
sono debitore a Breslow. Avrei potuto essere fucilato.» Wever
tamburellò con le dita sul tavolo. «Ha mai tentato di smettere di
fumare, signor Stuart?»
«Più volte.»
Wever sprofondò le mani nelle tasche come per punirle di aver
tamburellato sul tavolo. «Breslow era un tipo pratico. Quando siamo
partiti si è portato due pistole - sapeva che io non ne possedevo
una - e aveva un MP 40 in spalla. Aveva ragione lui, naturalmente:
come avremmo pututo assumerci una responsabilità del genere
disarmati? Si era anche infilato un bracciale del Führerhauptquartier. Ne sono rimasto sorpreso - quasi tutti avevano smesso
di portarlo da un pezzo - ma Breslow ha detto che avrebbe fatto
effetto sui sempliciotti di campagna. Vede,» soggiunse Wever
«Breslow era berlinese.» Il tono della sua voce lasciava intendere
che quel segno distintivo bastava a spiegare tutto quanto. Stuart
aveva conosciuto molti berlinesi, e gli piaceva quel particolare tipo
di sfrontata furbizia, detta Schalkheit, che sembrava caratterizzare
gli abitanti della città. Ma i berlinesi non erano certamente famosi
per la loro modestia e semplicità. Fino a che punto la versione di
Wever era solo finzione, studiata per nascondere qualcos'altro? «I
suoi familiari vivevano in una grande casa di Pankow, suo padre
era Georg Breslow, l'attore, un uomo celebre in Germania. Era
stato lui ad anglicizzare il cognome. La madre di Breslow era stata
un soprano del teatro dell'Opera di Berlino.» Wever si frugò in
tasca e ne cavò una monetina, la batté sul tavolo, poi se la rimise
in tasca.
«Sì» disse Wever. «Breslow portava il bracciale del quartier
generale del Führer. Io indossavo un giaccone invernale mimetico,
rovesciabile. Era un indumento da campagna. Personalmente, non
ero mai stato al fronte, e la cosa mi preoccupava, così ho voluto
mettermi quella giacca per aver l'aria di un vero soldato. Ma anche
così, Breslow, col suo malconcio pastrano di pelle e un vecchio
berretto con visiera calcato sulla fronte, aveva un'aria più militaresca
di quella che avrei mai potuto avere io.»
«Breslow aveva combattuto in prima linea?»
«Era rimasto ferito a Kharkov nell'inverno del 1943. La
Leibstandarte faceva parte dell'SS Panzer Corps. Breslow aveva riportato
gravi ferite e perso alcune dita dei piedi per congelamento.
Quando è stato dimesso dall'ospedale, lo hanno assegnato in pianta
stabile alla guardia della Cancelleria. Breslow vantava una carrettata
di decorazioni: la Croce di Ferro di prima classe, il distintivo
delle truppe d'assalto, il distintivo che spettava ai feriti di guerra,
e via discorrendo. Niente di particolarmente grandioso, però
era uno che poteva sfilarsi tranquillamente il pastrano, come dicevamo
noi soldati degli uomini che ostentavano decorazioni sulla
giubba.» Wever sorrise. «Così, è di Breslow che s'interessa lei,
eh?»
«Non c'erano altri passeggeri speciali sul treno, quella notte?»
«Soltanto io e Breslow. Lui è salito prima che cominciassero a
caricare. Ha mandato a chiamare il comandante del treno e tutti
gli ufficiali. Li ha ricevuti nella Führerwagen, la carrozza del
Führer, per la precisione nel salotto: seduto nella poltrona più comoda,
dopo aver gettato il berretto sulla scrivania, come se il padrone
fosse lui. Si era aperto il pastrano per mostrar loro che aveva
combattuto in prima linea. Fino a quel momento, il salotto del
Führer era stato una specie di santuario nel quale pochissimi di
noi avevano messo piede; adesso era affollato di facce curiose. C'erano
impronte di stivali infangati sul tappeto e, per la prima volta,
l'aria era satura di fumo. Fumo di tabacco! Sapevamo tutti che il
Führer non sarebbe mai più salito sul suo treno.
«Era buio pesto a Berlino, quella notte. Le incursioni aeree
erano tali da rendere severissime le norme sull'oscuramento. Persino
i ferrovieri dovevano lavorare al fievole lumicino delle lampade
di servizio. Io sono rimasto accanto a Breslow, e assieme abbiamo
spuntato la lista per assicurarci che le casse venissero caricate
senza inconvenienti. Gli incartamenti personali del Führer non
erano l'unico trasporto di quella notte: la sede del ministero degli
Esteri era stata gravemente danneggiata qualche sera prima, e al
treno del Führer era stata aggiunta una carrozza carica di documenti
ministeriali.
«Breslow mi ha comunicato che avremmo captato un segnale
quando il treno fosse passato da Halle. Solo allora avremmo aperto
il dispaccio sigillato con gli ordini di marcia. Siccome il messaggio
era in cifra, avremmo dovuto fermarci. I dispacci segreti, o
Chefsache, non si potevano trasmettere via radio, per timore che
fossero intercettati dai servizi d'ascolto del nemico. Sono così andato
ad avvertire l'ufficiale addetto alle comunicazioni che doveva tenere
pronto un tecnico per collegare le telescriventi con le linee telegrafiche
della Reichspost, quando ci fossimo fermati a Halle.
Poi ho informato il funzionario delle ferrovie responsabile del treno
della nostra intenzione di fermarci, e ho riferito al comandante
della polizia militare che i suoi uomini dovevano tenersi pronti a
stendere il normale cordone di sicurezza attorno al treno fermo.»
«Ha spedito il dispaccio da Halle?»
«No. C'era soltanto una linea in funzione per una quindicina
di chilometri a nord di Halle - si tratta di un importante nodo
ferroviario, e i bombardieri alleati lo avevano colpito più volte - e
il treno era stato dirottato attraverso Lipsia. E stato là che abbiamo
aperto il dispaccio con gli ordini.»
«E allora?»
«I nostri ordini erano di trasportare gli incartamenti personali
del Führer fino a una miniera di salgemma a Merkers, nel
Thuringer Wald, cioè la foresta della Turingia. Un reggimento di
fanteria di guarnigione a Hersfeld, non lontano dalla miniera, ci
avrebbe fornito tutto l'aiuto possibile. Gli ordini sigillati specificavano
che i documenti andavano indicati come "canzoni”, la scorta
militare come "pianoforte”, il trasferimento del materiale alla miniera
come un Lied mit Klavierbegleitung, vale a dire una "canzone
con accompagnamento di pianoforte”.»
«Strani, come nomi in codice» osservò Stuart.
«Non si può definirlo un vero e proprio codice» disse Wever
con pedanteria. «Garantisce ben poca segretezza a un dispaccio.
Una terminologia del genere è intesa unicamente a fini di comodo
e di concisione. In tedesco Begleit significa indifferentemente
"scorta” e "accompagnamento”: l'FBB era il Führer Begleit Bataillon.
Non occorreva di certo una squadra di crittografi per scoprire
quel che stavamo facendo, sempre ammesso che avessero un
decodificatore Enigma.»
Wever si frugò nella tasca della giacca, cavandone una macchinetta
per arrotolare le sigarette. Posò sul tavolo una lattina di
tabacco scuro, poi un pacchetto di cartine. «Ciononostante,
Breslow è stato molto meticoloso riguardo alla sicurezza dei dispacci
da trasmettere a Berlino e al comando militare di Hersfeld.»
Wever pescò una presa di tabacco e l'arrotolò nella macchinetta prima
di infilarvi una cartina, di leccarne l'orlo gommato e di arrotolarla
ancora un po'. «Ci vogliono due uomini per far funzionare quei
decodificatori di vecchio tipo, tre, se si vuol fare in fretta. L'Enigma
è simile a una macchina per scrivere, solo che le lettere si accendono
anziché stamparsi sulla carta. Breslow mi ha dato una
mano. Ripeteva le lettere, via via che si illuminavano.» Wever
continuò ad arrotolare la sigaretta come se si fosse dimenticato di
ciò che stava facendo. Poi aprì di scatto la macchinetta contenente
la sigaretta appena fatta. La prese tra le dita e premette con cura
nelle estremità qualche filo di tabacco penzolante. Poi la esaminò,
apparentemente soddisfatto del risultato. Accese la sigaretta e inalò
beato una boccata di fumo, aspirando a fondo, da fumatore incallito.
Dopodiché, soffiò fuori il fumo e sorrise tutto soddisfatto.
«Fin dove siete arrivati col treno?» domandò Stuart.
«Non siamo riusciti ad andare oltre Erfurt» rispose Wever.
Fumava la sigaretta con un che di furtivo, da cui si poteva dedurre
che sua moglie non avrebbe approvato la sua debolezza. «Un ponte
ferroviario era stato danneggiato. Quelli del genio ci hanno detto
che non avrebbe sopportato il peso del treno del Führer, che era
stato costruito espressamente con l'aggiunta di tonnellate di
piombo nei carrelli per attenuare al massimo i sussulti. C'era
poi da tener
conto del peso di tutta la nostra attrezzatura speciale e dei
Flakwagen, i carri della contraerea, in testa e in coda. Sarebbe stato
eccessivo per le travate. Attraversare il ponte in varie riprese
avrebbe comportato parecchie ore di ritardo. E poi c'erano i treni
ospedale che tornavano dal fronte e i convogli carichi di truppe diretti
a ovest. Erfurt non distava molto dall'Autobahn, l'autostrada,
per cui abbiamo chiamato quelli di Hersfeld, che si trova proprio
sull'autostrada, chiedendo che venissero a rilevarci. Fiasco completo!»
Wever si alzò per andare a scuotere la cenere nella stufa.
«Non siamo riusciti a metterci in contatto con loro per mezzo della
telescrivente, perché non c'erano tecnici in servizio. Gli americani
puntavano su Hersfeld e il reggimento aveva sloggiato. Allora abbiamo
tentato di telefonare. E a un certo punto, dopo una lunga e
animata discussione con un maggiore mezzo scemo il quale si rifiutava
di credere che fossimo incaricati di una missione speciale
per conto del Führer, ci hanno mandato due camion e un plotone
di fanteria.» Aspirò una boccata di fumo e tornò a osservare la sigaretta.
«Quando sono arrivati, più che soldati di fanteria somigliavano
a un gruppo di feriti che si reggessero a malapena in piedi: vecchi,
ragazzini, storpi e riformati. Anche i due camion assegnatici
dal maggiore erano così male in arnese che gli autisti dovevano
continuare a ripararli per farli andare.
«Arrivati alla miniera di Merkers, non abbiamo trovato nessuno
per prendere in consegna i documenti. È un posto squallido e
sporco, il cortile era una distesa di fango disseminata di rifiuti e
casse sfondate. In parte almeno, si trattava degli imballaggi di altri
tesori che erano stati depositati nella miniera. C'era un altro
camion, quando siamo arrivati. Aveva a bordo il direttore della
Reichsbank, il dottor Frank, e un Procurist della Reichsbanlc, cioè
il funzionario responsabile delle emissioni di cartamoneta. È stato
il dottor Frank a firmare il foglio di consegna, e poi ad autorizzarmi
ad andarmene.
«Volevo tornare dai miei genitori, a Berlino. Le ferrovie funzionavano
ancora: erano solo i convogli pesanti, che trasportavano
cannoni e carri armati, a non poter andare oltre Erfurt. Breslow
mi ha annunciato che si proponeva di presentarsi al più vicino comando
delle Waffen SS e tornare al fronte. Probabilmente era vero,
ma sul momento ho sospettato che cercasse semplicemente la
maniera di scambiare i documenti e l'uniforme da SS con quelli di
un ufficiale dell'esercito, prima di consegnarsi agli americani che
si avvicinavano sempre di più a ogni ora che passava. A Merkers
c'era un ufficiale addetto ai trasporti ferroviari che ha acconsentito
a darmi l'ordine con priorità assoluta di raggiungere la mia unità
a Berlino. In mancanza di un ordine di trasferimento con priorità
assoluta, avrei corso il rischio di vedermi appioppare un fucile e
spedire in prima linea dalla prima pattuglia della polizia militare
che mi avesse fermato e chiesto di esibire i documenti. Ho dovuto
ritardare la partenza per procurarmi una fotografia da allegare
all'ordine di trasferimento.»
«Ma lei aveva già gli ordini di Hitler con priorità assoluta»
osservò Stuart. «Che cosa poteva desiderare di più?»
«Erano momenti pericolosi, signor Stuart» disse Wever. «Le
armate americane erano ormai vicinissime, e l'Armata Rossa
avanzava di giorno in giorno. Sarei stato uno sciocco a portare indosso
un qualsiasi documento che mi collegasse con la cerchia delle
persone più vicine al Führer. Mi occorrevano normalissimi documenti
militari da cui risultasse che ero diretto al centro segnalazioni
di Berlino, senza il minimo accenno all'incarico presso la
cancelleria del Reich, un semplice telescriventista che tornava a
svolgere le sue speciali mansioni. Sono riuscito a scovare il fotografo
militare, ma quando finalmente le carte erano pronte, i
soldati americani erano già arrivati... era il 4 aprile. Sono stato interrogato
da un ufficiale della polizia militare americana, ma ha
creduto che facessi parte di una compagnia di scorta all'oro della
Reichsbank. Si è trattato di un interrogatorio superficiale, dopodiché
sono finito in un campo di prigionia e più tardi in Inghilterra.»
«Ha subito altri interrogatori?»
«Tutti quanti volevano sapere dell'oro. Continuavano a interrogarmi
sull'origine dell'oro: proveniva dalla Reichsbank, c'era
ancora dell'oro a Berlino, c'erano state spedizioni di oro straniero?
La Francia, l'Olanda e la Norvegia stavano già chiedendo la restituzione
dell'oro che era stato loro sottratto. Io non ne sapevo niente,
e a un certo punto quelli che mi interrogavano hanno smesso di
interessarsi a me.»
«E che ne è stato, degli incartamenti di Hitler?»
«Sono stati calati nella miniera. Erano solo sei casse. Sono sceso
personalmente nella galleria assieme al direttore della
Reichsbank, Frank. Lui aveva le chiavi di un forziere che era stato fabbricato
espressamente per contenere l'oro e la valuta straniera.
C'era molta luce; dal basso soffitto della miniera di salgemma pendevano
centinaia di lampadine elettriche. Frank ci ha avvertiti che
nella miniera l'aria era troppo secca per lasciarvi depositato a lungo
materiale d'archivio. Aveva dato lo stesso avvertimento ai
curatori del museo che vi avevano mandato preziosi documenti. Secondo
lui, una permanenza nella miniera superiore ai sei mesi avrebbe
potuto causare danni irreparabili. Breslow ha detto che in base
alle sue previsioni i documenti non ci sarebbero rimasti tanto a
lungo.»
«Ho esaminato e letto le dichiarazioni, i verbali degli interrogatori
e le relazioni sulla miniera, signor Wever,» gli disse Stuart
«ma non ricordo che vi fosse citato qualcuno a nome Frank. E certo
che non esiste il minimo accenno a un direttore della
Reichsbank che si chiamasse così.»
Wever fissò lo sguardo nel vuoto e assentì col capo. «Ho sempre
sospettato che Frank non fosse il suo vero nome.»
«Perché?»
«Breslow non era il tipo di ufficiale disposto a consegnare senza
discutere documenti così segreti a un civile, in cambio di una semplice
ricevuta. Credo che Breslow avesse avuto segretamente ordine
di mettersi in contatto con quel tale che si spacciava per il direttore
della Reichsbank, Frank. Suppongo che Frank fosse un
funzionario del Sicherheitsdienst che lavorava per Kaltenbrunner,
perché potessero sapere con certezza dove si trovavano i documenti.»
Wever annuì, come a dar conferma a se stesso della sua idea.
«E Breslow è rimasto un bel po' con Frank, e da quegli incontri io
ero escluso.»
«E l'uomo che si faceva chiamare Frank aveva accesso anche
all'oro?»
«Non solo, anche alla valuta straniera depositata laggiù: banconote
svizzere, banconote svedesi, dollari americani e sterline inglesi.
Tutta la valuta straniera, ivi compresa quella rastrellata
dalle SS, dall'esercito o da chiunque altri, doveva essere inviata all'ufficio
valuta straniera della nuova sede della Reichsbank, a Berlino.
Per un cittadino tedesco, il possesso di valuta straniera era illegale.
Il Procurist era responsabile di tutta la cartamoneta straniera,
un altro dirigente della Reichsbank, Herr Thoms, lo era di
tutto l'oro. Ora, nel 1945, praticamente tutto l'oro e tutta la valuta
straniera erano depositati nella miniera di salgemma, e Herr
Frank ne aveva la chiave.»
«Sta cercando di dirmi che quell'oro e quella valuta straniera
erano stati collocati là allo scopo di finanziare la fuga dei caporioni
nazisti?»
«Tutto quel che so è che quando sono arrivati a Merkers gli
americani, il direttore della Reichsbank, Frank, si era dileguato, e
lo stesso dicasi del mio vecchio amico Breslov.»
«Pensa che abbiano trafugato l'oro dalla miniera?»
«Non ho teorie in proposito» disse Wever. «Sto semplicemente
dicendole che cos'è accaduto.»
«Ha avuto modo di dare un'occhiata ai documenti?»
«Ci ha pensato Breslow» disse Wever. «Il viaggio in treno è
stato lungo. Una delle casse non era chiusa a chiave; non abbiamo
saputo resistere alla tentazione di darci un'occhiata. Ogni cassetta
metallica da schedario era suddivisa in scomparti, e in ogni scomparto
erano pigiate spesse buste di carta bruna. Ne abbiamo aperta
una: dentro, abbiamo trovato due taccuini stenografati, con le pagine
solcate da freghi diagonali, evidentemente apposti da qualcuno,
a mano a mano che gli appunti venivano trascritti a macchina.
I caratteri stenografici erano scribacchiati frettolosamente, ma abbastanza
facilmente leggibili. Sul fondo della cassetta c'era una pila
di fogli dattiloscritti da cima a fondo. Si trattava dei
Lagebesprechungen, i verbali delle riunioni militari
presiedute dal Führer, di regola due volte al giorno.»
«E Breslow ne ha preso uno?»
«Così, per ricordo, suppongo. Era un gesto pazzesco, ma del
resto tutto era pazzesco in quegli ultimi giorni di guerra. La gente
faceva cose folli.»
«Lei, no, Wever» disse Stuart. «Lei non ha mai fatto niente di
folle in vita sua.»
Wever lo fissò. «Io non metto a repentaglio la mia vita per uno
stupido pezzo di carta straccia, se è questo che intende dire. Il fatto
che recasse stampigliato in cima ”Führerkopie” non voleva dir
niente per me. Non sono mai riuscito a capire quei pazzi che andavano
a battersi in Russia come se si trattasse di chissà quale
splendida crociata. Che cosa ne hanno ricavato?»
«Lo sappiamo, che cosa ne hanno ricavato» disse Stuart. «I
più fortunati si sono dovuti sorbire una dozzina di anni di prigionia
in un campo di lavoro russo.»
Squillò il telefono. Il trillo sembrava fuori luogo in quella
squallida stanzetta che puzzava di muffa e di letame. Wever si alzò
dalla sedia con uno scricchiolio di ossa anchilosate «Pronto?»
disse, allungando la mano al ricevitore nella penombra.
L'interlocutore farfugliò qualcosa all'altro capo del filo. Wever
disse ”Ja”, ma poi lo corresse in ”sì” quando dovette rispondere di
nuovo in senso affermativo. ”Sì” e ancora ”sì”.
Di colpo, Wever perse la pazienza. Attaccò a parlare rapidamente
in tedesco, con le consonanti taglienti e secche com'è tipico
dei berlinesi. «Accidenti a lei e accidenti a tutti gli altri. Per anni
non glien'è fregato niente a nessuno, e adesso improvvisamente...
Dica loro che l'ho mandata quasi una settimana fa. La negativa.»
Annuì tra sé e sé. «L'unica negativa. Dica loro di piantarla con
questi stupidi giochetti.» Wever interruppe la sua tirata e chinò il
capo come nel tentativo di udire meglio. La sua figura si stagliava
sullo sfondo delle nuvole gonfie di pioggia che gravavano plumbee
sul passaggio, oltre la finestra. Wever staccò il ricevitore dall'orecchio,
e prima che lo riappendesse continuò a uscirne per un momento
una specie di gracidio.
«C'è qualcos'altro che vuol sapere?» disse Wever.
«Per il momento, no» rispose Stuart. «Grazie per l'aiuto.»
«Non ho scelta» disse Wever. «Quando i suoi superiori mi
hanno rilasciato tutti i permessi e le autorizzazioni necessarie, una
trentina d'anni fa, mi hanno detto chiaro e tondo che avrebbero
potuto revocarli con la stessa rapidità.»
«Fossi in lei, di questo non mi preoccuperei troppo, signor
Wever» disse Stuart. «Ormai lei è dei nostri.»
Wever fece udire un borbottio mentre si chinava a riallacciarsi
le stringhe.
«Posso darle un passaggio da qualche parte?»
«No» fece Wever. «Vada pure. E stia attento a quella fanghiglia
vicino al capanno; il furgone del panettiere ci è finito dentro,
ieri sera. Gli ci è voluta mezz'ora per uscirne.»
«Grazie, lo farò» disse Stuart e, incassando la testa tra le spalle,
corse alla sua automobile sotto la pioggia. Il motore si avviò appena
infilata la chiavetta, e Stuart accese tutti i fari in modo da
percorrere il sentiero fangoso senza dover condividere la sorte del
panettiere.
Era quasi arrivato alla Volpe Rossa quando vi fu l'esplosione.
Lo scoppio illuminò la campagna grigia come un lampo temporalesco,
e la sua violenza fece rintronare le orecchie di Stuart ancor
prima che udisse il rimbombo. Si volse giusto in tempo per vedere
la colonna di fumo. Non si trattava del fumo nero e oleoso usato
dai tecnici degli effetti speciali nei film di guerra. Era tutto vero:
una chiazza spettrale che si dissolse quasi subito.
Stuart frenò bruscamente, mentre una grandinata di schegge di
legno e frammenti metallici sollevava spruzzi dalle pozzanghere
attorno a lui e graffiava la vernice della carrozzeria. Aprì la portiera
e uscì sotto la pioggia torrenziale. In quel tratto di campagna
le siepi erano state sradicate da un pezzo dai contadini sensibili
agli sprechi. L'aperta distesa dei campi consentì a Stuart una
chiara visuale della casa di Wever. Ne era rimasto ben poco; appena
una traccia di fumo indugiava sulle pietre sparse, e un grosso
pezzo di tetto era appoggiato al pollaio più vicino.
Stuart risalì sulla Aston Martin. Non c'era senso a tornare
indietro. Sicuramente stavano già accorrendo auto della polizia e
ambulanze. Inoltre, il regolamento vigente metteva severamente in
guardia gli agenti operativi contro il rischio di lasciarsi coinvolgere
nelle indagini della polizia. Il Secret Intelligence Service non
aveva certo piacere di dover spedire qualche funzionario d'alto
bordo al ministero degli Interni, col cappello in mano. Malgrado
ciò, Stuart portò l'Aston Martin nel parcheggio della Volpe Rossa
e tornò indietro.
L'orologio, pensò Stuart. Forse l'individuo che era venuto ad
aggiustare il carillon, non ne aveva sostituito i pezzi. Forse aveva
piazzato nella pendola una carica di esplosivo. Era proprio quella
parte della casa ad aver subito i danni più gravi. Ma chi aveva telefonato
a Wever, e si era trattato di un avvertimento?
La cucina presentava una scena di desolazione. Solo da un attento
esame degli artificieri si sarebbe appreso se la bomba era stata
collocata nell'orologio, e avrebbero dovuto cercare un bel po' per
rimetterne assieme i pezzi. Il puzzo era quasi insopportabile.
Stuart sputò la fuliggine che gli intasava la bocca.
Wever doveva essere stato in piedi accanto alla stufa. Il viso e
gli indumenti erano pressoché intatti, ma l'uomo era raggomitolato
come una bambola di pezza in un girello, ed era inequivocabilmente
morto. Stuart gli rovistò nelle tasche, ma non trovò nulla
che non ci si potesse aspettare di trovare indosso a un allevatore di
pollame che lavorava sodo ed era troppo vecchio per tener dietro al
lavoro che c'era da fare e perdipiù aveva problemi di liquidità che
lo costringevano a comprare a rate un'incubatrice per i polli di seconda
mano.
Sicché, quello era l'uomo che era stato così vicino a Hitler.
Be', c'erano destini peggiori di quello di finire i propri giorni in
un allevamento di polli dell'East Anglia. Della moglie di Wever,
neppure l'ombra. Stuart avanzò guardingo sulla distesa di schegge
di legno e vetri infranti per raggiungere quella che era stata una
camera da letto. C'era una brandina in un angolo. Stuart sollevò le
coperte di lana. Non trovò traccia di un bambino.
La pioggia continuava a cadere fitta, inzuppando il mobilio
sconquassato, sfrigolando sulla stufa rovente e bagnando i calcinacci.
Stuart si girò per tornare alla macchina, sbriciolando i vetri
sotto i piedi. Fu mentre scavalcava il muro crollato della camera
da letto che la vide: la pioggia aveva reso lucente il metallo della
cassetta, e Stuart si chinò a esaminare più da vicino l'oggetto.
Si trattava di una costosa cassaforte, incassata nell'ammattonato
della camera da letto, in un muro aggiunto alla casa dall'intraprendente
Franz Wever. La parte anteriore della cassaforte era
intatta, e lo sportello chiuso saldamente. Il retro, invece, si era
squarciato in seguito al crollo del muro. Stuart fece leva sul metallo quasi si trattasse del coperchio distorto di una scatola di sardine
semiaperta. Infilò la mano nel buco e vi scovò alcuni plichi di carte.
C'erano una polizza di assicurazione, alcune lettere del locale
ufficio progettazione in cui si concedeva l'autorizzazione a costruire
nuovi pollai. C'erano i permessi rilasciati a Wever e un passaporto
della Germania Federale che recava solo due timbri, relativi
a un soggiorno a Berlino. Wever aveva mentito sul fatto di non esserci
più tornato: quali altre bugie aveva detto?
Assieme a questo plico ce n'era un altro, avvolto nella plastica
nera di cui son fatti i sacchetti di fertilizzante, stretto da due elastici.
Stuart strappò gli elastici e aprì l'involto. Conteneva il vecchio
libro paga dell'esercito tedesco intestato a Wever, alcuni ricordini
sotto forma di banconote straniere del tempo di guerra e
un certificato medico in data 18 settembre 1944, in cui lo si dichiarava
idoneo al servizio in fanteria. Niente d'importante, si disse
Stuart, e diede un'occhiata all'orologio. La polizia sarebbe sicuramente
arrivata a momenti. C'erano case e fattorie più vicine della
Volpe Rossa, e dovevano aver udito lo scoppio come un rombo di
tuono.
Fu mentre si accingeva a riavvolgere il plico col libro paga, che
Stuart vide la busta infilata tra le vecchie banconote. Ne lacerò il
lembo di chiusura. Ed eccola lì: Führerkopie, una pagina estratta
da uno dei Lagebesprechungen, i verbali delle riunioni militari
giornaliere di Hitler, con i nomi di Jodl, Gòring e Hitler lungo il
margine di sinistra. Un brano della folle commedia che era stata
recitata col tutto esaurito per sei lunghi anni da incubo. Così, non
era Breslow, quello dei due così ossessionato dal contenuto delle
cassette di latta da sentirsi in dovere di sottrarne un ricordino, ma
Wever, il cinico per eccellenza che se ne infischiava altamente di
Hitler.
C'erano anche altre cose: una ricevuta postale relativa a una
raccomandata indirizzata a «Fermo Posta, Ufficio Smistamento,
Poste Centrali, Los Angeles, California 90054», con la data di
quasi una settimana prima; un consunto lasciapassare della Cancelleria
del Reich, timbrato mensilmente e rinnovato sino alla fine
del 1944. Era un prezioso ricordino. C'era poi una foto color seppia,
formato cartolina, scattata, a giudicare dalla qualità, in uno
studio di provincia, col nome del fotografo e un indirizzo austriaco
in audace corsivo sul retro. Un bimbetto era in posa, tutto impettito,
davanti a un fondale dipinto di montagne coperte di neve. Si
poteva quasi udire il padre ansioso che raccomandava al ragazzino
di non muoversi.
L'altra foto era inequivocabilmente l'opera di un dilettante:
un'istantanea nebulosa scattata con un apparecchio scadente, ormai
tutta screpolata e con le orecchie. Si vedevano tre uomini, in
piedi con l'aria impacciata, in quello che pareva il cortile di una
fabbrica. Alle loro spalle, pali o forse ciminiere e, più in là, basse
colline ondulate. La stampa era troppo granulosa per coglierne i
particolari, ma uno dei giovanotti in stivaloni militari e pastrano
di pelle e berretto con visiera aveva tutta l'aria di essere
Max Breslow. Accanto a lui, Wever se ne stava goffamente in una posa un
po' canagliesca, col gomito appoggiato sulle spalle di Breslow e
l'altra mano sulla fondina della pistola, portata sopra una giubba
mimetica. Il terzo individuo era in borghese: un lungo cappotto
nero, e in mano, un cappello di feltro a larghe tese. Sul retro della
foto stava scritto a matita: «Max», «Franz» e «Dir. Rechisb dottor
Frank».
Stuart s'infilò in tasca il lasciapassare, la Ftihrerkopie del foglio
di verbale e le fotografie, prima di riporre il resto nella cassaforte
sventrata. Poi s'inerpicò sulle macerie e tornò di corsa alla
macchina. Ancor prima di avviare il motore, udì l'urlo delle sirene
della polizia e dell'ambulanza. Quando l'auto raggiunse la strada
principale, Stuart vide le luci azzurre lampeggianti ammiccare attraverso
la cortina di pioggia: le auto della polizia risalivano sobbalzando
il viottolo che segnava il confine dei pochi acri di Wever.


Capitolo 14.

«E tutto questo è accaduto ieri sera?» fece Sir Sydney Ryden.
Si trovavano nella Ziggurat del Secret Intelligence Service. La visita
ufficiale del primo ministro a Tokyo gli aveva dato qualche
giorno di tregua dalle insistenti domande della signora. Il direttore
generale non si era quasi mosso dalla sua posizione, in piedi accanto
alla scrivania, mentre Boyd Stuart gli riferiva sulla visita
fatta a Franz Wever. Era sconcertante parlare con un uomo che se
ne stava lì con lo sguardo abbassato sul bicchiere e le gambe divaricate,
ben piantate in terra, pressoché immobile, eccezion fatta per
quando, di tanto in tanto, sollevava una mano a scostarsi dal viso i
lunghi capelli o a toccarsi l'orecchio.
«Proprio così, Sir Sydney.» Adocchiò i giornali sparsi sulla
poltrona. Il fatto era accaduto troppo tardi perché i giornali del
mattino, fuorché qualcuna delle ultime edizioni londinesi, potessero
dedicargli un articolo, ma i giornali della sera lo riportavano
tutti quanti in prima pagina. «Fattoria devastata da una bomba
dell'IRA - Un morto.» «Alcuni arresti a Londra da parte della
squadra antiterrorismo in seguito all'esplosione avvenuta alla fattoria.»
«Non sono stati operati arresti da parte della squadra antiterrorismo»
disse Sir Sydney.
«Immagino che si tratti solo di un espediente giornalistico per
collegare l'esplosione con i terroristi. Fa vendere più copie, suppongo.»
«Non sia troppo duro con Fleet Street, Stuart. Abbiamo qualche
buon amico da quelle parti.»
Stuart alzò gli occhi di scatto. Così, dunque: era opera del direttore
generale; quel vecchio demonio scaltro aveva architettato la
storiella dei terroristi per mettere tutti fuori strada.
«Meglio così» disse il direttore generale. «E poi, siccome
Wever era un tedesco alquanto taciturno, i suoi vicini di casa del Suffolk
sarebbero stati anche troppo pronti a inventare malefatte di
ogni genere.»
«Norfolk, per la verità, signore» disse Stuart. «Ha detto che
lavorava per noi.»
Il direttore generale arricciò le labbra disgustato. «Per uno degli
ufficiali di Whitehall» disse in tono glaciale. La precisazione
lasciò a Stuart ben pochi dubbi in merito al fatto che Wever doveva
essere stato una specie di dipendente del MI5, un organismo per
cui Sir Sydney mostrava scarsissima ammirazione. «E dice di aver
trovato una foto di quel Max Breslow tra le macerie della fattoria?»
«L'ho portata a quelli degli archivi, Sir Sydney» disse Stuart,
cavando il portafogli per mostrargli la foto. «Uno dei tre tedeschi
non è stato ancora identificato.»
Il direttore generale gli fece cenno di riporla. «Non occorre
che la guardi, Stuart. Tanto non scopriremo di certo che quel tizio
fa parte del comitato del mio circolo del golf o di qualcosa del genere.»
Fu quanto di più simile a una battuta di spirito in cui il direttore
generale si fosse mai esibito. Il quale direttore generale sollevò
un vaso con una pianta grassa e lo bilanciò sul palmo della
mano come se cercasse di valutarne il peso. «Allora quali sono le
sue conclusioni, Stuart?»
«In un primo momento, ho pensato che Wever mentisse a proposito
della sottrazione del documento da parte di Breslow. Poi,
quando ho avuto il tempo di ripensarci, ne sono stato meno sicuro.
Credo che Breslow abbia spedito per posta a Wever quel foglio dei
verbali quotidiani di Hitler, assieme alla fotografia in cui è ritratto
in compagnia di Wever, Secondo me, è stato un modo per ricordare
a Wever chi era Breslow...»
«Per riannodare un'antica amicizia, vuol dire?» domandò il
direttore generale con una punta di divertita condiscendenza.
«O per esercitare pressioni su di lui.»
«In che senso?» Il direttore generale osservava la pianta grassa,
ma i suoi pensieri erano concentrati sull'argomento in discussione.
«Nel senso di non raccontarci la storia che ci ha raccontato»
ipotizzò Stuart.
«O magari, invece, di raccontarci proprio la storia che ci ha
raccontato, anziché dirci la verità» fece il direttore generale.
«Sì, signore.»
«Ma lei crede a quanto le ha detto?»
«Wever ha sostenuto che i nostri lo assillavano, signore. Ha
detto di aver ripetuto più volte la stessa versione.»
«Sciocchezze» fece il direttore generale. «Nessun altro gli ha
mai accennato all'argomento in questione.»
«Desidera che le consegni personalmente il rapporto scritto?»
gli domandò Stuart.
Il direttore generale storse il naso e buttò giù un sorsetto di
whisky come se si trattasse di una sgradevole medicina. «Niente
rapporti scritti, per il momento, Stuart. Tutto questo dovrà rimanere
tra lei e me.»
«Sì, signore.»
«Lo so che è una procedura insolita, ma la faccenda è piuttosto
delicata. Il primo ministro s'interessa personalmente alla cosa, e
desidero ridurre al minimo le scartoffie.»
«Capisco, signore» disse Stuart. Si profilava come una di
quelle operazioni per le quali tutti i rapporti dovevano essere redatti
con estrema oculatezza e precauzione. Be', Stuart sapeva che
cosa succedeva agli agenti operativi che in una situazione del genere
commettevano anche il minimo errore: venivano subissati dai
burocrati.
«Per pure ragioni di sicurezza» aggiunse il direttore generale.
Guardò l'orologio.
«Certo, signore.»
«Le offro un altro goccio.» Prese di mano a Stuart il grosso
bicchiere di vetro intagliato e vi versò una dose precisa di whisky
di malto, col gesto di un insegnante di chimica che mostri agli allievi
come manipolare un composto pericoloso. Erano quasi le
5,40 del pomeriggio: l'ora del telegiornale pomeridiano del primo
canale della BBC. Il direttore generale si avvicinò al piccolo televisore
incassato nella libreria. Lo accese giusto in tempo per captare
un annuncio relativo a un cambio di programmi. Poi fu trasmesso
il telegiornale. I due uomini guardarono un breve filmato
che mostrava ciò che rimaneva del cascinale dei Wever. La signora
Wever si trovava nel capanno della mungitura al momento dell'esplosione,
e ne era uscita indenne. Disse all'intervistatore che suo
marito non s'interessava di politica, soggiungendo che correva voce
che l'allevamento di polli era situato nei pressi di un antico deposito
di bombe dell'aviazione americana. Un portavoce delle autorità
locali non smentì, dicendo che era stata avviata un'indagine. Il
successivo servizio riguardava i preparativi in vista della visita ufficiale
della regina in Africa. Il direttore generale troncò a mezzo
il telegiornale. «Credo che andrà tutto liscio» disse. «Per fortuna,
c'era uno dei nostri a Thetford. Si è precipitato a scambiare quattro
parole con la signora Wever.»
«C'era un aeroporto militare da quelle parti in tempo di guerra?»
domandò Stuart.
«I depositi di bombe non devono necessariamente trovarsi in
prossimità degli aeroporti» disse il direttore generale. «Comunque
sia, è stata la storiella più plausibile che l'ufficio operativo sia riuscito
a inventare nel giro di un'ora. Se riusciamo ad alimentare il
dubbio per altre ventiquattr'ore, l'interesse per la faccenda svanirà.»
Sorrise e sollevò una mano a premere un dito contro l'apparecchio
acustico color rosa, nascosto dalla lunga zazzera. «Quel
che ancora non capisco è perché lei ci sia andato così presto,
Stuart.»
Ci siamo, pensò Stuart. «Non mi è stata indicata un'ora precisa
per andarci, signore. L'appunto che mi è stato passato dal mio
controllo a Los Angeles diceva semplicemente che avrei trovato
Franz Wever a casa dalle due in avanti, quel giorno. In effetti,
non era esatto; Wever era un devoto praticante. Una volta alla settimana
si prestava volontariamente a far le pulizie in chiesa.»
«Ah, così?» disse il direttore generale, mandando a memoria
l'errore commesso dall'ufficio. Sorrise. «Be', tutto quel che posso
dire è che sta facendo un ottimo lavoro, Stuart. Ci dia dentro, e
cerchi di avere qualche novità da comunicarmi per quando il primo
ministro farà ritorno dall'incontro dei capi di governo. I politicanti
sono una razza irrequieta e impaziente.» Il direttore generale
si versò in gola il resto del whisky allungato con l'acqua e abbozzò
un sorriso tetro. Era un inequivocabile segnale di congedo.
Boyd Stuart trangugiò il resto del whisky di malto e si alzò per
andarsene.
«Se ne va?» fece il direttore generale, come se fosse sorpreso.
«Oh, be', immagino che abbia un sacco di cose da fare. Si proponeva
di tornare subito a Los Angeles?»
Stuart aprì la porta. «La prossima settimana, probabilmente,
signore.»
«Be', lei è miglior giudice di me» disse il direttore generale,
inducendo Stuart a domandarsi se il direttore generale ritenesse
che il suo soggiorno londinese fosse troppo prolungato o troppo
breve.


Capitolo 15.

«Il direttore generale mi fa venire i brividi.»
«Torna a letto, Boyd» disse Kitty. «Sono le due del mattino.»
«Lo so che è un brav'uomo che aiuta le vecchie signore ad attraversare
la strada e riporta a casa i cani randagi, e che la mia ex
moglie lo adora, però mi fa davvero venire i brividi. Wever mi ha
detto che i nostri lo hanno interpellato ripetutamente. Il direttore
generale lo nega.»
«Hai intenzione di startene a guardare da quella finestra tutta
la notte? Che cosa stai fissando?»
«Ci sono due uomini seduti in una macchina in sosta davanti
alla macelleria all'angolo. Sono seduti in quell'auto verde da
quando siamo tornati dal ristorante.»
Kitty rise. «Stai diventando paranoico? Cominci a immaginare
di essere seguito da strani ometti?»
Stuart non rispose.
«Boyd, dico sul serio» fece lei. «Non è da te. Vieni a letto e lascia
perdere. Domattina quegli uomini se ne saranno andati, la
macchina non ci sarà più, e una bella dormita avrà fatto sparire
l'effetto di quel borgogna spagnolo.»
«Il direttore generale mi ha domandato perché sono andato a
trovare quel Wever così presto» disse Stuart. «Non gli avevo detto
a che ora c'ero andato. Non lo avevo detto all'ufficio operativo.
Non lo avevo detto al mio controllo. Non l'avevo detto a te. Non
l'avevo detto a nessuno. Come diavolo faceva il direttore generale a
saperlo, a meno che non mi avesse fatto pedinare da qualcuno dall'aeroporto?»
«È solo il tuo amor proprio ferito, io lascerei perdere» disse
Kitty. «La Sicurezza Interna esegue regolari controlli su ciascuno
di noi, di tanto in tanto. Non è rilevante che ti abbiano fatto pedinare
dall'aeroporto. E non c'è motivo per farsi venire una crisi
isterica, tesoro.»
«Allora lascia che ti dica una cosa per cui vale la pena di farsi
venire una crisi isterica» disse Stuart sottovoce. «Supponiamo che
per puro caso non mi fossi imbattuto in una vecchia, la quale si
dava il caso sapesse che Wever era in chiesa? Supponiamo che
avessi seguito le istruzioni alla lettera: ci fossi andato un po' più
tardi, mi fossi recato direttamente a casa dei Wever, avessi bevuto
una tazza di tè con sua moglie aspettando che lui rientrasse. E allora?»
«Che cosa stai cercando di dire, Boyd?»
«Allora sarei stato io a saltare in aria con quella maledetta
bomba! Ecco che cosa sto cercando di dire, Kitty.»
«Non prendertela con me, Boyd.»
«Devo pur prendermela con qualcuno. A Los Angeles, per un
pelo non sono rimasto ucciso in un incidente stradale. Ed è stato
un assassinio, di questo sono certo.» Guardò Kitty. «Ci ha lasciato
le penne il vice dell'addetto commerciale. Era uno che non c'entrava,
Kitty. E sai quanto l'ufficio detesti gli incidenti del genere.»
«Sì, me l'hai detto.»
«Qualcuno ha telefonato a Wever. Qualcuno gli ha telefonato
per accertarsi che ci fossi anch'io prima di far esplodere quella
bomba.»
«Non sai che cosa gli abbia detto chi lo ha chiamato; hai detto
che non sei riuscito a sentire.»
«Ha ricevuto una telefonata» disse Stuart lentamente, in tono
calcolato e con rabbia crescente. «Ha ripetuto un sacco di volte sì,
e solo qualche minuto dopo la casa è saltata in aria a opera di
qualcuno abbastanza vicino per innescare una spoletta radiocomandata.»
«Come fai a essere così sicuro che fosse un detonatore radiocomandato
a breve distanza dalla casa?»
«Perché conosco quelli dell'ufficio, Kitty, So come vengono architettate
queste cose. E quando ho detto che Wever lavorava per
noi, il direttore generale non ha battuto ciglio.»
«Per l'MI5, hai detto.»
«Così il direttore generale ammette che Wever era alle dipendenze
del "Cinque”. Lo sappiamo tutti che il direttore generale è
in grado di farli saltare attraverso i cerchi di fuoco, se ne ha voglia,
e in questa faccenda c'è lo zampino del primo ministro, dietro
il direttore generale.»
Kitty King si passò una mano tra i capelli. Era sveglissima
ora. «Ma a che scopo, Boyd. Dimmi, a che scopo?»
«Non fosse stato per un piccolo errore di calcolo degli artificieri,
Wever sarebbe sparito, io sarei sparito e anche tutte le prove
che ti ho consegnato stasera e che hai messo al sicuro nella cassaforte
rossa sarebbero sparite.»
«Boyd!»
«E guarda caso, per chissà quale remota e fortunata coincidenza,
c'era qualcuno dell'ufficio a Thetford, oggi pomeriggio.
Qualcuno con cui potevano mettersi in contatto in qualsiasi momento.
Qualcuno cui il direttore generale può affidare il delicato
incarico di tappare la bocca alla signora Wever con un rotolo di
banconote.»
«Congetture» disse Kitty. «Semplici congetture.» Si levò a sedere
sul letto.
«Non accendere la luce» disse Stuart, parlando a bassa voce e
tenendo la tenda scostata in modo da poter guardare nella strada
sottostante.
Kitty fece udire una risatina forzata, nervosa. «Stai cercando
di dirmi che tuo suocero ha voluto farti assassinare? XPD, eliminazione
per motivi prudenziali è questo che stai dicendo?»
«È inutile menare il can per l'aia, Kitty.»
La ragazza si protese verso di lui, ma Stuart non si girò a
guardarla. «Il direttore generale non mette mai becco negli ordini
di XPD, Boyd. Sai come funziona; gli ordini di XPD sono emanati
solo per diretta autorità di ogni singolo capo operativo di zona, e
poi sono controfirmati dal vice del direttore generale. Si è sempre
fatto così. Il direttore generale non ha voce in capitolo.»
Stuart lasciò ricadere lentamente la tenda, poi si volse a guardare
Kitty. «Sì, si è sempre fatto così, Kitty, in modo che il direttore
generale, chiunque esso sia, possa presentarsi al cospetto delle
commissioni parlamentari segrete e deporre sinceramente, sotto
giuramento, che non è assolutamente a conoscenza di una eliminazione
per motivi prudenziali o di qualsiasi altra uccisione autorizzata
dall'alto. So bene come vanno le cose, Kitty. Lo so, credimi.»
«Nessuno ne sa niente» disse Kitty. «Neppure il mio capo sa
come vengono assegnati gli ordini di eliminazione per motivi prudenziali
e neanche quale dei nostri agenti è incaricato di eseguirli.
Ma ti dirò una cosa, Boyd. Non c'è modo che Sir Sydney abbia potuto
architettare una cosa del genere senza la collusione di qualcun
altro, e lavoro in quell'ufficio da abbastanza tempo per sapere
che non l'avrebbe ottenuta.»
«Mi stai dicendo sul serio che in tutto il tempo che hai lavorato
all'ufficio operativo, non ti è mai capitato sott'occhio un ordine
di eliminazione per motivi prudenziali?»
«Per i disertori, Boyd. Per i traditori. Per individui con la testa
gonfia di segreti, come ad esempio il recapito degli agenti
operativi. E del resto, solo dopo che l'ufficio si è accertato che siano
sul punto di riferire tutto quanto a Mosca. Non ordinano mai l'eliminazione
per motivi prudenziali di un agente operativo come te,
che sta compiendo una missione al meglio delle sue capacità.»
«Ti dispiace se ne prendo nota?» fece Stuart sarcastico. «Parli
come un libro stampato a uso delle spie.»
«Grazie tante! Ne ho proprio abbastanza del tuo malumore.
Me ne vado a casa!»
«Oh, piantala, Kitty. Sai che non dicevo sul serio.»
«Lo sai che cosa provo a trovarmi con te in questo maledetto
appartamento?»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che dovunque guardi, ci sono cose e cosette appartenenti
alle altre tue donne.»
«Donna, non donne» disse Boyd Stuart. «Le cose di Jennifer,
vuoi dire?»
Kitty serrò le labbra. Le bastava udir fare il nome della donna
con cui Boyd Stuart aveva diviso la sua vita per avvertire le fitte
della gelosia, e il fatto di avvertire le fitte della gelosia la mandava
in bestia. «Sì, la tua maledetta Jennifer. Proprio così. Come parlava
lei? Non certo come un libro stampato a uso delle spie... Come,
allora? Come un manuale di sessuologia...?» Frugò in cerca
di un fazzoletto.
«Oh, mio Dio, Kitty, non metterti a piangere, non lo sopporto.»
«Ecco!» urlò lei. «Ma sicuro! Mica dici: ”Non piangere, Kitty,
perché detesto vederti infelice” e neppure: ”Non piangere, Kitty,
che cosa posso fare per te?”. Ma solo: ”Non piangere, piccola
Kitty, perché il tuo uomo non lo sopporta”.» Era furiosa, adesso.
Scostò con violenza le lenzuola e schizzò dal letto. Stava ancora tirando
su col naso mentre s'infilava il collant e guardava sotto il
letto in cerca delle scarpe.
«La tua macchina è a chilometri di distanza» le rammentò
Stuart.
«Non preoccuparti per me» disse lei petulante. «Non ho paura
degli omini verdi a bordo dei dischi volanti.»
«Oh, va all'inferno» disse Stuart, e lo pensava realmente. Dopo
che ebbe udito chiudersi il portone, scese, domandandosi se l'avrebbe
trovata ad aspettarlo, ma Kitty se n'era andata a casa.
Stuart si spogliò e si mise a letto, ma non era facile prender sonno.
Sveglio al buio, ascoltò il rumore del traffico che scorreva
sul Millbank. Sul lungofiume non c'era mai silenzio; era uno
degli inconvenienti di abitarci. Kitty King avrebbe riferito
la conversazione
che avevano appena avuto? si domandava. E se sì, che effetto
avrebbe avuto sulle sue prospettive di carriera? Stuart ridacchiò
tra sé e sé: quali prospettive di carriera ha uno, se sospetta che il
suo datore di lavoro sta cercando di assassinarlo? E se il suo datore
di lavoro è per giunta suo suocero? Il problema era ancora irrisolto
quando sprofondò nel sonno. Quando si svegliò, molto tardi,
la mattina dopo, splendeva il sole, e l'automobile verde in sosta davanti
alla macelleria e gli uomini seduti in macchina erano spariti
come se non fossero mai esistiti.
Tanto che, quando lunedì mattina si rimise al lavoro, l'idea
che qualcuno dell'ufficio complottasse per farlo uccidere era quasi
svanita dalla sua mente.


Capitolo 16.

A quella stessa ora, le dieci e mezzo del mattino di lunedì, 2
luglio 1979, Sir Sydney Ryden prendeva parte alla consueta riunione
settimanale dei servizi informazione. La riunione si tenne in
una saletta al primo piano del numero 12 di Downing Street. Nella
saletta c'erano un lungo tavolo lucido, contornato da otto sedie,
quattro telefoni di vari colori, alcune poltrone di pelle rossa, un
caminetto corredato di paletta, molle e attizzatoi lucentissimi, e un
piccolo olio di Winston Churchill appeso sopra il camino. L'unico
pezzo moderno che stonava con tutto il resto era una macchina con
due "cassette per le lettere” in cima: un tritacarta.
Alla parte conclusiva della riunione erano presenti un sottosegretario
alla presidenza del consiglio in rappresentanza del primo
ministro, il coordinatore dei servizi informazione, Sir Sydney
Ryden, e il suo contraltare, cioè il direttore generale del MI5.
L'unico personaggio di pari importanza che non fosse presente
era il capo del quartier generale del controllo a terra, cioè il responsabile
dell'ufficio cui fanno capo tutte le informazioni rilevate
dai satelliti orbitanti e dalle installazioni radio. La ragione di tale
assenza era da ricercarsi nel fatto che quasi tutte le sue migliori
attrezzature erano state finanziate dal governo americano, un investimento
garantito dalla presenza di funzionari della American
National Security Agency nelle mansioni più delicate del suo ufficio.
Il capo del quartier generale del controllo a terra se n'era andato
per tempo. Lo faceva sempre quando l'ordine del giorno della
riunione prevedeva quale argomento conclusivo la voce "sistemi
non elettronici”. Era un modo cortese per chiedergli di lasciare la
stanza. Era meglio che non fosse a conoscenza di ciò di cui si discuteva,
piuttosto che dover fingere ignoranza nei confronti dei
suoi colleghi americani.
«In mancanza di prove solide e concrete, dobbiamo fare certe
supposizioni» disse Sir Sydney Ryden non appena il capo del
quartier generale del controllo a terra fu uscito. «Dobbiamo presumere
che una gran massa di testimonianze documentarie sia caduta
in mano a privati. Dobbiamo presumere che tale materiale
non sia stato annotato, catalogato, inventariato, fotocopiato o persino
visto dal Dipartimento di Stato americano...»
«Come possiamo esserne certi?» domandò il rappresentante
del MI5.
Sir Sydney si girò e, sollevando la mano ad aggiustarsi l'apparecchio
acustico, aggrottò la fronte. L'uomo del MI5 fece come
l'atto di scansare la minaccia di quella mano alzata. «Ho infiltrato
qualcuno dei miei» disse Sydney Ryden. «Abbiamo perlustrato gli
archivi del Dipartimento di Stato.»
«Anche quelli segreti?»
«E che altro, sennò?» La voce di Sir Sydney era grave e tonante.
«Già» fece il capo del MI5, riuscendo a esprimere con quell'unica
sillaba tutti i suoi dubbi circa la possibilità che Sir Sydney
Ryden avesse avuto accesso agli archivi segreti del Dipartimento
di Stato americano.
«Presumiamo che il governo degli Stati Uniti non ne sia a conoscenza»
proseguì Sir Sydney, fulminando con lo sguardo il suo
rivale. «Il materiale in questione comprende dispacci, telegrammi,
cablogrammi e verbali di colloqui tra vari rappresentanti del governo
di Sua Maestà britannica e i più alti esponenti tedeschi nel
corso del 1940.»
Il sottosegretario alla presidenza del consiglio sbirciò l'orologio.
Aveva una quantità di faccende da sbrigare prima di pranzo,
non ultima quella di informare il primo ministro in merito a quella
riunione. «Credo che si possa fare a meno degli eufemismi, Sir
Sydney» disse. «Parliamo dei verbali di Hitler, non è così? Alludiamo
al documento senza data, intitolato "Abbozzo di un accordo
negoziato” che è stato consegnato al ministero degli Esteri tedesco...»
e qui fece una pausa, corrugando la fronte, «via Stoccolma,
se mi soccorre la memoria, verso la fine di maggio del 1940.»
Era ora, pensò Sir Sydney Ryden, che i suoi colleghi cominciassero
a condividere qualcuno degli incubi che lo avevano assillato
nel corso delle ultime settimane. Era ora che fossero messi al
corrente delle sue preoccupazioni. «Come vorrei che si trattasse
solo di questo, signori» disse dopo un lungo silenzio. «Ma vi posso
assicurare che quella dissertazione involuta e pomposa, anche se
dettata dalle migliori intenzioni, non riuscirebbe mai a farmi perdere
un'ora di sonno. Sarebbe tutt'altro che difficile liquidarla come
uno scaltro tentativo di guadagnar tempo durante l'evacuazione
di Dunkerque.»
«E di che si tratta, allora?»
«Stiamo parlando di incontri ad altissimo livello, durante i
quali si è discusso di specifiche concessioni. La carta geografica
dell'Africa avrebbe dovuto riassumere i colori del XIX secolo: sarebbero
riapparsi l'Africa Orientale Tedesca, l'Africa Sudoccidentale
Tedesca, il Togo e il Camerun. E il governo britannico avrebbe
appoggiato le rivendicazioni tedesche per una restituzione delle
Isole Caroline, delle Marianne e delle Marshall.» Scoprì i denti.
«E, naturalmente, la Germania sarebbe entrata in possesso di Samoa
e della Nuova Guinea Tedesca.»
«Mio Dio» disse il sottosegretario. Sir Sydney lasciò vagare lo
sguardo per la stanza e non rimase deluso dalle espressioni inorridite
degli altri due. Non c'era neppur bisogno di scendere in particolari
per descrivere le prospettive catastrofiche di tali rivelazioni.
Sir Sydney proseguì spietatamente nella sua triste istoria.
«L'intera Irlanda sarebbe stata posta sotto quella che avrebbe dovuto
essere nota col nome di amministrazione anglo-tedesca - sapete,
naturalmente, come la pensava Winston sull'Irlanda - e
Cork e Belfast avrebbero dovuto diventare basi navali tedesche
permanenti, in vista di una flotta atlantica germanica di nuova
creazione. Le navi di tale flotta, naturalmente, sarebbero state le
nostre...» Si affrettò nel racconto, malgrado gli ansiti di sgomento
e i gridolini di diniego. «Gli impianti portuali della Royal Navy,
in ogni parte del mondo, da Hong Kong a Gibilterra, avrebbero
immediatamente iniziato a rifornire di carburante e vettovaglie
ogni nave da guerra tedesca che lo chiedesse, nonché ogni mercantile
battente bandiera tedesca.»
A questo punto, il coordinatore dei servizi segreti era paonazzo
in viso. Serrò a pugno la mano appoggiata sul ripiano del tavolo.
«Se è uno scherzo, Sir Sydney...»
«Non è uno scherzo» disse il direttore generale. «Vorrei tanto
che lo fosse.»
«E il primo ministro è stato informato?»
«La signora è particolarmente crucciata per quanto concerne
l'Irlanda» disse Sir Sydney. «Potete ben immaginare come la faccenda
potrebbe essere manipolata dal governo di Dublino o dall'IRA.»
«Non ci sarebbe neppur bisogno di manipolazioni» osservò il
sottosegretario con una veemenza insolita. Era il più giovane dei
presenti e riteneva che si trattasse di un'eredità che i suoi predecessori
non avrebbero mai dovuto lasciargli.
«Ci sono poi le garanzie creditizie» continuò Sir Sydney. «Si
sarebbero dovute anticipare parecchie centinaia di milioni di sterline
per finanziare gli acquisti tedeschi in Canada e negli Stati
Uniti. Il tutto, garantito dalle riserve d'oro britanniche già presenti
in loco. E Churchill, assai avventatamente, ha discusso dell'impiego
cui i tedeschi avrebbero potuto destinare certi elementi della
flotta francese.»
«Oh, mio Dio» disse l'uomo del MI5. «Tutti gli amici che la
Gran Bretagna ha al mondo, dal primo all'ultimo, andrebbero in
bestia, se queste informazioni fossero rese di pubblico dominio.» Si
tolse gli occhiali e li pulì con esagerata energia. Malgrado lo sgomento,
non poteva fare a meno di provare una certa soddisfazione
all'idea che quella faccenda fosse finita sulla scrivania di Sir Sydney
Ryden anziché sulla sua.
«Se si propagasse la voce che eravamo disposti a disfarci di varie
parti dell'Africa per salvare la Gran Bretagna, l'atteggiamento
anticolonialista in merito alla Rhodesia sicuramente si irrigidirebbe»
disse il sottosegretario.
Sir Sydney assentì col capo. «È un problema politico di enorme
portata. Se ne possono limitare i danni se verranno a galla
semplici voci - è già accaduto più volte negli ultimi quindici o
vent'anni - ma se fossero esibite prove scritte...» Sir Sydney lasciò
a mezzo la frase.
«Peggio di Suez» disse il sottosegretario, che aveva appena l'età
sufficiente per ricordare quello scompiglio politico. Aveva coperto
il foglio dell'ordine del giorno con un complesso labirinto di
segni a matita. Ora ne bloccò l'inizio e la fine, eliminando ogni via
d'uscita.
«Vi rendete conto di ciò che significherebbe per la nostra economia
in equilibrio già così precario?» disse il coordinatore. «Gli
investimenti stranieri abbandonerebbero l'area della sterlina e ci
sarebbe un crollo in borsa... le conseguenze sul piano sociale sarebbero
terribili anche solo da immaginare. Il Cremlino abbonda di
amici in seno ai nostri sindacati e alla classe operaia, i quali coglierebbero
al volo qualsiasi occasione di scatenare il caos.»
«La vedremmo davvero brutta!» esclamò il coordinatore. «Il
povero vecchio Winston si rivolterebbe nella tomba.»
«Non sono certo che mi abbia compreso» disse Sir Sydney Ryden.
«Alludo a decisioni in cui Sir Winston Churchill ha avuto
una parte di primo piano. Alludo a colloqui tra Sir Winston e il
dittatore tedesco in persona.»
«Hitler?» fece il coordinatore, e il suo viso esprimeva la più
aperta incredulità. «Adolf Hitler e Churchill?»
Sir Sydney Ryden si alzò e chiuse le cerniere della sua valigetta
con uno scatto secco. «Non mettiamo il carro davanti ai buoi, signori.
Preghiamo il cielo che i miei agenti mettano le mani su quei
dannati documenti prima che finiscano in pasto alla stampa.»
Anche il direttore del MI5 si alzò in piedi. «Secondo me, dovremo
far presente che tali documenti non sono autentici.» Guardò
Sir Sydney con aria d'intesa.
«Afferro il suo punto di vista» disse Sir Sydney. «Secondo me,
tanto vale che parliamo della preparazione di un paio di cosette.»
«Falsificarle e poi dimostrare alla stampa che si tratta di falsi,
per screditare il resto del materiale?» L'uomo del MI5 annuì. Disponeva
di un ufficio presso il quale lavoravano alcuni dei più meticolosi
incisori, cartotecnici e calligrafi del mondo. «Domani a
pranzo, eh? Le va bene il Travellers?»
Sir Sydney esitò. Avrebbe dovuto mandare all'aria la mattinata,
ma la cosa era urgente. Non era un assiduo frequentatore di
circoli e avrebbe preferito una saletta da pranzo privata nella sede
della sua organizzazione, ma fece un cenno di assenso. Al Travellers
Club perlomeno avrebbero bevuto un ottimo bordeaux. «All'una,
allora. Direi di scovare un posticino dove rintanarci, dopo che
avremo mangiato.»
L'uomo del MI5 prese nota dell'appuntamento nella sua
agendina, che poi tornò a infilare nel taschino del panciotto.
«Arriva proprio a fagiolo» disse il coordinatore guardando il
calendario. «Supponiamo che la faccenda si risapesse mentre la
regina e la signora Thatcher si troveranno tutt'e due in Africa.
Potrebbe trattarsi di un complotto che avesse di mira proprio questo?»
«Non credo» disse Sir Sydney.
Il sottosegretario radunò i fogli dell'ordine del giorno e li infilò
in un tritacarta con mano visibilmente tremante. Come tutti i
tritacarta destinati alla distruzione dei documenti segreti, l'apparecchio
ridusse i fogli in sottili striscioline, poi ancora in coriandoli,
prima di scaricarli in un grande sacco di plastica trasparente.
«Churchill screditato. Significherebbe la fine del partito conservatore»
disse in tono infelice. «È questo, ciò di cui non sopporto
neppure l'idea.»

 Capitolo 17.

Charles Stein era un uomo felice. Figlio di un sindacalista di
origine polacca operante nell'industria dell'abbigliamento del West
Side di New York City, Stein era cresciuto in una casa dove uno
sciopero voleva dire saltare la cena. In momenti del genere, i piccoli
Stein si nutrivano con gli avanzi dei vicini di casa, peraltro altrettanto
indigenti.
Charles non aveva mai condiviso l'interesse per i libri che suo
padre aveva instillato in suo fratello Aram, ma ciò non voleva dire
che fosse un analfabeta. Charles, o meglio, Chuck, come di regola
lo chiamavano alla fabbrica di abbigliamento dove col tempo aveva
trovato lavoro in qualità di aiuto venditore, riusciva a sbrogliarsela
col registro delle ordinazioni o una scrittura contabile con la naturale
disinvoltura che certi zoticoni mostrano nei confronti degli intricati
meccanismi delle corse dei cavalli. Ed era un ragazzo generoso
che non rimpiangeva mai il denaro con cui contribuiva settimanalmente
alle spese domestiche, e che a sua volta permetteva a
sua madre di mandare ad Aram il khvorost alla cannella e qualche
soldo per rimpolpare la magra borsa di studio di cui beneficiava
alla Johns Hopkins University. Ma Chuck non era poi così mite.
Da suo padre, Chuck Stein aveva ereditato un odio feroce per Hitler,
e il giorno di Pearl Harbour si era accodato alla lunga fila di
uomini che in Times Square attendevano pazientemente di arruolarsi
nell'esercito degli Stati Uniti. La stessa cosa aveva fatto suo
fratello minore.
Ora le convinzioni politiche di Charles Stein si erano affievolite,
ma conservava intatta la naturale predisposizione a leggere le
scritture contabili. Era stata proprio questa dote, unitamente all'inequivocabile
potere della sua personalità e all'energia che neppure
la sua immensa mole riusciva a dissimulare, a fare di Stein il
capo degli uomini che si definivano ”i Predoni di Kaiseroda”.
A dispetto della gerarchia militare, nonostante l'affetto e l'ossequio
che tutti quanti manifestavano per il colonnello John Elroy
Pitman III, dal primo all'ultimo sapevano che le decisioni importanti
venivano prese da Charles Stein. E preferivano che fosse così.
«Sentirai che buoni, questi bau» disse Charles Stein a suo figlio.
«Sono ai gamberi. Quelli di pollo non sono così gustosi.» Si
forbì la bocca nel tovagliolo. Era quello, l'aspetto peggiore degli
involtini, ci si impiastricciava sempre le dita e la faccia di soja e
sugo e briciole. O almeno, la cosa capitava sempre a Charles Stein.
«Ho mangiato abbastanza, grazie, papà. Perché non li finisci
tu?»
«Te li mettono in un pacchettino, se vuoi portarteli a casa.»
«Mangiali tu, papà.»
«Detesto vedere sprecare il cibo» disse Stein. Lottò contro la
tentazione. «A dire il vero ho mangiato abbastanza anch'io, ma è
un delitto sprecare il cibo.» Inghiottì un piccolo sorso di tè al gelsomino,
dopodiché tornò a riempire la tazzina. «Gamberi al cartoccio?»
«No, grazie, papà. Non potrei buttar giù un altro boccone.»
«Questi ristorantini di Chinatown sono gli unici posti dove si
trova la genuina cucina cinese. Lunedì scorso i Breslow mi hanno
portato a mangiare in un locale cinese elegante di La Cienega.
Camerieri in frac, coppette sciacquadita con tanto di fette di limone,
bavaglioli di lino per non sporcarsi la cravatta, e via discorrendo.
Ma alla fin fine, che cosa ti servono?»
Il figlio di Stein scosse la testa per mostrare che non lo sapeva.
«Chop suey. Ecco cosa ti danno» proclamò con gravità Stein.
«Non queste piccole, delicate specialità che sanno preparare i cuochi
quassù sulla North Broadway.»
«Breslow lo farà, poi, quel film?» domandò Billy.
«Sta spendendo soldi nei preparativi della produzione» rispose
suo padre.
«Mi piacerebbe vedere una delle grandi compagnie cinematografiche
impegnate nella faccenda. Se la Paramount o la Universal
mettesse in moto la sua macchina...»
Charles Stein allungò la mano su due gamberi fritti al cartoccio
e se li cacciò in bocca in rapida successione. Li stritolò tra i
denti e si asciugò le mani nel tovagliolo. «Che cosa fai, quando
non scrivi la tua rubrica per Variety?» disse Stein a bocca piena.
«Ma io non scrivo...»
«Scherzavo, figliolo» disse suo padre stancamente. Oh, mio
Dio, aveva sentito parlare del cosiddetto gap generazionale, ma
quello che divideva loro due era un vero e proprio baratro. «Se
Breslow mette insieme un filmetto appena appena decente, riuscirà
a fargli fare il giro del mondo e a recuperare il denaro speso
moltiplicato per quattro, forse per cinque, e a mettere da parte ancora
qualcosa. Se invece propone l'affare a una delle grandi compagnie,
non potrebbe sperare in niente del genere.»
«Ehi, papà» fece Billy. «Non sapevo che fossi così informato
sul finanziamento dei film.»
«Il finanziamento dei film non è diverso da qualsiasi altro tipo
di finanziamento» disse Stein. «Chiunque sappia distinguere l'inchiostro
rosso dall'inchiostro nero riesce a capire come funziona
l'industria cinematografica.»
«Ti vedi molto con i Breslow, ultimamente.» Nel ristorante
entrò una ragazza. La sala da pranzo era vasta e gremita di clientela
cinese locale. La cameriera la fece accomodare in un separé
all'altro capo della sala. Billy Stein ne ammirò il vestito di sartoria
in seta color panna, tessuta in modo da formare un disegno tinta
su tinta. Sul bavero era appuntata una piccola spilla d'oro. Completava
l'insieme una sciarpa di seta di colore acceso. La ragazza
si sollevò i grossi occhiali da sole in cima alla testa per esaminare
la lista, poi diede un'occhiata all'orologetto d'oro che le ornava il
polso abbronzato.
Per un attimo vi fu una pausa nell'attività del ristorante. Sia il
personale sia i clienti osservavano la bella figliola mentre cavava
dalla borsetta un pacchetto di sigarette. Un anziano cameriere cinese
si precipitò verso di lei con un fiammifero acceso. La ragazza
appariva fuori posto in quel ristorante malandato, dalla parte sbagliata
dell'autostrada. Il suo posto era giù, nel "triangolo d'oro” o
al circolo sportivo di Bel Air. Ma si era a Los Angeles, e neppure
la vista di una donna dalla bellezza radiosa riusciva a bloccare gli
affari per più di un paio di minuti. I tre cinesi in completi scuri
del separé accanto si rimisero a discutere di assicurazioni, i due
agenti del servizio di sicurezza in camicia azzurra seduti al tavolo
d'angolo ripresero a parlare dei biglietti del Dodger Stadium, il
barista finì di preparare quattro vodka martini e gli Stein tornarono
all'argomento Max Breslow.
«Mi sono visto molto spesso con i Breslow» disse Charles
Stein «perché non voglio perder di vista ciò che sta combinando
quel piccolo figlio di puttana.»
Billy Stein cavò di tasca un paio di occhiali da sole e li inforcò.
Le lenti erano graduate, e nonostante il vetro colorato, gli consentivano
una visione più chiara della giovane donna in fondo alla sala.
Era sensazionale, decise. Si tolse con un buffetto un paio di briciole
dal giubbotto di tela blu sbiadita e sbirciò verso il basso per
accertarsi che il grosso medaglione d'oro fosse ben visibile sotto la
camicia aperta sul petto. Calzava i suoi stivali preferiti: in camoscio
marrone chiaro, di fabbricazione italiana, con i lacci incrociati
sul davanti fino al ginocchio. La giovane donna doveva aver notato
tutto quel movimento, perché alzò gli occhi dalla lista. Billy catturò
il suo sguardo, ma la ragazza si affrettò a guardare da un'altra
parte. «Credevo che cominciasse a piacerti.»
«Ho detto che è un ottimo uomo d'affari» disse Charles Stein,
senza smettere di masticare. Agitò una delle polpettine di maiale
con un movimento orizzontale per indicare al figlio che si era sbagliato.
«Ciò non significa che mi piaccia.» Intinse la polpettina
nella ciotola della soja e se la ficcò in bocca. «Significa piuttosto
che devo guardarmi da quel che potrebbe tentare di combinare.»
«Per esempio?»
«Ti è mai venuto in mente, Billy, che se Breslow riuscisse a
mettere le mani su tutti i documenti che abbiamo trafugato dalla
miniera, non avrebbe più bisogno di me?»
«Non avrebbe più bisogno di nessuno di noi» disse Billy, continuando
a dedicare parte della sua attenzione alla donna, che ora
stava ordinando da mangiare. Forse, dopotutto, non aspettava
compagnia, pensò Billy. Era una cosa fuori dall'ordinario che una
donna così elegante venisse a pranzare a Chinatown; e quella, nel
caso specifico, era inconcepibile che ci fosse venuta da sola. Eppure...
«Giusto» fece Stein. «Non avrebbe bisogno del colonnello
Pitman, non avrebbe bisogno di me. Non avrebbe bisogno di nessuno
dei "Predoni”, nella maniera più assoluta. E la cosa gli farebbe un
gran comodo, perché non gli va che ci sia io a sbirciare da sopra la
sua spalla e a interferire in tutto quel che fa e progetta di fare.»
«Se ti rubasse i documenti,» disse Billy «se te li rubasse e poi
non ti pagasse la somma che ti spetta...» Diede uno strattone alla
catena che portava al collo e serrò i pugni, adirato. «Be', prenderei
quella vecchia Mauser che hai portato a casa dalla Germania e lo
farei fuori.»
«Su, su, Billy.»
«Pensi che non ne sarei capace, papà, ma ti sbagli. L'anno
scorso mi sono portato quella vecchia pistola nel deserto e ho passato
qualche tempo a imparare a maneggiarla. È una magnifica
arma, quella Mauser. Dovresti vedere che cosa riesco a fare, puntando
a una fila di lattine...»
«Breslow non se ne starebbe lì impalato come le tue lattine,
Billy. Lascia perdere qualsiasi idea di fare il duro. Non mi va
neppure di sentirti parlare di una cosa del genere. Che cosa avrebbe
detto la mamma, se fosse vissuta abbastanza per sentire suo figlio
fare discorsi da teppista di bassa lega?»
«Okay, papà, ma che cosa ti proponi di fare per assicurarti
che non ci derubi?»
«Be', ci ho pensato, Billy. Per prima cosa, devi renderti conto
delle difficoltà che abbiamo incontrato per impedire a Breslow di
scoprire dove sono nascosti gli schedari e i documenti e tutto il resto.
È essenziale che il nascondiglio rimanga un segreto per lui e
chiunque sia legato a lui. E la cosa vale il doppio per quell'inglese!»
«Dimenticavo che hai conosciuto l'inglese. Che tipo è?»
«Non hai idea cosa ti sei perso, Billy» disse Stein. Versò nella
tazza le ultime gocce di tè e fece segno alla cameriera col coperchio
della teiera per ordinarne dell'altro. «Boyd Stuart, si chiama. Che
razza di nome da mammoletta è? Però lui è tutt'altro che una
mammoletta, quanto a stazza; novanta chili di peso, almeno, e
suppongo che sappia cavarsela come si deve, nonostante quel suo
accento affettato da damerino. Sulla quarantina... ha quel tipo di
faccia cui è difficile dare un'età. Scaltro! Glielo si legge negli occhi.»
«Si direbbe che ti piaccia ancor meno di Breslow» disse Billy
Stein, che era avvezzo da lungo tempo agli umori violenti e imprevedibili
del padre nei confronti delle persone che incontrava.
«Troppo ariano, per i miei gusti» disse Charles Stein. «Ne ho
visti troppi, di tipi come quello, andare su e giù nei campi d'internamento
per prigionieri di guerra, con le saette delle SS sul colletto.»
«Ti sei mai soffermato a pensare, papà, che forse...»
«Sono razzista» fece Charles Stein, completando la frase del
figlio. Prese uno dei panni caldi che la cameriera aveva portato assieme
a una nuova teiera di tè al gelsomino e, chinando il capo, vi
affondò la faccia per quello che parve un momento interminabile.
Billy Stein lanciò un'occhiata alla splendida ragazza per vedere se
aveva notato le abluzioni di suo padre, e constatò con sollievo che
invece consacrava interamente la sua attenzione a un piatto di anitra
arrosto. «Già, sono razzista» ripeté Stein, riemergendo beato
dal panno, come un tricheco che venga a galla ad agguantare
un'aringa fresca. «Ed è troppo tardi per cambiare, ormai, Billy,
per cui bisogna che ci rassegnamo tutti e due.»
Billy annuì e riallacciò la stringa dell'alto stivale.
«Idealmente,» disse Charles Stein «dovremmo far fare delle
fotocopie, microfilm, microschede e come altro diavolo si chiamano.
Poi potremmo mostrare ciò che abbiamo a tutta quella gente, e
continuare a tenere gli originali nascosti in un posto sicuro.»
«Perché no?» fece Billy.
«A volte tu mi preoccupi, Billy. A volte mi domando che cosa
ne sarà, di tutte le azioni e degli investimenti e di quel simpatico
accordo che abbiamo preso con l'assicuratore di St. Louis... A volte
mi domando che cosa ne sarà, di tutto questo, quando finalmente
farò valere i miei diritti di opzione su quel pezzetto di terra che
abbiamo comperato a Forest Lawn.»
«Gesù, papà, non parliamone neppure.»
Stein si raddolcì, notando l'aria inorridita di suo figlio alla sola
idea di perderlo. «Non possiamo riprodurre su microfilm quella
roba,» disse «perché la cosa farebbe troppo scalpore. Prova a immaginare
come potremmo fare. Non possiamo semplicemente cercare
nelle pagine gialle una ditta specializzata, senza correre il
rischio che quelli facciano una soffiata su di noi non appena vedranno
di che cosa si tratta.»
«Compra un apparecchio per la microfilmatura» disse Billy.
«Quanto può costare? Mille dollari? Cinquemila? Non certo diecimila;
e anche in tal caso, ne varrebbe sempre la pena, quando ci
sono in ballo le cifre con tanti zeri di cui continui a parlare. Che
cosa ha detto Breslow: cento milioni di dollari?»
«No, sono stato io a parlare di cento milioni di dollari.
Breslow non si è sbottonato.» Si versò dell'altro tè. Billy posò la mano
sulla sua tazza per indicare che non ne voleva più. «E chi farebbe
funzionare l'apparecchio? Tu ne saresti capace? Io ne sarei capace?
No, ci vuole un bel po' di pratica per azionare un aggeggio del
genere.»
Charles Stein cedette alla tentazione di quel che ancora restava
del pollo con tagliolini. C'erano tracce di uovo strapazzato, come
un cuscino di un bel color giallo, sotto una fetta di carne di pollo e
una coda di gambero incrostata di sugo, il tutto imprigionato in un
viluppo di tagliolini freschi. Chuck Stein fece leva col cucchiaio di
porcellana e vi spruzzò uno schizzo di soja prima di gustare la
combinazione.
Chiuse gli occhi, inebriato. Riprese a parlare solo dopo che ebbe
inghiottito. «Sai che sono il solo ad aver letto tutti quei documenti.
Il colonnello Pitman non conosce il tedesco - parla bene il
francese, ma niente tedesco - e gli altri ragazzi del battaglione se
ne infischiano altamente.»
«Non è un argomento che interessi gran che neppure me» disse
Billy in tono di scusa. «Ho letto tutti quei libri di guerra che mi
portavi a casa dicendo che dovevo leggerli, ma la cosa non mi
prende.» Billy scoccò un'altra occhiata alla ragazza. «Se proprio
devo dirti la verità, papà, non capisco neppure chi abbia vinto la
guerra, né chi fossero i contendenti.» Guardò suo padre, sperando
che gli fornisse una spiegazione.
«Be', è presto detto» fece Stein. «Hitler si è messo ad ammazzare
gli ebrei, così gli ebrei sono venuti in America e hanno fabbricato
una bomba atomica perché il Presidente Roosevelt potesse
aiutarli, solo che Roosevelt l'ha sganciata sui giapponesi.»
«Non riesco mai a capire quando scherzi, papà.»
«Io non scherzo mai» disse Stein; si appoggiò al tavolo. S'inzuppò
la manica di soja, ma non ci fece caso. «Quei documenti sono
dinamite; questo sarà meglio che tu lo capisca. Se quell'inglese
sornione venisse a sapere che ti ho informato sul contenuto dei documenti...
tutta quella storia riguardo a Churchill e ai suoi colloqui
con Hitler e alla sua offerta di allettanti concessioni in cambio
di una rapida pace... be', potrebbe ricevere un certo ordine.»
«Che intendi dire?»
Stein si guardò attorno, poi bisbigliò, anche se non c'era nessuno
così vicino da poterlo udire: «Quel che sto cercando di dirti,
Billy, è che gli inglesi potrebbero aver già deciso di distruggere
quei documenti, e fare sparire chiunque ne sia a conoscenza».
«Papà, no.»
«E sarebbero dei pazzi se arrivassero a tali estremi e lasciassero
in vita un ragazzo al quale il padre ha raccontato per filo e per
segno che cosa contenevano le carte. Voglio dire, quegli inglesi non
si renderanno conto che la cosa ti entra da un orecchio e ti esce
dall'altro, Billy. Penseranno invece che tu sia un ragazzo sveglio il
quale dà retta a quel che gli dice il suo papà. Giusto?»
«Oh, dai, papà.» Billy sorrise, aspettando che il padre sorridesse
con lui, ma Charles Stein non sorrise. Era serissimo.
«Domandati che cosa faresti tu, se fossi nei loro panni» disse
Charles Stein con calma. «Se tu fossi il primo ministro britannico
e non volessi minimamente infangare il ricordo di Sir Winston,
che cosa faresti?»
«Non saprei» disse Billy. Ora la sua attenzione non era più
distratta da ciò che gli stava intorno.
«Supponiamo che si trattasse di Abe Lincoln» incalzò Charles
Stein. «Supponiamo che un paio di inglesi fetenti se ne stesse a Liverpool
con una carrettata di roba, da cui risultasse che Abe Lincoln
era un calabrache il quale ha spedito un messaggio di congratulazioni
a Jackson l'incrollabile, dopo la battaglia di Bull Run.
Credi forse che la CIA ci penserebbe su due volte a partire lancia
in resta contro quegli inglesi? Credi che si lascerebbe impietosire
dalla vita di due ricattatori - perché è come tali che sarebbero
giudicati, Billy, ricattatori - se ci fosse in ballo la reputazione di
Abe Lincoln, e la possibilità che gli Stati Uniti diventassero lo
zimbello del mondo?»
«Politica.»
«Con la P maiuscola, Billy, ragazzo mio» disse Stein. «Voglio
che ti renda conto che potrebbe essere stipulato un contratto sulla
tua vita. D'ora in poi, sta bene attento a dove metti i piedi; vacci
piano con l'alcool, e fa a meno di altra roba. Tienti alla larga dai
vicoli bui e avvertimi immediatamente se noti qualcosa d'insolito.»
«Puoi starne certo, papà. Pensi che dovrei girare armato?»
«Non sarebbe una cattiva idea, Billy. Almeno finché questa
faccenda non sarà conclusa.»
«Un tipo grande e grosso, hai detto... sulla quarantina?»
«Non incaricheranno quel damerino di far fuori chicchessia.
Dispongono sicuramente di specialisti che arrivano in città, fanno
quel che devono fare e se la battono.»
«Gesù, papà. Non riesco mai a capire quando scherzi. Credi
sul serio che gli inglesi farebbero...»
«Perché correre rischi, Billy? Ti dico solo questo: non correre
rischi.»
Billy cavò di tasca un pettine bianco e se lo passò in fretta tra i
capelli bruni. Era un gesto che tendeva a compiere nei momenti di
tensione, e suo padre come tale lo riconobbe... «Forse me ne andrò
in Messico» disse Billy. «Perché non vieni anche tu? Quel tale di
Ensenada ha trasformato lo spogliatoio in una cabina supplementare,
tutta in quercia intagliata a mano; è un artigiano abilissimo...»
«Di sicuro è abilissimo anche quando si tratta di farsi pagare.
Hai visto quanto ci costa mantenere quella maledetta barca?»
«Pedro è un vecchio meraviglioso» disse Billy. «Una lunga
barba e un fortissimo accento messicano. Hai visto il filmino che
ho girato, riprendendolo mentre rimetteva in sesto la barca? Potrebbe
essere un divo del cinema, o qualcosa del genere.»
«Potrebbe essere un divo del cinema» disse Stein infastidito
«solo che non può permettersi una riduzione di stipendio.»
«Dai, papà! È un buon investimento. Con quella cabina in più
e la doccia, potremo passare comodamente la notte a bordo. Gettare
l'ancora dovunque ci siano pesci e rimanerci quanto ci pare e
piace. Niente più conti dell'albergo, capisci? Vieni giù con me
questo fine settimana.»
«Almeno per il momento, Billy, è meglio che mi occupi di alcune
cosette qui in città.»
«Perché continui a guardare l'orologio?»
«Breslow avrebbe dovuto raggiungerci per pranzo. Ha detto di
cominciare pure a mangiare, se arrivavamo prima di lui.»
«Qui, in questo misero ristorantino? Non è esattamente il suo
genere, no?»
«A sentir lui, va matto per gli involtini cinesi al vapore. Gli ho
detto che questo era il posto migliore della città. Vorrebbe parlare
dei diritti d'autore, dice.»
«Mi domandavo perché ti fossi seduto in modo da poter tener
d'occhio la porta» fece Billy.
Aveva appena pronunciato queste parole, che suo padre accennò
ad alzarsi. Fu un movimento che compì non senza causare un
notevole scompiglio ai piatti e ai vassoi disposti sul tavolo, e rovesciare
un po' di sugo sulla tovaglia. Billy asciugò la macchia con
una manciata di tovaglioli di carta, mentre suo padre stringeva la
mano a Breslow e prestava orecchio alle sue scuse per essere così
in ritardo. «E quella è mia figlia Mary» disse Breslow, indicando
la damigella che aveva tanto distratto il più giovane dei due Stein.
In realtà, si chiamava Marie-Louise, lo stesso nome della madre,
ma lì nella California meridionale preferiva la versione anglicizzata.
«Mary Breslow» disse la ragazza. Billy Stein si disse che era
il più bel nome che avesse mai udito. Le prese la mano e chinò il
capo in uno di quei baciamano che aveva copiato da un vecchio
film.
Nel trambusto delle frasi di scusa e delle spiegazioni, Mary
Breslow ebbe una nuova occasione di studiare Billy Stein, e quel
che vide le piacque. Quell'americano alto e bello era tutto ciò che
prometteva la California. I lunghi capelli bruni erano ondulati e
vaporosi, i denti candidi e perfetti, e la tintarella era di quel bronzo
dorato, impossibile da ottenere con l'esposizione alla lampada. I
rustici indumenti di tela sbiadita, consunti ad arte nei punti strategici,
erano tagliati su misura per mettere in risalto i fianchi stretti
e le spalle muscolose. Nel caso che qualcuno potesse scambiarlo
per un operaio, il tutto era accompagnato da una camicia di seta
con tanto di monogramma ricamato, un orologio d'oro ultrapiatto
e un paio di alti stivali di camoscio. Mary aveva già sentito parlare
dai genitori dell'aereo privato degli Stein e della grossa barca a
vela che tenevano ormeggiata sulla costa messicana. «Sei proprio
una stupidina» stava dicendo suo padre. «Avresti dovuto indovinare
che si trattava del signor Stein e di suo figlio Billy. Avresti
dovuto guardarti attorno per rintracciarli, e poi venirti a presentare.»
Mary sorrise, e anche Billy. E si spostarono tutti quanti dal
caos del tavolo degli Stein in un altro separé. «Niente da mangiare
per me» si affrettò a dire Breslow. «Però berrei volentieri qualcosa.»
Si rivolse alla cameriera. «Un Bloody Mary, con molta salsa
Worchester.» Breslow si raddrizzò la cravatta e si accertò che la
giacca fosse abbottonata. «Potrei parlarti un momento, Charles?»
disse in tono cerimonioso.
«Ma sicuro.» Stein si rese conto che i gesti irrequieti di
Breslow e il bisogno urgente di bere qualcosa stavano a indicare circostanze
insolite. Tale conclusione trovò conferma nella rapidità con
cui Breslow scolò il Bloody Mary.
«Vorrei mostrarti qualcosa che ho in macchina» disse Breslow.
«Be', sono sicuro che i ragazzi non avranno niente in contrario
ad aspettare.» Sorrise a Breslow, perché Billy Stein e Mary
Breslow erano già impegnati in un'animata conversazione sulle
discoteche di Acapulco.
Charles Stein seguì Breslow in strada. L'asfalto scottava sotto
i piedi e, una volta usciti dall'aria condizionata del ristorante, lo
smog investì con violenza gli occhi di Stein, tanto che dovette
asciugarseli col fazzoletto di seta. Breslow lo precedette giù per la
rampa del garage sotterraneo, sull'altro lato della strada e non
aprì bocca finché non arrivò dov'era parcheggiata la sua Mercedes
Benz 450 SEL azzurra. Stein osservò la macchina con stupore:
l'intera fiancata destra era fracassata. Le portiere erano tutt'e due
incastrate nelle lamiere contorte della carrozzeria e i vetri dei finestrini
infranti. In corrispondenza dell'avantreno, il parafango di
destra si era sollevato, scoprendo per intero la ruota. Dentro l'auto,
i sedili erano cosparsi di scintillanti schegge di vetro, e una lamina
piegata di metallo cromato aveva trafitto il poggiatesta,
squarciandone il rivestimento fino all'imbottitura interna.
«Hanno cercato di uccidermi, Charles» disse Breslow.
Stein lo guardò, prima di rispondere. Breslow si portò la mano
alla fronte, come rivivendo l'esperienza. E la mano prese a tremare.
«Sarà meglio che torniamo dentro e che ti sieda» disse Stein.
«Poi dovremmo portarti da un dottore per farti visitare.» Stein
tornò a osservare la macchina. «Quando è successo?»
Breslow guardò l'orologio. «Meno di mezz'ora fa. Ho preso la
superstrada di Ventura fino al Golden State; la superstrada di
Hollywood era intasata oggi, ho sentito dire dalla radio.»
«È venerdì 13» disse Stein. Tirò un calcio alla gomma per
controllare se aveva mantenuto la giusta pressione.
«Mica sarai superstizioso, per caso?» fece Breslow.
«La prudenza non è mai troppa» disse Stein.
Breslow diede un'occhiata all'orologio da polso per vedere se
era proprio il 13. «Per poco non mi ammazzavano» ripeté.
«Be', può capitare a chiunque, Max. Torniamo dentro, e bevi
un altro Bloody Mary e ritienti fortunato di non essere rimasto
ucciso. Dev'essere stato un camion, eh?»
Breslow afferrò Stein per un braccio. «Tu non capisci, Charles.
Quando dico che hanno cercato di uccidermi, intendo esattamente
questo. Non si è trattato di un banale incidente stradale.
Quel tizio lavorava in combutta con altri due automobilisti: uno mi
ha urtato, e l'altro mi ha stretto, costringendomi a uscire sulla corsia
di emergenza, e poi ha tentato di schiacciarmi contro il muro
spartitraffico. Dietro, avevo un grosso furgone che mi tamponava
ogni volta che cercavo di rallentare.»
«Max. Sei sicuro di non esserti immaginato tutto quanto?
Qualche guidatore dà i numeri sull'autostrada. È abbastanza
facile scambiare un piazzista ubriaco o un ragazzino un po' fatto per
qualcos'altro.» Stein prese sottobraccio Breslow, ma il sobbalzo di
sofferenza di Breslow lo indusse a mollare la presa.
«Mi sono fatto male al braccio nel tentativo di raddrizzare il
volante» disse Breslow.
Stein fece scorrere la mano sulla carrozzeria danneggiata.
«Ma guarda qui!»
«Non erano ragazzini, e neppure piazzisti, Charles.» Breslow
riprese a tremare. «Puoi figurarti le dimensioni del camion da com'è
ridotto il tettuccio.» Tastò il metallo ammaccato del tetto della
Mercedes. «Ha lasciato tracce di vernice rossa, guarda.»
«Max, ci vuol altro per far fuori un figlio di puttana come te»
disse Stein nel tentativo di tirarlo su di morale. «Ti sei aggrappato
al volante e hai tenuto duro, eh? Non so proprio come tu sia riuscito
a portare fin qui questo rottame dall'incrocio di Ventura,
senza l'aiuto del carro attrezzi.» Stein rise ed espresse ad alta voce
i suoi pensieri segreti. «Solo un tedesco sarebbe capace di scusarsi
perché arriva in ritardo a pranzo, dopo un incidente del genere.»
Max Breslow serrò in una morsa il braccio di Stein. «Mary
non deve venire a saperlo, Charles, amico mio. Sicuramente lo direbbe
a sua madre. Devi promettere di aiutarmi ad allontanarla
dal ristorante. Se scende quaggiù a recuperare la macchina di sua
madre,» e indicò con un cenno del capo la Chevette gialla «sicuramente
riconoscerà la mia Mercedes.»
«Vieni a bere qualcosa, Max.» Stein starnutì quando lo smog
gli aggredì le narici.
«Sono stati gli inglesi, Charles. Ne sono certo.»
«Perché?»
«Sono disposti a tutto, pur di impadronirsi dei documenti.
Non si lasceranno scoraggiare da niente. Dobbiamo agire con
astuzia, Charles, altrimenti ci ammazzeranno tutti e due, e non ci
saranno quattrini per nessuno.»
«Dirò ai ragazzi che è accaduto qualcosa d'importante» dichiarò
Stein. «Diciamo a Mary che la Chevette la prendo in prestito
io. Così, non avrà motivo di scendere quaggiù.»
«E a casa come ci torna?»
«La riaccompagnerà Billy. Sarà felicissimo di pavoneggiarsi al
volante di quella maledetta Thunderbird.»
«Non è parcheggiata qua sotto?»
«Sono solo i vecchi come noi che pagano sempre tutto, di questi
tempi» disse Stein con amarezza. «Billy ha lasciato l'auto in
sosta accanto al marciapiede, come sempre.»

 Capitolo 18.

Max Breslow lasciò vagare lo sguardo con interesse per la casa
di Stein. In accordo con le teorie di Stein sull'investimento, la casa
era arredata con preziosi mobili antichi. Perlopiù, erano stati scelti
per lui da un antiquario che aveva beneficiato di prestiti a breve
termine, garantiti da Stein previa verifica della solvibilità dell'antiquario
stesso. Charles Stein non aveva la più pallida idea, o quasi,
del retroterra storico e culturale dei suoi mobili e tappeti: una
scoperta che lasciò sgomento Max Breslow, quando cercò di intavolare
una conversazione in merito.
I due uomini si sedettero nelle comode poltrone dello spazioso
salotto da cui si godeva la vista della città. Breslow notò il pianoforte
a coda in un angolo della stanza.
«Suoni il piano?» domandò educatamente.
«È stata mia moglie che ha insistito a volerlo per Billy, ma
quel ragazzo è stonato come una campana.»
Breslow annuì comprensivo e osservò il pianoforte, sul quale
una dozzina e più di foto in cornice rivaleggiavano in cerca di Lebensraum,
di un posto al sole, come si dice. La defunta moglie di
Stein troneggiava al posto d'onore; da una bella cornice d'argento,
vegliava con un tranquillo sorriso sulla stanza rimasta intatta.
Nelle rare occasioni in cui Charles Stein e sua moglie avevano
scambiato parole aspre, lei gli aveva detto che si sarebbe trovato
assai meglio con una governante che con una moglie la quale sgobbava
come una schiava per i suoi figli, passava la vita davanti ai
fornelli e non era mai apprezzata. Mentre sua moglie era in vita,
Charles Stein aveva sempre smentito una possibilità del genere,
ma le circostanze le avevano dato ragione. Effettivamente, si trovava
meglio con la governante, che se ne stava rintanata nel suo alloggetto
e non si lagnava se rimaneva alzato fino a tardi a leggere
le quotazioni di borsa o a sistemare la sua grossa raccolta di francobolli.
E poi, la governante non pretendeva esibizioni di affetto da
lui, né esigeva di agghindarsi per recarsi alle riunioni di beneficenza,
né domandava perché Billy non avesse mai avuto un bar
mitzvah, né diceva a Charles Stein che si sarebbe trovato assai meglio
se avesse perso almeno una ventina di chili.
La governante arrivò con un vassoio, su cui aveva disposto tutto
l'occorrente per il tè e anche i suoi dolcetti preferiti. «Ha visto
quanti fiori, signor Stein? Erano in offerta speciale: ne ho comprati
quasi il doppio per solo due dollari in più di quanto spendiamo
normalmente.»
Stein emise un borbottio. Non gli piacevano particolarmente i
fiori, ma era rassegnato a considerarne l'acquisto nel
contesto generale delle spese domestiche.
«Ti andrebbe magari di bere qualcosa di forte?»
domandò a Max Breslow. La governante se ne stava
lì con la teiera in mano, in attesa della risposta, ma Breslow fece
segno di no con la testa, e la donna versò il tè per tutti e due.
«Ti dico una cosa, Charles,» attaccò Max Breslow, dopo che
la governante ebbe lasciato la stanza, «dovremo agire in fretta, altrimenti
non ricaveremo niente da tutta questa faccenda, se non
una morte prematura.»
«Hai una cera molto migliore adesso, Max» disse Stein. «Stai
riprendendo colore.» Era un'osservazione caritatevole, visto il pallore
dell'ospite.
Breslow sorrise. «Ti dispiace se fumo, Charles?» Stein scrollò
le spalle per indicare che non aveva niente in contrario, e Breslow
cavò da sotto il blazer blu un astuccio di pelle. Stein declinò con un
cenno della mano l'offerta di uno dei piccoli, scuri, maleodoranti
sigari che Breslow si accese con studiata cura.
«Dobbiamo render pubblico tutto il materiale» disse Breslow.
«Ci ho pensato su un bel po', e mi sono anche consultato con un
esperto in fatto di diritti d'autore...» Sollevò la mano in cui teneva
il sigaro, puntandone il palmo verso Stein. «Non preoccuparti,
Charles. La conversazione è rimasta sul piano delle pure ipotesi:
niente nomi, niente accenni all'argomento specifico, niente riferimenti
al film. Però...» Fece una pausa mentre aspirava una lunga
boccata dal sigaro ed esalava il fumo. Stein non batté ciglio.
«Però,» riprese a dire Breslow «sta di fatto che occorre stabilire
chiaramente i nostri diritti sul materiale.»
«I diritti d'autore non spettano a noi» disse Stein. «Quella roba
è stata scritta da gente di ogni genere, morta e sepolta da un
pezzo: il dottor Morell, gli aiutanti di campo di Hitler, i segretari,
i traduttori.»
«Morti e sepolti da un pezzo, dici?» fece Breslow con un sorriso.
«Tecnicamente parlando, sì. Dal punto di vista legale, mi risulta
che i diritti d'autore si possono trasferire mediante un atto di
cessione privilegiata.»
«Lasciamo perdere i cavilli legali» disse Stein. «Ci sono già
passato per questo genere di cretinate, nel 1950. Torniamo a quel
che hai in mente.»
«Devi mettere a disposizione tutto il materiale in tuo possesso»
disse Breslow. «Tutto qui. Finora ci siamo attenuti alla buona
fede, ma a questo punto occorre che tu consegni il materiale più
delicato. Che lo consegni almeno ai traduttori, in modo che io possa
mostrarlo agli editori e ai produttori cinematografici e così via.»
«Niente da fare» disse Stein in tono reciso.
Breslow si protese fin quasi a stendersi sul divano e, con la
punta delle dita, afferrò un posacenere di ottone. Si raddrizzò non
senza fatica e fece cadere nella ciotola un cilindretto di cenere prima
di posarsela accanto, su un tavolino. «Abbiamo un'ottima sceneggiatura.
Sono più che soddisfatto del giovane regista che ho conosciuto
la settimana scorsa, e che è libero di iniziare immediatamente la lavorazione. Il produttore esecutivo di cui mi sono servito
per gli ultimi due film sta già approntando gli interni qui in città,
e ci proponiamo di girare alcune sequenze in esterni in un teatro
di posa nel deserto. La lavorazione del film avrà inizio tra poco,
Charles. È il momento di fare la nostra prossima mossa.»
«Stiamo a vedere come vanno le cose per un paio di settimane.
Non ti ho mai promesso niente: ho solo detto che ci avrei pensato
su.»
«Prima era: stiamo a vedere se riusciamo a ottenere i finanziamenti
necessari per girare un film. Poi: stiamo a vedere se riusciamo
a ricavarne una sceneggiatura soddisfacente. Non hai fatto che
ripetere: stiamo a vedere, stiamo a vedere, stiamo a vedere, dal
principio alla fine, Charles. Adesso, però, dobbiamo muoverci sul
serio.»
«Ci sono ancora alcune cosette in sospeso» disse Stein. «Vorrei
conoscere questo regista, dare un'altra scorsa alla sceneggiatura ed
esaminare a fondo i contratti relativi ai finanziamenti.»
«Vuoi sapere una cosa, Charles? Sospetto che la verità sia che
tu non vuoi dare alle stampe quei documenti. Li possiedi da tanto
tempo che sono diventati parte integrante della tua vita. Ne parli
allo stesso modo in cui parli della tua collezione di francobolli.
Non venderai mai i tuoi francobolli - me l'hai detto lunedì scorso
- e comincio a sospettare che sei egualmente restio a disfarti di
quelle carte.»
«Forse c'è un pizzico di verità in quel che dici» ammise Stein.
«In circostanze normali, forse la cosa non avrebbe molta importanza»
disse Breslow. «Ma la posta in gioco è altissima, amico
mio. Chi può dire quanto denaro potrebbe fruttarci un attento
e abile utilizzo di un così interessante materiale? Bada però a non
sbagliare i calcoli circa il prezzo di un eventuale
fallimento.» Breslow si fregò le mani. «Non ti basta sapere
che l'inglese ha tentato
di ammazzarmi, oggi? Quanto pensi ci voglia, prima che attentino
anche alla tua vita? E quanto, prima che decidano di ammazzare
il tuo Billy? O la mia Mary? Prova un po' a domandartelo, mentre
pretendi dell'altro tempo per pensare alla sceneggiatura e al
regista e ai finanziamenti del film.»
«Devo fare in modo da proteggere Billy» disse Stein. Si asciugò
la bocca col palmo della mano. «Dovrò rivolgermi a uno di
quegli istituti di vigilanza e farlo sorvegliare ventiquattr'ore su ventiquattro.»
«Non farti illusioni» disse Max Breslow. «Se dovesse accadere
qualcosa al tuo Billy, incolperei me stesso se non ti avessi avvertito
che quei tali sono sicari di professione. Non si tratta di rapinatori
a caccia del denaro per procurarsi qualche spinello; sono sicari...
Un paio di guardie di un istituto di vigilanza, dici... Gli uomini
perfettamente addestrati del tipo che impiegano i vari governi li
ammazzerebbero senza pensarci su due volte e senza un attimo di
esitazione. No, dovrai escogitare qualcosa di meglio, se vuoi dormire
sonni tranquilli, senza l'incubo di quel che potrebbe capitare
a Billy.»
Charles Stein non si mosse né batté ciglio. Max lo paragonò, e
non era la prima volta, a quei grossi rettili che a volte aveva visto
nei deserti della California. Ma apparteneva a una varietà innocua,
si domandò Breslow, o era pericoloso? Ogni volta che stava
per decidere in merito, scopriva in Stein qualcosa che lo faceva indugiare.
Stein rimescolò il tè, poi succhiò per un attimo il cucchiaino
prima di bere.
«Che cos'hai intenzione di fare a proposito di Mary?» domandò
Stein.
«Io?» fece Breslow. Come rammentando di colpo l'incidente
stradale, si fece scorrere le dita sul braccio finché non incontrarono
un punto che lo fece trasalire. «Non vale la pena di farsi ammazzare
per una cosa del genere, Charles. E non permetterò che ne
soffrano i miei familiari. Mi metterò in contatto col nostro amico,
signor Boyd Stuart, e farò in modo che si renda conto che non ho
accesso ad altri documenti e che non li ho mai neppure visti. Dovrebbe
bastare ad allontanarmi dalla linea del fuoco.» Breslow si
protese a battere la mano sul braccio di Stein. «È per te che mi
preoccupo, amico mio.»
«Allora siamo in due a preoccuparci» disse Stein. Scelse un
dolcetto alla polpa di cocco di cui era particolarmente goloso. Ne
staccò un pezzo con i denti e ne studiò il ripieno. «Sono troppo
vecchio per morire di morte violenta» disse Stein. «Mi sono già figurato
come dovrà essere la mia fine. Avverrà al piano di sopra,
nella camera da letto più bella della casa, con Billy e i suoi nipotini
che staranno ad ascoltare quel che dirò loro circa gli investimenti.»
«Non c'è niente da ridere» si lamentò Breslow, al quale pareva
che il tremendo rischio corso non veniva preso troppo sul serio.
«Non sto scherzando» disse Stein, e mangiò il resto del dolcetto.
«Dovresti assaggiarne uno» consigliò. «Me li faccio mandare
da un piccolo pasticcere di Glendale. Forse può sembrarti troppo
lontano per procurarsi dei dolci, ma non c'è nessun altro che usi
vera polpa di cocco e ci metta il burro, nella sfoglia.»
«Permettimi di farti una domanda ipotetica» disse Breslow.
«Siamo uomini d'affari, no? E né tu né io siamo più tanto giovani,
amico mio.»
Il volto di Stein rimase inespressivo. Breslow agitò il sigaro
per indicare la stanza arredata lussuosamente, il lampadario di
vetro intagliato e lo stipetto illuminato che conteneva una collezione
di preziose statuine di porcellana cui ben di rado Stein gettava
un'occhiata. «Ti sei costruito l'esistenza che ti piace. Il mondo degli
affari è più in grado di offrirti qualcosa?»
«Sputa, Max» gli disse Stein.
«Benissimo. Supponiamo che riesca a combinare la vendita dei
tuoi documenti. Supponiamo di includere una clausola che ti concedesse
una percentuale sui profitti del film, oltre all'esborso di un
mucchio di denaro pronta cassa. Che ne diresti di disfartene in
fretta e senza tante storie, per poi occuparti di qualcos'altro?»
Quando Stein rispose, lo fece con voce burbera e parlando lentamente.
«Te l'ho già detto e ripetuto, Max. Io sono soltanto il
prestanome di un'organizzazione, quei documenti non mi appartengono.
Ne posseggo soltanto una piccolissima parte. La gente
con cui lavoro ha fiducia in me e si affida alla mia capacità di discernimento.
Devo attenermi strettamente ai patti e assicurarmi
che la mia organizzazione riceva un trattamento adeguato.»
«E perché no?» disse Breslow. «Chi parla di truffare qualcuno?
Quel che ti sto dicendo è che un grosso avallante potrebbe subentrare
nel progetto e ricavarne più denaro di quanto noi riusciremmo
mai. Conosco una società che ha diversificato le sue attività
investendo nel cinema, nella televisione, e nell'editoria, anche in
formato tascabile. Ci sarebbe tutto il liquido che serve, Charles. E
poi, una società del genere non verrebbe mai fatta oggetto di minacce
fisiche come quelle cui gli inglesi sottopongono noialtri.»
Tornò a massaggiarsi il braccio. «Li tieni qui in casa, i documenti?»
«Non assillarmi, Max.»
«Benissimo» disse Breslow. Posò il sigaro nel posacenere con
un gesto che stava a indicare come non intendesse più continuare a
fumarlo. Poi si alzò per andarsene.
«Sei arrabbiato con me?»
«Amico mio, come sarebbe possibile? In pratica, siamo soci,
no? Mi preoccupo per te. Vorrei tanto che mi dicessi che cosa potrei
fare per aiutare te o me, o tutti e due, nella difficile situazione
in cui ci troviamo.»
«Ti telefono stasera, Max.» Stein fece tintinnare il cucchiaino
contro la tazza, mentre rifletteva. «O, al massimo, domattina.»
«Benissimo, Charles, ma bada a chiudere le porte a doppia
mandata, stasera. Quella gente fa sul serio.»
«Ho ancora qualche asso nella manica» disse Stein.
Max Breslow sorrise con condiscendenza. «Ma sicuro, Charles.
Però speriamo che tu non sia costretto a metterli in tavola.»
Quando Breslow fu pronto ad andarsene, Billy era arrivato e
aveva parcheggiato la Thunderbird. I due Stein se ne stettero vicini
a Breslow mentre si metteva al volante e controllava nervosamente
la strumentazione della Chevette gialla di sua moglie. Non
era un'auto che a Breslow piacesse guidare; si sentiva a suo agio
solo sulla grossa Mercedes.
«A quest'ora sarà meglio che prenda il Benedict Canyon» disse
Billy, reduce dall'aver riaccompagnato a casa Mary Breslow.
«La porterà fino allo svincolo di Van Nuys. L'autostrada di Ventura
era già intasata mentre tornavo io. Oppure faccia il Mulholland
Drive.»
Breslow scosse il capo. La strada di montagna consentiva una
veduta spettacolare della vallata e, più indietro, di tutta Los Angeles,
ma era ripida e tortuosa, col ciglio franoso che richiedeva non
poca prudenza. «No, prenderò comunque l'autostrada» disse
Breslow. «Un guidatore spericolato non avrebbe difficoltà a buttar
fuori strada questo macinino, e ci sono punti in cui una macchina
potrebbe sparire tra la vegetazione ed essere ritrovata solo a distanza
di settimane.»
«Come preferisci» disse Stein. «Ma secondo me, la tua reazione
è un po' eccessiva.»
«Ci sentiamo per telefono quando avrai avuto modo di pensare
a tutto quel che ti ho detto.»
«Certamente» fece Stein.
La Chevette scese a retromarcia la rampa col motore rombante
ed emettendo nuvolette di fumo; poi, quando Breslow ci ebbe fatto
la mano, si avviò giù per il Cresta Ridge Drive, affrontando ogni
tornante con esagerata cautela.
«Che cosa lo rode?» domandò Billy.
I due uomini rientrarono in casa, e Charles Stein raccontò a
suo figlio tutto quel che gli aveva detto Max Breslow. Billy si aggirava
per lo spazioso salotto, sfiorando nervosamente i tasti del
pianoforte a coda e pescando uno dei dolcetti alla polpa di cocco
che tanto piacevano a suo padre. Alla fine della lunga storia,
Charles Stein attese la reazione del figlio.
«Non vorrei proprio che accadesse qualcosa a Mary» disse
Billy Stein.
Suo padre esalò un rumoroso sospiro. «Dunque c'è di mezzo
Mary adesso? L'hai conosciuta solo oggi a pranzo. Che cosa ti ha
preso? Amore a prima vista?» indagò. «O stai scrivendo un nuovo
musical per la Streisand? Hai intenzione di continuare a girare in
tondo sul tappeto, muggendo come una vacca in amore?»
Billy abbozzò un sorriso ansioso. «Lo sapevo che avresti dato
in escandescenze» disse. «Ho detto a Mary che ce l'hai con i tedeschi,
e che sicuramente saresti andato su tutte le furie.»
Billy notò che suo padre sbatteva freneticamente le palpebre.
Malgrado l'immobilità del suo corpaccione e l'espressione imperscrutabile
del viso, Billy vi riconobbe un segnale di pericolo. «Così
avete parlato di me, eh? Ve ne siete andati in giro sulla Thunderbird,
con la musica di Mantovani che usciva dallo stereo, e avete
parlato dei difetti del tuo papà. Dimmi un po', Billy: lei ti ha fatto
delle confidenze? Voglio dire, ti ha raccontato quali sono le passioncelle
e le preoccupazioni del buon vecchio papà Max?»
Billy sorrideva divertito ed esasperato insieme, agitando la
mano nel tentativo di placare la collera del padre. «Ho detto solo
che... se mi stessi ad ascoltare, papà... sapresti che mi sono limitato
a dire che non vorrei le capitasse qualcosa. Giusto? Non c'è bisogno
che tu scateni una rivolta razziale tutto da solo.»
«Adesso il ragazzino mi fa anche la predica sull'intolleranza.
Ascolta, Billy, ti ho mai parlato degli anni di vita che ho perso a
combattere contro i nazisti?»
«Mi hai mai parlato di qualcos'altro?»
La discussione aveva assunto la solita piega, e nessuno dei due
la prendeva troppo sul serio. Charles Stein borbottò qualcosa d'incomprensibile
e mangiò l'ultimo dolcetto alla polpa di cocco.
«Non mi hai ancora detto come sono fortunato ad aver frequentato
ottime scuole e a possedere il Cessna e la Thunderbird e
la barca e tutto il resto.»
«Non tirare troppo la corda, Billy» disse Stein, e suo figlio fu
tanto prudente da accettare l'avvertimento.
Charles Stein si accostò al citofono rosso e premette il pulsante
che metteva in comunicazione con l'alloggio della governante.
«Adesso esco» le disse. «Può darsi che rientri molto tardi stasera.
Non apra la porta a nessuno. Badi a chiudere tutte le porte a doppia
mandata e controlli le serrande delle finestre. Ho sentito dire
che ci sono stati altri furti con scasso in collina, la settimana scorsa.
Ed è venerdì 13, signora Svenson.» Riagganciò senza attendere
risposta dalla governante.
«Dove vai?» domandò Billy.
«A far visita a un amico» disse Stein, e Billy si rese conto che
non avrebbe cavato nient'altro da suo padre.

 Capitolo 19.

Charles Stein non era il tipo d'uomo che si facesse vedere spesso
nel vestibolo dello Gnu Club. L'aspetto trasandato e i modi
spicci trassero in inganno il personale, che lo scambiò per un turista
o un ubriaco a caccia di una birretta o di qualche ballerina a
pagamento. Il portiere era un giovanotto smilzo con gli occhiali
montati a giorno, che aveva imparato a memoria le facce della
maggior parte dei clienti più spendaccioni e riusciva anche a ricordarne
i nomi. Scambiò un'occhiata con un omaccione seduto senza
dar nell'occhio dietro lo sportello del guardaroba. Senza far parola,
l'uomo s'infilò il berretto con visiera, uscì sulla soffice moquette
e si piazzò in modo che il riflettore, puntato sulle rose a stelo lungo,
illuminasse il distintivo dell'istituto di vigilanza che portava
sulla manica e anche i grossi bicipiti. «Buona sera, signore».
La guardia fece ricorso alla patina di esagerata cortesia che
equivale inequivocabilmente a un'intimidazione.
Stein lo guardò ammiccando, ma non rispose.
«Ho detto buona sera, amico.»
«Non sono amico tuo,» fece Stein «e se ti fai da parte, vorrei
salire.»
«Oh, allora è per questo» disse stancamente la guardia. «È
entrato per andare al cesso?» Da sopra la spalla di Stein abbozzò
una smorfia di sofferenza all'indirizzo del giovane portiere.
«No» disse Stein.
«Provi all'Alcove Club, pochi passi più in giù» consigliò la
guardia. «Qui ci vengono solo i ragazzi ricchi.»
«Sono il padre di un ragazzo ricco» disse Stein.
«Ehi, fa anche lo spiritoso» disse la guardia, rivolta al portiere.
«Okay, ciccione, adesso ti sei divertito abbastanza. Smamma e
continua a camminare senza fermarti. Ci vuole lo smoking per entrare
qua dentro. E una camicia pulita.» Sogghignò all'indirizzo
del portiere. La guardia si era messa in piena luce, ora, e la luce si
rifletteva sul cinturone e la bandoliera di cuoio lucidissimo e sul
distintivo di lucido metallo cromato che portava sulla camicia blu.
«Che ne diresti di farti da parte?» disse Stein calmissimo.
La guardia serrò l'una nell'altra le manone e cominciò a far
crocchiare le giunture delle falangi, l'una dopo l'altra, come se
stesse contandole. «E tu, che ne diresti se ti facessi volar fuori,
grassone?» disse. E fece pressione contro il ventre di Stein con forza
sufficiente a fermarlo.
Il portiere allungava il collo per assicurarsi che non stesse entrando
qualche cliente importante e fosse testimone di come veniva
malmenato un cliente potenziale. Per questo motivo, non vide ciò
che accadde subito dopo. Nelle settimane successive espresse più
volte il suo rincrescimento in proposito. Udì un grugnito di dolore,
un grido strozzato e il tonfo sonoro di un corpo pesante che stramazzava
a terra. Anche il vaso di rose si rovesciò e s'infranse sul
pavimento.
«Il volo è fatto per i merli come te» stava dicendo Stein sottovoce
alla guardia stesa bocconi, mentre si sfilava dalle nocche un
tirapugni di ottone. Delicatamente, con la punta della scarpa inglese
bicolore, spostò la guardia gemente per vederne la faccia. Le
rose dal lungo gambo si erano attorte al corpo della guardia, e l'uniforme
era zuppa d'acqua uscita dal vaso.
Il portiere impietrito premette gli appositi pulsanti sul telefono
e disse: «Portineria. C'è un tale che sta mettendo a soqquadro
il locale, quaggiù». Una pausa. «No, signor Delaney, non posso
chiamare la guardia, quel tale l'ha già messa fuori combattimento.»
Posò il ricevitore. «Sta arrivando il signor Delaney» disse il
portiere, più a se stesso che a Stein o alla guardia.
Stein si rimise in tasca il tirapugni di ottone e aspettò che succedesse
qualcosa. Da dietro una porta con la scritta «Privato»
giunse uno scalpiccio di passi che scendevano di corsa le scale.
Due uomini varcarono la porta, in rapida successione. Uno aveva
in mano un corto manganello, mentre alle sue spalle un altro,
molto più anziano di lui, impugnava una pistola, con la canna
puntata verso terra. Era una vecchia pistola, il metallo bluastro
reso lucido dal logorio degli anni.
«Okay!» fece l'uomo col randello. Era un giovanotto che indossava
un costoso completo di seta e una camicia da sera azzurra
con i volantini. Aveva il volto sparuto e la fronte precocemente
stempiata, ma le spalle larghe e bicipiti da far invidia a un sollevatore
di pesi. «Dov'è?»
La guardia era ancora stesa a terra, e si artigliava il ventre con
ambo le mani. Emise un lamento. Aveva una rosa attorcigliata alle
gambe.
«Chi è stato, Murray?» disse il giovanotto. La guardia emise
un altro lamento.
«Sono stato io» disse Stein in tutta semplicità.
«Lei, lo ha colpito?» Il giovanotto appariva scandalizzato.
Disse: «Murray e io ci esercitiamo insieme in palestra».
«Be', non lo sapevo» disse Stein come per scusarsi.
«Dovrà andarsene di qui, signor mio» disse il più giovane dei
due Delaney, badando a non tenere il bastone in modo che potesse
essere interpretato come una minaccia.
«Vuoi che stenda anche te, ragazzino? È Chuck Stein che ti
parla. E non prende ordini da nessuno, fuorché da me.» Il più
vecchio dei Delaney era un pezzo d'uomo, più alto di Stein, e dai
movimenti felini che denotavano una perfetta forma fisica. Era abbronzato
e aveva i capelli naturalmente ondulati, del tipo che dà
buoni risultati con un trattamento settimanale dal parrucchiere.
A questo punto se ne stavano tutti a guardare la guardia stesa
a terra che, constatando di essere al centro dell'attenzione, tentò di
alzarsi a sedere.
«Adesso dovrò cercarmi un'altra guardia, figlio di puttana»
disse Delaney a Stein. Mise un piede sulla spalla della guardia e
lo respinse rudemente sul pavimento. «Sei licenziato, ragazzo»
disse. Raccattò da terra il berretto della guardia e lo posò cautamente
su una mensola.
«Questo tizio non valeva gran che, comunque» disse Stein.
Scrollò le spalle. «Ti ho fatto un favore.»
«È tutto a posto» disse il vecchio Delaney al portiere. «Butta
fuori dal vestibolo del mio locale questo buono a nulla. E telefona
all'agenzia che mandino un rimpiazzo. Voglio che sia qui prima
delle nove, nel caso che quei tali del congresso dei circuiti
microelettronici integrati siano ancora in città. Sarò nel mio ufficio con
Chuck. Chiamami, se hai bisogno di me.» Suo figlio annuì. Sapeva
che cosa significava: chiamami solo se sei ridotto alla disperazione.
«Hai ancora la Colt d'ordinanza, vedo» disse Stein. «Se dessi
quel ferrovecchio a Parke Burnet da vendere all'asta, ne ricaveresti
una cifra primato.»
Delaney rise, passò un braccio attorno alle spalle di Stein e lo
pilotò su per le scale. «Avresti dovuto telefonare, Chuck. O sei venuto
a vendermi la tua protezione?» I due uomini scoppiarono a
ridere assieme.
Il ritrovo di Jerry Delaney era un locale dove le ragazze giravano
in topless e anche con qualcos'altro, di nudo, e che contravveniva
al regolamento in vigore nella maggior parte delle località
della contea di Los Angeles, oltre a violare le specifiche norme imposte
dall'ufficio di controllo sulle bevande alcooliche che rilascia
le licenze ai bar. Ma era situato a Lennox, un quartiere a se stante,
sulla strada per l'aeroporto internazionale di Los Angeles, dove
succede di tutto. Allo Gnu Club di Jerry Delaney si poteva fare
una scommessa o farsi una ragazza; sniffare, fumare uno spinello
o bucarsi con la roba che Jerry importava dal Messico e da altri
posti più lontani.
Jerry Delaney aveva investito per intero la sua quota dell'oro
di Kaiseroda in quell'edificio a due piani, contrassegnato da una
vistosa tenda gialla e da una palma stenta. Nel vasto ufficio di
Jerry, al piano superiore, troneggiava un'enorme scrivania di
quercia, attorno alla quale erano disposte soffici poltrone di pelle
del tipo in voga nei circoli riservati a una clientela maschile. Sulla
scrivania c'erano tre telefoni di diversi colori, un grosso servizio da
scrittoio placcato in oro e un paio di scarpine da neonato racchiuse
in un grosso blocco di plastica trasparente. Da un altoparlante nascosto
usciva una musica dolce. Jerry Delaney premette un pulsante
e la musica si spense. «Vuoi metterci un po' d'alcool su
quella nocca?» Si accostò a un grande mobile bar rivestito di specchi
e prese due bicchieri.
«Vino per me, Jerry, per piacere.»
Jerry Delaney versò nei bicchieri vino bianco della California
per tutti e due. La notte era ancora giovane, e il proprietario di un
locale notturno doveva mantenersi lucido in quel quartiere della
città. «È un vero piacere vederti, Chuck. Ho quello che mi hai
chiesto.» Accostò la mano alla bottiglia per sentirne la temperatura,
poi, decidendo che il vino non era abbastanza fresco, gettò un
paio di cubetti di ghiaccio in ciascun bicchiere.
Si volse e vide che Stein stava fissando le fotografie in cornice.
Coprivano la parete dietro la scrivania, tanto da nascondere quasi
per intero la sontuosa tappezzeria rossa. Ce n'erano a dozzine,
perlopiù del genere prediletto dai proprietari di ristoranti e ritrovi.
La luce dura del flash aveva congelato Delaney e alcuni dei
suoi clienti più famosi in pose alquanto goffe: mentre si protendevano
pericolosamente sui tavoli apparecchiati, nell'atto di sollevare
l'inevitabile coppa di champagne e di guardare nell'obiettivo
con un sorriso fisso e forzato.
Ma Stein non stava esaminando le foto scattate allo Gnu Club.
Osservava una lucida fotografia formato 20 X 24 del corpo segnalazioni,
in cui si vedeva un M-3 incrostato di fango, un semicingolato
che montava un pezzo d'artiglieria da 75 mm. Di fronte al veicolo
era schierato un gruppo di uomini in camicie di lana e calzoni
stretti alle caviglie, adatti al piovoso inverno tunisino. Dietro il semicingolato
s'intravedevano alcune case e un ciuffo di palme che si
piegavano sotto le raffiche del vento. Stein, giovane ma già corpulento,
era seduto sul tetto della cabina, Delaney era al volante. Sul
tetto della cabina, con le braccia aperte come ad abbracciare il
mondo, sedeva anche il bel fratello minore di Stein, Aram. Giovanissimo,
sembrava un ragazzino che si fosse vestito da grande.
«Ad Aram» disse Jerry Delaney prima di bere il vino.
Stein alzò il bicchiere, senza aprir bocca. Non riusciva a
staccare gli occhi dalla fotografia. A casa sua non teneva foto del fratello.
Il dolore era ancora troppo profondo. Ma ora, trovandosi di
fronte la faccia del fratello, non riusciva a distoglierne lo sguardo.
«Senti ancora la sua mancanza, Charlie?»
Stein fece di sì con la testa e ingollò il vino con tale veemenza,
che per poco non tossì. «Non avrei mai dovuto permettergli di guidare
quella dannata jeep» disse Stein.
«Gesù, Charlie. Mica starai ancora rimproverandoti di averlo
fatto, per caso? Sono passati più di trent'anni, e non è stata colpa
tua, amico.»
«Non avrei mai dovuto permettergli di guidare quella jeep.
Era solo un ragazzo... Noi due, tu o io, le avremmo viste, quelle
mine.»
«Non le avevamo viste, all'andata» disse Delaney. «E dobbiamo
esserci passati vicinissimi, anche.» Delaney posò per un attimo
la mano sulla spalla di Stein. «Smettila di angosciarti, Charlie.
Aram era felice di essere con te. Credi forse che gli sarebbe piaciuto
non venire in guerra con te... avrebbe detestato l'idea di rimanere
a casa.»
Stein annuì e si volse. Il discorso era chiuso. Bevvero tutti e
due il vino e si studiarono con quell'imparzialità con cui tutti gli
uomini osservano i segni della battaglia tra i loro amici e gli anni
che passano. «Così, la banca ha preso una fregatura di cento milioni
di svanziche» disse Jerry Delaney.
«Noi abbiamo preso una fregatura» lo corresse Stein. «La
banca è nostra.»
«Io mi sono sistemato» disse Jerry.
«Il colonnello è sottosopra.»
«Gli passerà» disse Delaney. «Continuerà a mandare avanti
la banca, sì?»
«Ci proverà. Però...» Stein levò una mano.
«Ormai mi piaceva l'idea di possedere un pezzo di banca svizzera»
disse Delaney. «Mi dà un tocco di classe.»
«Non è ancora finita» disse Stein. «Le cose si mettono male da
quelle parti.»
«Non è che da queste parti la situazione sia proprio rosea» fece
Delaney. «Ieri sera sono venuti sei furboni che hanno scaraventato
una delle mie cameriere in topless dentro la gelatiera. Ho dovuto
chiamare gli sbirri, e nel mio genere di attività non è certo
una buona idea mettersi a chiedere aiuto agli sbirri. Sei signorini
dall'aria come si deve, arrivati in città per il congresso dei circuiti
microelettronici integrati! Dove andremo a finire, Chuck?»
Stein scosse il capo. Delaney non si rendeva conto di ciò che
stava dicendogli. «Si è proprio messa male» fece Stein. «Sto cercando
di combinare un affare per tappare le falle con tutto ciò che
possiamo ricavare da quel poco che ci è rimasto.»
«I documenti e i tappeti e l'altra roba?»
«Però devo vedermela con certi duri, Jerry. Mi sono portato
quella Mauser ricordo di guerra al circolo, a Roscoe. Mi hanno
montato una specie di poligono di tiro, dove possa esercitarmi.»
Jerry Delaney scosse la testa. I vecchi come Stein avrebbero
dovuto lasciar perdere le pistole; soprattutto le vecchie pistole ricordo
di guerra. Ma non lo disse; cercò invece di far coraggio all'amico.
«Direi che sei ancora perfettamente in grado di cavartela,
Chuck, a giudicare da quel che hai fatto alla mia guardia, giù da
basso.»
«Non sono preoccupato per me» disse Stein. «E il mio ragazzo,
Billy, che non sa neppure come ripararsi dalla pioggia...»
«I giovani di oggi,» disse Delaney «non sanno distinguere
un'officina da un'offelleria.» Sospirò. Si appoggiò al bordo della
scrivania. «Hai visto mio figlio Joey poco fa? Che cosa farà quando
tirerò le cuoia? Te lo figuri a mandare avanti questa baracca?
Non se la caverebbe con una ragazzina che ha perso gli orecchini.
Che cosa farà se la teppaglia organizzata tenterà di introdursi qua
dentro, come è già successo negli Anni Sessanta?»
«Tu che cos'hai fatto, Jerry?»
«Lo sai che cos'ho fatto, Chuck. Ho preso qualcuno dei miei
ragazzi più in gamba e ho reagito.»
Delaney si guardò attorno, un po' ansioso, poi si protese prima
di rispondere a bassa voce: «Ho fatto arrivare un tale da New
York, un patito degli esplosivi. E andato a Las Vegas e ha trafficato
con un paio di motorini di avviamento per conto mio. Uno di
quei teppisti è volato fuori dal tetto della sua berlina di lusso. Non
hanno smesso di scocciarmi. Allora ho fatto venire un sicario dal
New Jersey. Mi era stato raccomandato da un tale con cui sono in
affari. E quello ha fatto fuori un pezzo grosso qui in città, dopodiché
si sono rassegnati all'idea che non avevo la minima intenzione
di farmela con loro».
Stein assentì tristemente col capo. Non vedeva un parallelo con
la sua situazione. «Be', nel mio caso le acque non si calmeranno
tanto facilmente, Jerry. Ho l'impressione di aver infilato il dito in
un vespaio. E non vedo vie d'uscita.»
«Che cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che forse dovrò battermela, Jerry. E in fretta, anche.
È per questo che mi vedo costretto a chiederti quelle carte.»
Stein non aggiunse altro e bevve un altro sorso di vino.
L'amico si portò alla cassaforte d'angolo, aprì lo sportello e ne estrasse
una gonfia busta color marroncino. La diede a Stein e se ne stette
a guardare mentre il contenuto del plico veniva sciorinato sulla
scrivania. Un passaporto brasiliano, corredato dalla foto di Stein, e
intestato a Stefan Wrzoseki.
«Un nome polacco,» spiegò Delaney «in modo che nessuno si
aspetti di sentirti parlare in portoghese.» C'era un certificato di
nascita in data 19 ottobre 1926, copia rilasciata dal ministero degli
Interni polacco, a Varsavia nel 1938. C'era una patente di guida
rilasciata in Francia. «Le patenti francesi non hanno limiti di scadenza»
spiegò Delaney. C'era anche una carta di credito dell'American
Express. «È falsa. Per l'amore di Dio, non comprarci
niente con questa. Ha rilevato il numero da un blocco di tessere
inutilizzate, in modo che non risulti dal loro computer. Usala solo
come documento d'identità, capito?»
«Quel tizio sa il fatto suo» disse Stein ammirato.
«È il migliore sulla piazza» disse Delaney. «Adesso sei a posto.»
«No, Jerry. Questa roba serve a uno che deve scappare. Ma il
momento che smette di scappare, avrà bisogno di ben altro che
questo.»
«Per esempio?»
«Ha bisogno di un passato, Jerry. Referenze, conti bancari garantiti
da direttori di banca disposti a collaborare... libretto della
previdenza sociale, e via discorrendo. Ha bisogno di qualcuno che
possa fargli passare l'esame del computer, Jerry.»
Delaney abbozzò una smorfia.
«Posso pagare» disse Stein. Calò un silenzio. Stein disse:
«Poco fa ti ho detto una bugia. Ti ho detto che non avevo paura.
Ce l'ho, Jerry».
Jerry Delaney fissò l'amico, con stupore. «Ti darò tutto l'aiuto
di cui hai bisogno, Chuck. Ma, Gesù...» Delaney si accostò alla finestra
a guardare nell'affollata strada sottostante.
«Hanno fatto fuori quel MacIver.»
«La cosa ti farà risparmiare un po' di dollari» disse Delaney.
«Mi è dispiaciuto per lui» disse Stein. «E quella sparatoria
nel bar di Western Avenue non è stata opera di qualche ragazzino
streppato. MacIver era in trattative con un tale a nome Lustig, e
subito dopo vengo a sapere che Lustig è stato trovato morto. A capo
della piccola compagnia cinematografica di Lustig subentra un
crucco a nome Breslow, e Breslow viene tamponato da un camion
sull'autostrada. E qual è l'anello di congiunzione, Jerry? L'anello
di congiunzione è la roba che abbiamo asportato dalla galleria numero
due della miniera di salgemma di Kaiseroda, Jerry.»
Fuori, era tutto uno sfavillio di luci al neon. Nella strada c'erano
alcuni uomini che adocchiavano oziosamente le foto delle ragazze
nude attraverso lo spioncino delle macchinette, e sbirciavano
le cameriere in topless nei bar in penombra. E c'era un continuo
passaggio di automobili, i cui solitari occupanti scrutavano nell'ombra
delle strade e degli androni. Delaney non vide niente di
tutto questo, e neppure vide la grossa Caprice Classic parcheggiata
accanto all'ingresso del cinema porno sull'altro lato della strada,
né il controllo di Boyd Stuart e il suo caposezione per la Costa
Occidentale, che sedevano rintanati al buio a tener d'occhio il locale.
Gli agenti inglesi erano là in attesa da quando Stein aveva messo
piede allo Gnu Club.
Nell'ufficio di Delaney, nessuno dei due uomini parlò o si
mosse. Delaney non aveva mai visto l'amico spaventato, né tanto
meno lo aveva sentito confessare di esserlo. Finalmente Stein disse:
«E il mio ragazzo, Billy. Dovrò procurare i documenti anche per
lui». Stein bevve il vino. «Se vorrà venire con me, non lo so.
A sentir lui, sono un somaro; dice che sono klutzy, cioè maldestro, e non
fa che ripetermi che non so comportarmi in società... Non gli va
come sto a tavola o come parlo.»
«Questi ragazzini che si danno tante arie sono tutti uguali»
disse Delaney, automaticamente, come fa di regola chi ha la mente
impegnata in qualcos'altro. «Ho sborsato fior di quattrini per
mandare il mio Joey all'università, e lui mi torna a casa con la testa
imbottita di idee astruse sul fatto che dovremmo vendere il locale
e occuparci di proprietà immobiliari... maledetti marmocchi.»
Andò alla finestra e abbassò la tapparella, poi accostò le pesanti
tende. «Tu parli della mala, Chuck. Non c'è nessun altro che sia
altrettanto organizzato quando si tratta di procurarti una nuova
identità.» Delaney trafficò col cordone della tenda. «Mi hanno
fatto giurare di non aprir bocca. Ho promesso loro che non l'avrei
detto ad anima viva.» Guardò Stein. «Petrucci» disse all'improvviso,
come uno che si tuffi nell'acqua fredda. Si girò e tastò la fotografia
di sua moglie e dei suoi familiari seduti presso la piscina
della casa dove andavano a passare le vacanze, sul lago Tahoe.
«Bud Petrucci. Te lo ricordi? E lui che ti ha procurato tutta questa
roba. Si ricorda benissimo di te. Ti manda a salutare; gli sei
simpatico.» Delaney accennò col capo al passaporto falso.
«Petrucci?»
«Il sergente Petrucci. Un piccoletto pieno di tic, uno dei superstiti
dei camion che hanno risalito la valle davanti a noi. Ricordi
che abbiamo visto il fumo e ci siamo domandati che cosa poteva essere?
Poi abbiamo visto tre cadaveri, uno di un nero, completamente
nudi, e tu hai detto che dovevano essere GI, perché i corpi
erano così puliti.»
Stein di colpo sentì freddo, lo stesso freddo che aveva sentito in
quell'inverno tunisino di tanto tempo addietro. "Freddo come il
cuore di un allibratore” aveva detto suo fratello Aram, ed erano
scoppiati a ridere. Era stata una lunga, lenta marcia, per la colonna
che si trascinava su per i pendìi cespugliosi, di quelle alture
disseminate di sassi. Erano esposti al vento, lì sulla cima di quella
bassa cresta. Sotto di loro c'era della vegetazione e, sul fondo della
gola, dove la terra era rossa, un baluginio d'acqua. Avrebbero trovato
riparo, laggiù; riparo dalle incursioni aeree e dagli occhi delle
pattuglie nemiche in ricognizione, e anche dagli elementi. Ma vi
avrebbero trovato anche il fango.
Stein si era tolto la polvere dal viso, come faceva di continuo, e
aveva deciso di procurarsi un paio di occhialoni a qualsiasi costo.
Li avevano tutti, persino gli arabi del deserto, li avevano tutti
fuorché i soldati dell'esercito che li aveva pagati. Alle sue spalle
aveva udito muoversi il supporto della mitragliatrice mentre suo
fratello Aram scrutava il cielo nel tentativo di avvistare qualche
aereo. Stein era almeno riuscito a procurarsi gli occhialoni per il
fratello minore; e almeno di questo era grato al cielo.
Più avanti, una chiazza di fumo segnava l'altura lungo la quale
si era inerpicata la colonna dei rifornimenti poco prima di chiedere
aiuto per radio. Delaney era al volante, Stein seduto al suo
fianco. Procedevano in testa, e questo voleva dire che sarebbero
stati i primi a incontrare qualsiasi cosa venisse nella direzione opposta.
Era stato Stein a notare il camion, affondato nella Rabbia fino
ai mozzi delle ruote, giù per il dirupo, in mezzo alla sterpaglia,
ma Delaney aveva visto i corpi.
Ce n'erano tre, stesi scompostamente accanto allo stretto sentiero.
Uno era quello di un nero, gli altri due di pelle più chiara di
qualsiasi abitante locale. «GI» aveva detto Stein. «Denudati dagli
arabi in meno di quanto ci abbiamo messo noi a risalire la valle.
Hanno fatto sparire persino le piastrine di riconoscimento.»
«GI?» gli aveva fatto eco Delaney. «E come fai a dirlo?» Il
motore si era bloccato, per via del surriscaldamento. Delaney aveva
premuto il comando del motorino di avviamento, ma senza ottenere
alcun risultato. Di colpo era calato un silenzio assoluto.
«Perché sono così puliti» aveva risposto Stein. I tre cadaveri
erano giovanissimi, poco più che bambini. Erano i primi morti che
avessero mai visto.
«Forse dovremmo seppellirli» aveva detto Delaney. E appena
l'aveva detto, il tenente Pitman era accorso a vedere qual era la
causa di quella sosta. Adesso anche lui osservava i tre corpi, in attesa
di udire ciò che poi aveva detto Stein.
«Andiamo» aveva detto Stein. «Voialtri ne vedrete ancora un
bel po', di morti, prima di sera: lasciamo che ci pensi il distaccamento
addetto alle sepolture.»
«Dannati arabi!» aveva detto Delaney. «Hanno spogliato questi
poveri cristi, lasciandoli nudi come vermi.»
In lontananza, si era udito un rombo improvviso di esplosioni,
attutito come un rullo di tamburi funebri, sicché il rumore somigliava
più a un brontolio prolungato che a una serie di scoppi separati.
Lungo la sommità della cresta, dinanzi a loro, erano apparse
chiazze di fumo grigio, che si spostavano all'orizzonte come
un branco di elefanti in movimento, proboscide contro coda. Poi
c'era stata una grossa vampata di fiamme e fumo nero, e poi ancora
lo scoppiettio delle munizioni che saltavano in aria.
«I crucchi sono piombati addosso alla colonna dei rifornimenti»
aveva detto Delaney allarmato. Aveva premuto di nuovo il comando
dell'avviamento, e questa volta il motore si era acceso vibrando.
«Prepararsi a portarsi fuori tiro» aveva urlato Pitman, e alle
loro spalle Stein udiva grida e imprecazioni e l'urlo dei motori,
mentre gli uomini tentavano di far manovra con i semicingolati
sulla stretta pista. Pitman, la cravatta infilata dentro la camicia
stirata alla perfezione e inamidata, si stava portando agli occhi il
binocolo nuovo di zecca. «C'è un soldato che risale il sentiero...
uno dei ragazzi della colonna, forse - un sergente. È ferito...
qualcuno vada a dargli una mano.» Era andato Delaney.
Charles Stein si passò una mano sul viso. Il ricordo si spense,
com'era nelle sue intenzioni. Forse qualche particolare era sbagliato,
ma non aveva importanza.
Delaney disse: «Petrucci era il sergente, il mitragliere, che stava
salendo verso di noi, suppergiù nel momento in cui è rimasto
ucciso il maggiore Carson. Petrucci: un piccoletto con i baffoni neri,
e anelli d'oro alle dita, è rimasto con noi per tutto il tempo della
ritirata».
«La ritirata» disse Stein. «La chiamiamo così, oggi?»
«Suo fratello fa l'avvocato, un avvocato della mafia, nel New
Jersey. Petrucci si è ritirato dagli affari e vive a Phoenix. Sicuramente
lui conosce la gente giusta alla quale dovrai rivolgerti.» De-
laney aprì un cassetto della scrivania e trovò una agenda con gli
indirizzi. Ne girò le pagine finché arrivò al nome di Petrucci, e la
tenne aperta mentre Stein prendeva nota. A Stein non sfuggì che
Delaney non gli permise di guardare le altre pagine dell'agenda, e
neppure di prenderla in mano.
«Sei un amico» disse Stein.
«Allora fammi un favore» disse Delaney. «Non dirgli che sono
stato io a darti l'indirizzo, eh?»


Capitolo 20.

«E ha trovato un buon elemento da mettere alle calcagna del
figlio di Stein?» domandò il caposezione per la Costa Occidentale.
Voleva dimostrare che sapeva quel che si faceva. Il controllo di
Stuart sbadigliò.
«Uno come si deve; un ex agente del dipartimento di polizia di
Los Angeles. Non ci sono molte probabilità che Billy Stein gli sveli
qualcosa che già non sappiamo.» Intrecciò le dita e tese le braccia
davanti al corpo, facendo crocchiare le giunture. Era un gesto e di
noia e di disprezzo, e come tale fu interpretato dal caposezione:
non godeva di molte simpatie.
«Un uomo solo?»
«Non è da ieri che faccio questo mestiere» disse il controllo di
Stuart. «Ho assegnato cinque ottimi elementi alla sorveglianza di
Stein e altri cinque a quella di Max Breslow. Fanno due turni,
due per turno, col quinto pronto a dar loro il cambio e a intervenire
in caso di emergenza. Ci costa più di quanto possiamo permetterci.
Non possiamo continuare così in eterno.»
«È gente del posto?»
«Non tutti, ma conoscono tutti la città a menadito.»
«Sono sicuro che Stein e Breslow tengono quelle maledette
carte qui in città. Stein è stato in grado di procurarsi quella cartella
del dottor Morell da mostrare a Stuart senza preavviso. Secondo
me, vuol dire che hanno tutto quanto sottomano.»
«Il materiale potrebbe trovarsi dovunque» disse il controllo.
«Stein è andato a Ginevra il mese scorso. E una volta in Svizzera,
non sappiamo dove sia poi andato. Magari dove tiene nascoste le
carte. Suo figlio Billy possiede un aereo privato e passa una quantità
di tempo giù in Messico, andando a zonzo su quella barca a
vela da dodici metri. I documenti potrebbero essere in un posto
qualsiasi a sud del confine, magari persino sullo yacht.»
Il controllo di Stuart si dimenò sul sedile. Erano seduti in
macchina da un bel po', e cominciava a stare scomodo. Osservò
una radiopattuglia percorrere lentamente la strada; gli agenti
adocchiavano la folla dei passanti con attenzione guardinga e sospettosa.
«Sulla barca, no» disse il caposezione, dopo che l'auto della
polizia li ebbe sorpassati. «Ammenoché non abbiano suddiviso i
documenti in vari blocchi. A bordo, non ci starebbero tutti. Nel
rapporto che ho letto, il carico è descritto come il contenuto di due
grosse casse da imballaggio.»
«Ma forse non c'erano solo documenti» disse il controllo.
«Stein si è arricchito di colpo, dopo la guerra; presumo che ci fossero
anche oro e altra roba sui camion che Stein ha dato una mano
a trafugare. Sul momento, con tutta probabilità i documenti sono
stati una delusione per loro.»
«Una delusione, sì, suppongo di sì.»
«Proprio il genere di delusione che mi farebbe comodo di tanto
in tanto» disse il controllo di Stuart con una punta d'invidia.
«Con chi ha detto che è venuto a parlare in questo locale?»
«Il proprietario è Jerry Delaney, un imbroglione dalla parlantina
sciolta che ha le mani in pasta dappertutto, dai film porno
alle macchinette rubate. Sospetto di connessioni con la mafia.»
«È stato compagno d'armi di Stein, dice?»
«Non ne siamo sicuri. Sa, Londra non ci permette di consultare
il computer di Washington, neppure in via non ufficiale. Ma
hanno suppergiù la stessa età; per cui è probabile.»
«Non credo proprio che verremo a capo di qualcosa, standocene
qui» disse il caposezione. «Diciamo a quelli dell'altra macchina
di darci il cambio. Sono sicuro che Stein si tratterrà nel locale
per tutta la serata e poi se ne tornerà a casa e andrà a dormire. Ho
promesso di telefonare a Londra stasera, per far rapporto sulla situazione.»
«Sono incline a darle ragione» disse il controllo di Stuart.
«Piantiamola qui, per oggi.» Ma prima che prendessero una decisione,
una Pontiac grigia si fermò accanto a loro e un giovanotto
s'infilò sul sedile posteriore.
«Salve, Santos» disse il controllo. L'uomo sogghignò. Era un
giovane di pelle scura con una pettinatura afro e lunghi baffi che
gli scendevano fin sotto gli angoli della bocca. Indossava una maglietta
stile rock'n roll e un giubbotto da giocatore di football.
«Santos è addetto all'ascolto dei telefoni di Stein e di Breslow»
spiegò il controllo al caposezione.
«Una chiamata per Stein» disse il giovanotto. «Alle otto e
mezzo. Un tale a nome Bock gli ha telefonato da Londra.»
«Chi ha risposto? Billy Stein?»
«Billy Stein è partito per Ensenada. Ha telefonato alla figlia
di Breslow, ma la sua proposta non ha avuto successo, così si è
messo al volante della Thunderbird e si è diretto a sud. Lo facciamo
pedinare.»
«Chi ha risposto, allora?»
«Nessuno. Il messaggio è stato captato dalla segreteria telefonica.
Ne ho qui una trascrizione.» Tendeva un foglio di carta.
«Ma probabilmente facciamo prima se ve lo riassumo io.»
«Sì.»
«Questo Bock lavora per una banca tedesca, a Londra. Dice di
possedere informazioni di vitale importanza sui documenti - al
telefono ha parlato di carte, ma deve trattarsi dei documenti, giusto?»
Il controllo di Stuart annuì.
«Bock vorrebbe parlare con Stein, ma si mostra molto nervoso
circa il modo di mettersi in contatto con lui. Abbiamo il numero
della segreteria telefonica. Bock dice di lasciare un messaggio.»
«Potrebbe essere l'occasione che aspettavamo» disse il controllo.
Guardò il caposezione con aria interrogativa. Il caposezione fece
segno di sì.
Il controllo disse: «Il messaggio è registrato sulla segreteria telefonica?
Lei potrebbe cancellarlo, Santos?»
«Non senza introdurmi in casa di Stein, e la casa è sprangata
da lucchetti e catenacci. Stein ha un sacco di tappeti e oggetti preziosi
là dentro. Scommetto che la compagnia di assicurazione ha
dato la sua approvazione ai sistemi antifurto.»
«Ho l'impressione che si stia aprendo uno spiraglio per noi»
disse il controllo.
«Penso che dovremo tentare di introdurci in casa di Stein e
cancellare il nastro» disse il caposezione. «Ho fissato una chiamata
telefonica a prova di bomba per Stuart, domenica sera.»
«Vuole che tentiamo di introdurci in casa di Stein?» fece il
giovanotto.
«Pensiamoci su un momento. Potrebbe darsi che Stein non si
metta ad ascoltare la segreteria telefonica quando torna a casa stasera.»
Il giovanotto si protese tra i due sedili davanti. «Già, ma
potrebbe anche darsi che stia ascoltando i messaggi registrati sul
nastro già in questo momento. Si è fatto assegnare uno di quei
codici musicali che gli permette di ascoltare i messaggi lasciati per
lui da qualsiasi telefono. Perché non togliamo di mezzo Stein,
mentre tentiamo di cancellare il nastro?»
«E come?»
«Non dovrà essere una cosa drastica» disse il giovanotto.
«Potrei fare in modo che la stradale lo becchi per guida in stato di
ubriachezza e gli faccia passare la notte in guardina.»
«La stradale? Che cosa le fa pensare che andrà fuori città?»
«La polizia stradale della contea ha giurisdizione sulle autostrade
che s'intersecano su tutto il territorio di Los Angeles» spiegò
pazientemente il controllo al suo ospite. «Sarebbe improbabile,
se non impossibile, per Stein, tornare a casa senza percorrere le
autostrade.» Il caposezione assentì col capo.
«Si metta al lavoro» disse il controllo.
Il giovanotto risalì sulla Pontiac e sparì in direzione di Inglewood.
«Se c'è uno in grado di farcela, è Santos» disse il controllo.
«Può tranquillamente contare sul fatto che Charlie Stein sarà tolto
di mezzo per il resto della notte. Domattina presto cercherò di
introdurre un tecnico dei telefoni in casa di Stein.»


Capitolo 21.

Il collegamento telefonico di cui si servì Boyd Stuart a Londra
per parlare con Los Angeles era il ”criptocifra B” con priorità assoluta.
La rete in criptocifra (A per l'America, B per la Gran Bretagna)
è un dispositivo inteso a preservare la segretezza delle conversazioni
telefoniche. Gli apparecchi di codificazione prendono le
varie frequenze delle corde vocali umane, e, dopo averle tramutate
in corrente elettrica fluttuante, mediante l'impiego della tecnologia
dei computer, riordinano ogni frazione di suono, un microsecondo
alla volta, in nuove combinazioni. All'altro capo del filo, un apparecchio
similare ricostruisce gli impulsi e ricrea un facsimile dei
suoni originali. Sebbene la rete appartenesse all'American National
Security Agency, che provvedeva anche a farla funzionare, finora
gli operatori non erano in grado di decifrare le conversazioni
intercettate senza conoscere il codice usato quel giorno. Londra
consigliò quindi Stuart di servirsi del ”criptocifra B” per parlare
col suo contatto.
«Mi scuso del ritardo. L'apparecchio è rimasto in funzione fino
a qualche minuto fa» disse la voce da Los Angeles.
«Non importa, stavo solo dormendo.»
«Be', ho chiesto scusa. Comunque sia, sarà meglio che si accerti
di essere completamente sveglio. A quanto sembra, si è aperto
uno spiraglio di luce sui documenti di Stein.»
«Vada avanti.»
«Una telefonata per Stein da Londra. Un certo Paul Bock vorrebbe
parlare con Stein a proposito delle carte. Dice di lavorare
per una banca tedesca a Londra. Dice che è questione di vita o di
morte.»
«Ah, sì, eh?»
«Non è disposto a rivelare il suo indirizzo, però ha lasciato il
numero di una segreteria telefonica che registrerà eventuali messaggi
per lui.»
«A chi era diretta la chiamata?»
«Telefonava a Stein.»
«Direttamente da Londra?»
«Proprio così. La chiamata è stata registrata dalla segreteria
telefonica di Stein. I nostri hanno cercato di cancellare il messaggio
dal nastro, in modo che Stein non lo ricevesse.»
«Qual è il numero che ha lasciato?» Boyd Stuart lo trascrisse
nel blocco di fogli riservati ai dispacci. Era già un guaio aver accesso
agli apparecchi di codificazione solo a quelle ore impossibili,
quando gli alti burocrati e i politicanti dormivano il sonno del giusto,
ma ancor più lo infastidiva dover aspettare per quasi due ore
là sotto, nella stanza comunicazioni del ministero degli Esteri, col
traffico di Whitehall sopra la testa. Stuart ringraziò l'operatore
che aveva fatto da tramite, poi se ne andò, seguendo una scia di
aroma di caffè.
Sbucò in superficie attraverso il seminterrato del numero 10 di
Downing Street, che non è certo un alveare di attività così di
buon'ora, appena spuntata l'alba. L'appartamento al piano superiore,
che è la residenza del primo ministro, era deserto. Stuart udì i poliziotti
che chiacchieravano nel vestibolo; le loro voci avevano il tono
basso e soffocato che contraddistingue la gente abituata a lavorare
di notte. Una donna anziana stava facendo il caffè in una cucinetta
sul retro. Ne versò una tazza a Stuart quasi senza aspettare
che glielo chiedesse: lo aveva scambiato per uno degli agenti in
borghese del pianterreno, o uno dei funzionari addetti ai codici del
seminterrato.
Boyd Stuart diede un'occhiata all'orologio. Erano le 6,40 di
lunedì, 16 luglio. L'unico rumore che udiva era quello della telescrivente
dell'ufficio stampa che di tanto in tanto sparava qualche
notizia.
Boyd Stuart andò a uno dei telefoni e fece il numero della segreteria
telefonica. Gli risposero. Perlomeno lavoravano ventiquattr'ore
su ventiquattro. «Sto cercando di mettermi in contatto
con Paul Bock» disse alla ragazza all'apparecchio.
«Lei si chiama?»
«Stein. Charles Stein» disse Boyd Stuart.
«Sì, ho un messaggio per lei. Vada al Militaria di Jimmy. Si
trova in York Way, vicino alla stazione di King's Cross. Non può
sbagliare, sta scritto qui.»
«Okay, grazie.»
Riagganciò. Si allontanò dal numero 10 di Downing Street
passando per le porte comunicanti che davano accesso alla strada e
uscendo dal portone del numero 12. Anche a quell'ora del mattino
c'erano tre curiosi ritti sul marciapiede di fronte, nella speranza di
intravedere qualche personaggio importante. Boyd aveva lasciato
la macchina quasi ai piedi dei gradini che scendevano in
St.James's Park. Si domandò a che ora poteva aprire il Militaria di Jimmy.
Decise che era troppo tardi per tornare a casa e recuperare un
po' di sonno perduto. Attraversò Trafalgar Square e si diresse
a nord, risalendo Charing Cross Road.
Non ci si può proprio sbagliare sul Militaria di Jimmy. La
facciata del negozio fa parte di una sfilata di case vittoriane ed è
situata tra un negozio di piccoli animali domestici e una lavanderia
automatica. Non è affollato come la lavanderia né puzzolente
come il negozio di animali, ma è dipinto a strisce nere, rosse e
bianche, e il nome sull'insegna è sormontato da Croci di ferro a
traforo. In una vetrina sono esposti manichini in divisa militare ed
equipaggiati di tutto punto; dall'altro lato della porta, la vetrina
più piccola è stipata di elmi d'acciaio, spade e pugnali, bottoni e
distintivi, bracciali con la svastica e vassoi colmi di soldatini di
piombo rotti.
Accanto al pulsante del campanello era collocato un foglietto
di carta cincischiato su cui stava scritto col pennarello rosso: «Abitazione
al piano superiore». Stuart premette il pulsante. Non successe
niente, così suonò di nuovo, e continuò a farlo finché una figura
sparuta in vestaglia logora non si fece strada lentamente tra i
soldati inanimati a grandezza naturale e le bandiere drappeggiate,
per venire ad aprire i catenacci dell'ingresso.
«Siamo chiusi» disse. Era un giovanotto tra i venti e i trenta,
con gli occhiali, i capelli lunghi e un accenno di barba che gli adornava
la faccia pallida e foruncolosa.
«Sto cercando il signor Paul Bock» disse Stuart.
L'uomo si tolse di bocca una sigaretta. «Mica sarà della
polizia, no?» Tossì e sputò in strada. Aveva un forte accento londinese,
dei quartieri sud.
«Sono venuto perché vuole vedermi.»
«A quest'ora?» fece l'uomo schifato, ma si fece da parte e aprì
la porta. «Mica è Stein, lei?»
«Charles Stein» disse Boyd. «Sì, sono io.»
«Non ha l'accento americano.»
«Sono andato a scuola in Inghilterra» disse Stuart.
L'uomo squadrò Stuart da capo a piedi prima di dire: «Be',
entri. Paul sarà sorpreso di vederla. Si sta friggendo un uovo di sopra».
«Il messaggio è stato captato dalla mia segreteria telefonica»
disse Stuart. «Ho telefonato per sapere se c'erano messaggi per
me, e ho un dispositivo che mi permette di ascoltare la registrazione
per telefono.»
«Che cosa meravigliosa è la scienza» disse l'uomo. «A proposito,
io sono Jimmy.» Fece strada su per una scala scricchiolante,
fino a un pianerottolo coperto di linoleum screpolato. In un angolo
erano ammucchiati vassoietti di plastica con avanzi di cibo, e un
gatto nero si stiracchiò e venne a dare un'occhiata al visitatore. Salirono
un'altra rampa di scale per poi entrare nella cucina. Un secolo
di progressivo cedimento del terreno aveva conferito a porte e
finestre una curiosa forma romboidale e la tappezzeria sudicia era
costellata di protuberanze per l'accumulo dell'intonaco staccatosi
dalle pareti. Un tavolino col ripiano coperto di plastica era apparecchiato
con stoviglie di terraglia scompagnate, e a mo' di centrotavola
faceva bella mostra di sé una grossa scatola formato risparmio
di fiocchi di granturco Kelloggs. Alla parete, dietro l'acquaio
quadrato di porcellana, era appeso un vecchio manifesto dei Rolling
Stones. Accanto alla decrepita stufa a gas di ghisa, un secondo
individuo stava friggendo sei uova in una padella ammaccata.
Sembrava tutto preso dalla bisogna, inclinando la padella nelle varie
direzioni e usando un cucchiaio per colare il grasso sfrigolante
sui tuorli.
«Ecco qua il tuo signor Stein» disse il barbuto.
L'uomo accanto alla stufa posò il cucchiaio da tè e, senza mollare
la padella inclinata, tese una mano. Stuart gliela strinse.
«Charles Stein» disse Stuart. «Mi trovavo già a Londra.»
«Ha chiamato casa sua e ha avuto il tuo messaggio grazie a
uno di quegli aggeggi che fanno bip-bip» spiegò Jimmy.
«Proprio così» disse Stuart.
«Jimmy è un vero specialista in fatto di mezzi di comunicazione»
spiegò Paul Bock, l'uomo accanto alla stufa. «Io sono solo un
dilettante, ma sono anni che mi servo del mio microcomputer per
inserirmi telefonicamente sulle linee principali.» Aveva un lieve
accento tedesco.
«Siete attivisti politici?» domandò Stuart.
«COMPIR» fece Jimmy. «Pirati del computer. Non abbiamo
ideali politici. Il nostro modo di divertirci consiste nell'aver accesso
agli schedari segreti. Siamo una specie di associazione...»
«La banca dove lavoro possiede un computer di quelli grossi»
disse Bock. «Ci abbiamo messo mesi a neutralizzare gli 
"anticimici” e a escogitare la maniera di inserirci.»
«Che cosa sono gli ”anticimici”?»
«Le modifiche che i fabbricanti continuano ad apportare per
bloccare quelli come noi» disse Bock. «Vuole un uovo? Col tuorlo
molle o rivoltato?»
«Col tuorlo molle.»
«Jimmy li mangia rivoltati. Non sanno di niente, come la plastica.»
C'era un pacchetto di sigarette aperto, sul tavolo. Jimmy si
protese ad afferrarne una e cercò di sfilarla dal pacchetto. Visto
che la sigaretta non si muoveva, la scrollò con più energia, come fa
un terrier con un ratto. Finalmente la sigaretta uscì dal pacchetto.
«Prenda» disse Jimmy, spingendo il pacchetto verso Stuart.
«No, grazie» disse Stuart. «E troppo presto per me.» Guardò
Jimmy accendersi la sigaretta col mozzicone chiazzato di nicotina
ciscischiato di quella che aveva in bocca.
«Mi dica tutto quel che sa dell'Operazione Sigfrido» disse
Bock. Si girò di scatto con la padella in mano e fece scivolare le
uova sui piatti, due alla volta. Era un ragazzo muscoloso, con i capelli
corti e la faccia accuratamente sbarbata. Sotto una consunta
vestaglia di seta indossava una camicia azzurra pulita e i calzoni
di un completo grigio. Vide l'espressione perplessa sul viso di
Stuart. «Devo andare al lavoro» spiegò. «Jimmy è fortunato a non
doversi camuffare con queste assurde divise.»
Stuart si sentì penosamente a disagio nella "divisa” che anche
lui indossava. «Sì» disse.
«E adesso ci parli dell'Operazione Sigfrido.»
«Non so di che cosa stia parlando.»
«Possiamo diventare cattivi, signor Stein» disse Paul Bock.
«Può anche darsi che stenti a crederlo, ma possiamo diventare
molto, molto cattivi.»
«Ci credo che possiate diventare cattivi» disse Stuart. «Così,
perché voi non mi credete, se vi dico che non ho mai sentito parlare
dell'Operazione Sigfrido?»
Jimmy afferrò il coltello per il pane e tagliò alla bell'e meglio
qualche fetta. Gettò una fetta a ciascuno dei due uomini. Stuart ne
intinse un pezzo nel tuorlo molle del suo uovo e mangiò in silenzio.
«Se avete qualcosa da dirmi, ditemela» fece Stuart.
Paul Bock tagliò il suo uovo in tanti rettangolini e ne mangiò
un pezzo alla volta, afferrandoli con le dita. «Lavoro in banca, una
grossa banca tedesca, per il momento il nome non ha importanza.
Abbiamo avuto l'informazione dal computer della banca.»
«È difficile?» domandò Stuart.
«Quel computer era una vera bellezza» disse Jimmy, passandosi
la mano sul principio di barba. «Può darsi che sia uno dei più
complessi del genere che esistano in Europa.»
«Ma poi siamo riusciti a inserirci» disse Paul Bock. «O meglio,
c'è riuscito Jimmy.»
«Paul si è procurato le chiavi del hardware» disse Jimmy.
«Finché non riuscivamo ad aprire materialmente il macchinario,
io non potevo neanche cominciare. E ha completato i primi codici
per la tastiera del terminale. Dopodiché, la cosa è stata più agevole.
La banca impiega consulenti addetti alla misurazione delle prestazioni,
i quali accordano, per così dire, il computer; esaminano
l'accesso, programma per programma, e non volevamo che diventassero
sospettosi. Abbiamo dovuto estrarne le informazioni un
pezzetto alla volta, suddividendo il lavoro nell'arco di alcune settimane.»
Tossì e si batté il petto col pugno, senza mollare la sigaretta.
«Si tratta di materiale ultrasegreto» disse Bock. «C'erano
molte chiavi del software, ciascuna delle quali dava accesso a informazioni
sempre più segrete.»
«È come una serie di porte» spiegò Jimmy. «Bisogna aprirle
tutte quante per arrivare al santo dei santi. E ogni porta è dotata
di una specie di allarme antifurto che arriva fino al terminale e
immagazzina un messaggio in cui si dice che qualcuno ha tentato
di introdursi furtivamente.»
«E lei è riuscito a neutralizzare tutto questo?» fece Stuart, non
senza una punta di sincera ammirazione.
«Jimmy è un mago» disse Paul Bock.
«Allora, che cos'è l'Operazione Sigfrido?» domandò Stuart.
«Non ne siamo proprio sicuri» confessò Jimmy. Posò la sigaretta
nel posacenere e attaccò a mangiare.
«Esiste un fondo segreto - un Trust, lo chiamano - formato
da alcune delle più potenti organizzazioni della Bundesrepublik»
disse Paul. «Aziende siderurgiche, industrie di armamenti,
fabbricanti di pezzi di ricambio per auto, compagnie di assicurazione,
editori e grossissime banche. Sappiamo che l'amministratore fiduciario
è un tale a nome Bòttger, il quale è il presidente di una banca
che ha sede ad Amburgo. Al pari di tutti gli altri individui implicati
nella faccenda, non ha mai avuto a che fare con un qualsiasi
partito politico del dopoguerra. Il che è significativo.»
«In che senso, significativo?» domandò Stuart.
«Se si avesse l'intenzione di riportare in vita il Terzo Reich,»
disse Paul Bock «non sarebbe una buona idea raccomandare ai
propri agenti di evitare qualsiasi attività politica?»
«La guerra è finita da più di trent'anni» protestò Stuart.
«Intende dire che han detto loro di aspettare tanto tempo prima di
dare inizio all'Operazione Sigfrido?» Gli sembrava altamente improbabile.
«È gente paziente e scaltra» disse Paul Bock. «Il Terzo Reich,
almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto durare mille anni; lo ha
detto Hitler in persona. Che cosa sono mai trenta o quaranta anni
per gente del genere?» Si alzò per andare a mettere il suo piatto
nell'acquaio. Un'asse del pavimento scricchiolò sotto il suo peso.
«E secondo lei, questa gente starebbe dando vita a un Quarto
Reich?» fece Stuart. «E com'è che entra in ballo il mio nome?»
«Abbiamo avuto il suo nome dal computer» disse Paul Bock.
«Abbiamo letto e imparato a memoria uno stampato, prima di distruggerlo.
Conteneva molti nomi, ciascuno con una parola in codice,
di cui non conosciamo ancora l'esatto significato; il suo nome
era l'unico che suonasse inequivocabilmente ebreo. Ci è parso impossibile
che lei desse man forte ai loro piani. Di conseguenza, lei
dev'essere una vittima potenziale.»
I due uomini, Jimmy e Paul Bock, si scambiarono un'occhiata.
Si rendevano conto che l'ospite non era convinto. La cosa non era
stata programmata in quel modo: incontrarsi con Charles Stein lì,
in quella squallida casetta, invasa dal puzzo di cavolo del giorno
prima che arrivava dalla porta accanto. Avevano progettato di incontrarsi
con lui nell'atrio di qualche albergo di lusso nel centro di
Londra, o persino di invitarlo a pranzo in un ristorante. Paul
Bock lasciò vagare lo sguardo per la misera cucina. Perché uno
avrebbe dovuto prenderli sul serio, dopo aver visto lo squallido tugurio
in cui abitavano?
«È tutto vero» disse Jimmy. «Può anche non crederci, ma è
tutto vero.»
«Abbiamo fatto tutto il possibile» disse Paul Bock, proseguendo
la conversazione con l'amico, come se il visitatore se ne fosse già
andato. «Lo abbiamo messo in guardia.»
Boyd Stuart finì il suo uovo. «Che ne direste di darmi qualche
informazione più concreta?» disse. «Di fare altri nomi?»
«Ci siamo domandati se per caso lei non facesse parte di una
lista di persone da eliminare, signor Stein» disse educatamente
Paul Bock.
«E io mi sto domandando se per caso voialtri non abbiate visto
troppi film alla TV, a notte tarda» disse Stuart.
«Ci siamo stufati» disse Jimmy. «Le abbiamo detto quel che
sappiamo, e questo è tutto.»
Stuart scostò il piatto e si alzò per andare a prendere un tovagliolino
di carta con cui pulirsi le dita. Attraverso i vetri delle finestre
rigati di pioggia vide un tetro paesaggio industriale e il canale
Grand Union, con l'acqua stagnante disseminata di coppette da
gelato e lattine di birra galleggianti. Una smilza imbarcazione, col
fasciame mezzo marcio, era sprofondata nell'acqua limacciosa che
arrivava a lambirne il ponte. Al di là del canale, si scorgevano binari
arrugginiti e una baracca in rovina, ultimi resti di una ferrovia
che un tempo aveva mozzato il fiato al mondo invidioso. Apparve
un locomotore diesel, che fischiò e si fermò. Stuart gettò il
tovagliolino di carta nella pattumiera sotto l'acquaio e disse: «Che
ne direste di fornirmi qualche altra prova?».
Paul Bock disse: «Adesso ne parliamo». Trascinò Jimmy fuori
dalla stanza, e quando tornarono Bock indossava la giacca del suo
elegante completo grigio.
«Mi darebbe uno strappo fino alla metropolitana?» disse
Bock, guardando dalla finestra. «Credo che dovrò prendere l'impermeabile.»
«Certamente.» Stuart si rivolse a Jimmy che li aveva accompagnati
fin sul pianerottolo. «Ma perché tutte quelle svastiche e
quelle decorazioni naziste?»
Jimmy sorrise. «Così non devo sentirmi in colpa, se dico bugie
e truffo un po' i miei clienti.»
«Capisco» fece Stuart. Seguì Paul Bock giù per l'angusta scala
fin nel negozio in penombra e oltre l'ingresso. L'estate sembrava
lontanissima; le nuvole erano ancora grige e all'orizzonte s'intravedeva
appena appena un timido barbaglio di sole. Montarono
sulla Aston, e Stuart percorse il folle dedalo di strade a senso unico
fino alla stazione della sotterranea.
«Vorrei che mi fornisse qualche altra informazione» disse
Stuart mentre Paul Bock scendeva dall'auto. «Mi dia qualche
particolare sul Trust: com'è l'indirizzo? Lei sa com'è stato costituito?»
Il tedesco si chinò accanto al finestrino. «La prossima volta,
forse» disse.
«Perché non ora? Se la mia vita è in pericolo come dite, perché
non ora?»
«Perché non crediamo che lei sia il signor Charles Stein» disse
il tedesco. «Jimmy pensa che lei sia della polizia. Io non so con
certezza chi lei sia, ma lo stampato del computer indica una cifra
di quasi cento milioni di dollari accanto al suo nome... Lavoro in
banca, e lei non ha l'aria di uno che abbia mai posseduto un grosso
patrimonio. Gli individui abituati a maneggiare somme del genere
non vengono a bussare alle porte di King's Cross così di buon'ora;
mandano qualcun altro al posto loro. Dica al signor Stein di venire
di persona.» Sorrise e sparì tra la folla che entrava frettolosamente
nella stazione.


Capitolo 22.

Boyd Stuart non vide per intero il materiale dei cinegiornali
nazisti. Ci sarebbero voluti cinque giorni di lavoro per visionarlo
da cima a fondo: un fatto che risultava chiaramente palese dal numero
delle bobine accatastate fino al soffitto nei due magazzini a
prova d'incendio del sotterraneo, lungo il corridoio che proseguiva
oltre la ”sala di proiezione”, come veniva ufficialmente chiamato
il cinema.
Due "ricercatori” avevano iniziato a visionare e selezionare il
materiale non appena erano arrivate le prime bobine. Il materiale
era giunto alla Ziggurat del Secret Intelligence Service sulla sponda
sud del fiume, attraverso un recapito di copertura in Wardour
Street. Per lo più proveniva da agenzie e biblioteche, ma ce n'era
anche una parte di proprietà di privati, oltre a vari spezzoni pirata
di pessima qualità, ottenuti mediante un processo di rovesciamento
dei positivi. Tutta la pellicola passata all'esame costituiva la risposta
alla notizia che una compagnia cinematografica, impegnata
nella realizzazione di un documentario per la televisione, pagava a
peso d'oro gli spezzoni. Il materiale veniva richiesto con urgenza,
ma ciò era cosa di normalissima amministrazione nell'industria cinematografica
e televisiva.
Boyd Stuart aveva passato l'intera giornata a proiettare la pellicola
che gli era stata approntata. Il pomeriggio del lunedì, 16 luglio,
cominciava ad avere la vista offuscata dalle immagini di
Adolf Hitler e dei suoi accoliti. Aveva guardato il Führer studiare
con l'aria severa le cartine, passare in rassegna soldati schierati
sull'attenti, montare sulla Fùhrerwagen del treno speciale e scenderne,
sporgersi dal finestrino abbassato a stringere la mano ai
ragazzi della Hitler Jugend o ad accettare fiori da ragazze con i capelli
di seta.
Alle quattro del pomeriggio, intravide per la prima volta la
faccia che cercava. Alzò il ricevitore del telefono e disse all'operatore
di fermare il film, segnare l'inquadratura e portarla alla
stampa. Appena un quarto d'ora più tardi, ritrovò lo stesso individuo
in due lunghe sequenze relative all'incontro di Hitler con Benito
Mussolini accanto a un treno ad Anlage Sud, nell'agosto
1941. Una gran folla dei più stretti collaboratori di Hitler aveva
voluto assistere all'incontro dei due dittatori, ed erano visibili molti
apparecchi fotografici nelle file dei soldati tedeschi, delle SS e
degli italiani, che sgomitavano per farsi largo sul podio sopraelevato
di legno, eretto appositamente per accogliere i dittatori al momento
della discesa dal treno.
Stuart posò la bobina sul bancone della stampa. L'arrotolò sulla
mano per trovare l'inquadratura che gli serviva e la tenne, illuminata
e ingrandita, sul piccolo schermo. Accostò una lente d'ingrandimento
al settore dell'immagine che gli interessava, ma la
lente ingrandì la grana della pellicola e la struttura del vetro di
Fresnel del visore, sicché l'immagine divenne una chiazza confusa,
simile a un dipinto astratto.'
Kitty King entrò nella stanza e gli mise accanto una tazza di
tè. «Hai trovato qualcosa?»
«Tre sequenze distinte, e ce ne saranno altre.»
«E questa è la foto che hai rinvenuto dopo l'esplosione alla fattoria
di Wever?» Si chinò a studiare il grosso ingrandimento fissato
sul banco con le puntine da disegno.
«Wever ha detto di non aver mai indossato una di quelle giacche
mimetiche prima del viaggio a Merkers. Ho controllato le date
e i tempi dell'avanzata americana. La foto dev'essere stata scattata
alla miniera di salgemma verso, se non addirittura il 2 aprile
1945. Quello che gli sta vicino è Breslow. Quello in borghese è
l'uomo che sto cercando di identificare. Nel 1945 si spacciava per
il direttore della Reichsbank, Frank.»
«E ora l'hai trovato?»
«Credo di sì, ma vorrei rintracciarlo un numero di volte sufficiente
per essere certo della sua identità.»
«Qui è in uniforme.» Kitty additò lo schermo illuminato.
«Ma i tedeschi permettevano agli agenti dei servizi di sicurezza
di esibire qualsiasi uniforme e grado volessero, quando erano in
servizio. Ho trovato altre foto che gli somigliano. Adesso le ingrandisco
entro limiti ragionevoli.»
«Quelli della camera oscura ti tireranno una quantità di accidenti,
Boyd. Sono immersi nel lavoro fino ai capelli.»
«Io ho un diritto di priorità assoluta, Kitty. Non c'è niente che
abbia la precedenza su qualsiasi cosa di cui abbia bisogno.»
Kitty lo guardò. Era al corrente della priorità, ma non capiva.
Tentò di trovare la risposta sul viso di Boyd e, non riuscendoci, gli
sorrise. «È solo storia passata, a quanto posso vedere, tesoro» disse.
«Interessa solo a quelli che ricordano ancora quei giorni: vecchi
barbogi come il direttore generale e il signor Brittain dell'ufficio
programmazione, che si è guadagnato una medaglia e se la
mette il Giorno delle Rimembranze.» Si portò una mano ai capelli
per scostarli dalla fronte, con un gesto più narcisistico che utile.
Era particolarmente bella nella penombra del cinema. Stuart ebbe
un acuto desiderio di lei, e la vide inarcare il corpo come se lo avvertisse.
«Vorrei che venissi a stare con me» disse Boyd.
«Mi fermerò da te stanotte, se mi vuoi» disse Kitty a bassa voce.
«Però non mi trasferisco né da te né da nessun altro.»
«Perché no?»
Stuart si aspettava che Kitty alzasse la voce. Non era la prima
volta che ne discutevano, e la cosa era sempre sfociata in una sorta
di battibecco scherzoso che nascondeva amare recriminazioni.
«Tutto quel che tocco...» proseguì Kitty nello stesso tono sommesso
«mi siedo in una poltrona e mi domando se era quella che lei
preferiva. Vado a prendere una vestaglia e mi fermo di colpo... domandandomi
se indossandola somiglierò a lei. Mi guardo nello
specchio e vi vedo l'immagine di altre donne. Non è questo che desidero,
Boyd.» C'era qualcosa di intimamente femminile nel suo
risentimento nei confronti di quegli oggetti inanimati, pensò
Stuart. Non sembrava minimamente gelosa, neppure curiosa, delle
donne che poteva aver conosciuto in California.
«Be', dove lo troveremmo un altro alloggio comodo come l'appartamento
che abbiamo ora?» disse Stuart. «Gli inquilini del
piano di sopra pagano un affitto che è più del doppio di quel che
pago io. E tua sorella non vorrà di certo che ci trasferiamo tutti e
due da lei.»
«Per te va tutto bene» disse Kitty. «Gli uomini pretendono
sempre che le donne si adattino a qualsiasi cosa vogliono loro.»
Boyd Stuart la cinse con un braccio e le diede una rapida stretta.
Dov'erano finite tutte le dichiarazioni di libertà sessuale? Ma,
come tutte le invocazioni alla libertà, anche quelle di Kitty erano
volte più a ottenere concessioni che ad accordarle. Sarebbe sempre
stato così, supponeva Stuart. Kitty gli avrebbe detto che cosa la
rendeva infelice, ma si sarebbe rifiutata di affrontare le difficoltà
pratiche, insite in un tentativo di cambiare le cose. Kitty sorrise, in
risposta alla stretta consolatrice del suo braccio. «Bevi il tè» disse.
«Così riporto indietro le tazze. Sono scesa solo perché dovevo andare
nella cripta.»
«A far che?» domandò Stuart. La "cripta” era la sezione ultrasegreta
degli archivi depositati nel sotterraneo blindato.
«Non lo indovineresti mai» disse lei. «A rimettere a posto la
cartella personale del direttore generale.»
«Nella cripta?» Scoppiarono a ridere tutti e due. Pareva un
perfetto esempio del mondo da Alice nel Paese delle Meraviglie in
cui lavoravano, che qualcosa di innocuo come una cartella con i
dati biografici dovesse essere risposta con tante precauzioni.
«Si trovava in Svizzera per gran parte della guerra, no?»
«Eccezion fatta per il breve periodo in cui gli hanno permesso
di aggregarsi all'esercito combattente in Italia. Ha perso l'udito
per colpa delle cannonate a Montecassino; è per questo che porta
l'apparecchio acustico. È tornato in Svizzera giusto in tempo per
lavorare al fianco di Allen Dulles. Hanno negoziato la resa di alcune
unità dell'esercito tedesco di stanza in Italia. È poi tornato
a lavorare qui nel 1947.» Kitty snocciolò le informazioni come se si
trattasse di una filastrocca che era stata costretta a imparare a memoria
a scuola.
«Ti amo, Kitty.»
«Non dire sciocchezze, Boyd. Bevi il tè. Devo tornare al lavoro.»
Sfogliò nervosamente la cartella del direttore generale, aspettando
che Stuart finisse di bere il tè.
«Che ci sta a fare quell'adesivo rosso?» domandò Stuart.
«È un "segnale di stop”. Il nome di copertura non dovrà più
essere usato in futuro. Durante la guerra, il direttore generale si
faceva passare per Elliot Castelbridge. Era normale avere un nome
di copertura, a quei tempi. Era stato emanato un ordine di
guerra, in previsione della possibilità che funzionari ad alto livello
dell'ufficio fossero catturati dai tedeschi: a chiunque si recasse in
Svizzera o in Svezia veniva attribuita una nuova identità a mo' di
copertura permanente.»
«La breve ed entusiasmante carriera di Elliot Castelbridge:
gustare fonduta tiepida accompagnata da vino fresco e attendere la
capitolazione tedesca. Ucciso da un "segnale di stop”.»
«Sei troppo duro con lui, Boyd.»
«È un bastardo dedito ai bizantinismi» disse Stuart senza animosità.
«Neanche per sogno. E inequivocabilmente gotico.»
Stuart sogghignò. Kitty aveva perfettamente ragione. Il vecchio
direttore generale non aveva proprio niente della sfuggente
astuzia orientale che contraddistingueva tanti alti funzionari dell'ufficio.
Il direttore generale era uomo di una brutale franchezza,
e persino nell'aspetto esteriore somigliava più alle pietre consumate
dell'Europa settentrionale che alle sete fruscianti della chiesa
scismatica. «Non andartene.»
«Devo. Sei venuto in macchina?» domandò lei.
«Sì.»
«Finirai in tempo per la cena?»
«C'è un ottimo ristorante che hanno aperto da poco, in Sloane
Street.»
«A patto che non servano pietanze al curry.» Kitty si protese a
dargli un bacio in fronte. Per cinque minuti e più, Stuart se ne
stette seduto a pensare a lei, poi si rimise all'opera. Gli occorrevano
ancora "prove concrete” sull'uomo che appariva nel film.
Qualcuno avrebbe lavorato tutta notte per scoprirle.
...
.
...
FINE Parte 1.